sabato 28 febbraio 2009
Qualche appunto sull'aborto
Scriveva Pasolini all'epoca del referendum sull'aborto, quando era un tema caldo, non per la sua attualità, ma soprattutto perché occorreva compiere una scelta che fosse meditata:
"Condivido col partito radicale l'ansia della ratificazione, l'ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia. Sono però traumatizzto dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero una legalizzazione dell'omicidio". Pasolini, pur riconoscendo la necessità di far entrare entro l'alveo della legalità qualcosa di esistente e dall'uso consolidato, ammetteva un timore profondo. Come se non potesse essere sufficiente la legalizzazione, il passaggio del diritto, per rendere quell'atto meno scabroso e più accettabile. Il problema risiede qui, nel passaggio dal diritto al fatto: è un tratto di notevole spessore e complicazione, perché tutto non può semplificarsi nella possibilità accordata dal diritto, ma è richiesta una maggiore comprensione, una maggiore interrogazione.
La legalità deve offrire la possibilità di lettura del "problema", per comprenderlo più a fondo; non ascoltando le ragioni dei "diretti interessati", ma astraendo dal caso dei singoli (come ai cristiani è indicato nella Pacem in Terris, un documento pre-conciliare) per capire le ragioni profonde di un atto che tra gli anni '60 e '70 è stato letto come una riappropriazione femminista del potere politico: storicamente non è più il padre a decidere dei figli, considerate ad esempio certi miti greci o la complessità dell'Edipo (e le letture moderne), ma diviene la donna a regolare la società attraverso una lotta di appropriazione del corpo.
Se astraiamo da certe situazioni, in cui "questa piccola necessità ignobile", come cantava Guccini, è accettabile; ci accorgiamo di come dietro alla legge si nasconda un diritto che è o di libertà di fare ciò che si preferisce e quindi inaccettabile, o si traduce come diritto del più forte che decide per la minoranza (come cantava de André) e quindi pericoloso.
Pasolini, nel suo articolo, continuava indicando i "reali" principi su cui si fondava la lotta di legalizzazione: da un lato la libertà sessuale e la comodità sessuale come unica dimensione su cui, un certo atteggiamento pubblicitario schiaccia la complessità dell'uomo, "questa libertà del coito della coppia così com'è concepita dalla maggioranza - questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi - da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura. Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un'ansia soviale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà". Perché è una libertà regalata dal potere. In secondo luogo come maledizione della vita, come colpa coscienziale che, ce ne siamo accorti nell'incontro di qualche martedì fa, ormai scompare di fronte alla possibilità imposta: "Se i legislatori non arrivassero sempre in ritardo, e non fossero cupamente sordi all'immaginazione per restare fedeli al loro buon senso e alla propria astrazione pragmatica, potrebbero risolvere tutto riubricando il reato dell'aborto in quello più vasto dell'eutanasia [...] Non per questo cesserebbe di essere formalmente un reato e di apparire tale alla coscienza. Ed è questo il principio che i miei amici radicali dovrebbero difendere, anziché buttarsi (con onestà donchisciottesca) in un pasticcio, estremamente sensato ma alquanto pietistico, di ragazze madre e di femministe, angosciate in realtà da altro (di più grave e più serio). [...]
C'è da lottare prima di tutto contro la falsa tolleranza del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l'indignazione del caso; e poi c'è da imporre alla retroguardia di tale potere, tutta una serie di liberazioni". Che siano, però, liberazioni vere e democratiche e che si muovano in un orizzonte di crescita e di comprensione del problema.
Occorre rifuggire quanti, con onestà donchisciottesca, fanno lotte senza ragioni (anche se per motivi encomiabili e giusti): il fine non giustifica i mezzi. Perché dietro ci sono altri pericoli, più gravi.
Guardatevi da chi vi regala qualcosa dicendo di farlo per voi: perché la libertà si esercita, non si mendica (come diceva E. Bianchi).
Concludo ancora con Pasolini: "Bisogna evitare prima l'aborto e, se ci si arriva, bisogna renderlo legalmente possibile solo in alcuni casi responsabilmente valutati (evitando dunque di gettarsi in una isterica e terroristica campagna per la completa legalizzazione, che sancirebbe come non reato una colpa). [...] Qui c'è di mezzo la vita umana, e non lo dico perché la vita umana è sacra perché oggi non lo è più. Ma parlo di questa vita umana, di questo ventre di questa madre. E' popolare essere con gli abortisti in modo acritico ed estremistico? Non c'è neanche bisogno di dare spiegazioni? Si può tranquillamente sorvolare su un caso di coscienza personale riguardante la decisione di fare o non fare venire al mondo qualcuno che ci vuole assolutamente venire? Va bene essere cinici, non credere a nulla, ritenere la vita del feto una romanticheria, un caso di coscineza su un tale problema come ubna sciocchezza idealistica. Ma queste non sono delle buone ragioni".
giovedì 26 febbraio 2009
Inizio di Quaresima
S. Egidio.
C'è un senso liberante nel non dover sempre far finta di essere forti e di essere senza macchia e senza contraddizioni. La vera forza sta nel considerare la propria debolezza e nel tener vivo il senso di umiltà e di mitezza: "I miti - afferma Gesù - erediteranno la terra" (Mt 5,5). Il segno delle ceneri resta perciò quanto mai attuale. È un segno austero, e tale è anche il tempo quaresimale. Esso ci è dato per aiutarci a vivere meglio e per farci comprendere quant'è grande l'amore di Dio che ha scelto di legarsi a gente debole e fragile come noi. E a noi, deboli e fragili, ha affidato il grande dono della pace perché la viviamo, la custodiamo, la difendiamo, la costruiamo.
Noi cristiani siamo chiamati ad essere sentinelle di pace, nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo. Ci è chiesto di vigilare, affinché le coscienze non cedano alla tentazione dell'egoismo, della menzogna e della violenza". Il digiuno e la preghiera ci rendono sentinelle attente e vigili perché non vinca il sonno della rassegnazione che fa ritenere la guerra inevitabile; perché si allontani il sonno della acquiescenza al male che continua ad opprimere il mondo; perché sia sconfitto in radice il sonno del realismo pigro che fa ripiegare su se stessi e sui propri interessi.
martedì 17 febbraio 2009
Protezione civile
Lo stupro è un delitto vile e una violenza profonda. Forse il più primordiale dei crimini, che in ciascuno di noi evoca sentimenti altrettanto primordiali: la paura, l' ira, lo spirito di vendetta. Che questi sentimenti debbano essere temperati dalla ragione, e dalla coscienza del diritto, è adesso ancora più evidente dopo il vergognoso raid razzista di ieri sera a Roma contro un bar gestito da romeni. A conferma di quanto pericoloso sia il clima, e quanto disposti alla violenza i peggiori cittadini. Ma la ripetizione rituale degli appelli alla temperanza, e il mero invito ad affidarsi al magistero delle leggi e alla protezione dello Stato, in questa tempesta emotiva rischiano di suonare vuoti, e distratti, tal quali la massima parte delle parole politiche di questo difficilissimo scorcio d' epoca. Peggio, rischiano di rappresentare, anche quando non lo siano, il pilatesco disimpegno della "casta" e in generale dei ceti socialmente più protetti, indifferenti di fronte al rischio e all' impotenza di chi vive a contatto con la strada, nei quartieri difficili, a diretto contatto con gli aspetti più ruvidi e aspri della violenza endemica e dell' immigrazione clandestina. Ripetere che la grande maggioranza delle violenze sessuali avvengono in famiglia, spesso coperte dall' ipocrisia, dall' arbitrio maschile e dalla rassegnazione femminile, è vero e giusto: ma non vale a rinfrancare e tranquillizzare quei cittadini che, a torto o a ragione, vivono la violenza di strada come il più intollerabile dei soprusi. La tentazione popolare di auto-organizzare il controllo del territorio (e magari anche la punizione dei colpevoli veri o presunti) è vista con legittima diffidenza da chi ha cultura civile, e spirito legalitario. Essa racchiude, in una forbice di intenzioni così ampia da essere contraddittoria, l' orrendo istinto del linciaggio, del rastrellamento, della giustizia sommaria, del pogrom di quartiere come è accaduto ieri a Roma e in precedenza a Napoli contro i rom (si è poi saputo che il "casus belli", il presunto tentato rapimento di un neonato da parte di una giovane zingara, era stato inventato di sana pianta); ma al capo opposto racchiude anche una volontà di partecipazione attiva, e quasi di "protezione civile", che non è più consentito ridurre a puro malumore manesco e reazionario. Il governo, a quanto si capisce, intende incentivare le cosiddette "ronde", muovendosi nell' alveo naturale di un populismo che è insieme istintivo e strumentale. Ma opporre a questo fenomeno il puro esorcismo legalitario non serve: semmai minaccia di peggiorare le cose, consegnando alle forze politiche più a loro agio sul mercato della paura (vedi la Lega e le sue ronde) una specie di monopolio della reazione popolare, che nella deriva del diritto può dare luogo a una raggelante gestione partitica della sicurezza (di "servizi d' ordine" che generavano altro disordine questo paese ne ha già avuti davvero troppi). E dunque: ripetuto, e non si ripete mai abbastanza, che spetta alle forze dell' ordine garantire la sicurezza, alla magistratura di applicare la legge e al governo e al Parlamento di indirizzare le politiche di sicurezza, come affrontare l' onda tumultuante e inquietante della "giustizia popolare", dei pattugliamenti di quartiere più o meno spontanei, dell' insicurezza effettiva e di quella percepita? L' idea di ricondurla a una ragionevole e perfino utile opera di assistenza a polizia e carabinieri, nonché a un ruolo di dissuasione civica e disarmata, non è più insensata che limitarsi alla virtuosa giaculatoria sulle prerogative dello Stato. In questo clima di razzismo, di uso ansiogeno e bassamente speculativo del problema della sicurezza (chissà se il sindaco Alemanno si è pentito di avere addossato alle amministrazioni di centrosinistra ogni colpa...), forse non sarebbe inutile che la politica - Parlamento e sindaci in primo luogo - provasse a misurare la temperatura della strada non per volgerla a qualche suo effimero vantaggio, ma per aiutarla a rincivilire i suoi umori, e trasformare una scomposta paura popolare in forme attive, controllate e proficue di controllo del territorio. Disinnescando una temibile deriva razzista, manesca e di fazione, e riconsegnando ai bisogni della comunità ciò che oggi è un minaccioso magma emotivo, alla mercé di frange estremiste, capibastone rionali, mestatori di partito, ducetti di crocevia. Si dice sempre, del resto, che alle radici della crisi della politica ci sia il drammatico distacco dai bisogni popolari. Un evidente bisogno popolare è darsi da fare perché l' attraversamento di un giardinetto in pieno pomeriggio, o l' attesa di amici sul portone sotto casa, non si trasformino in una violazione insopportabile per due ragazze inermi. Tra definire "eroe" chi sventa singolarmente uno stupro, e vedere in ogni reazione collettiva una minaccia per l' ordine democratico, ci deve pur essere una volonterosa e rassicurante via di mezzo. Specie per la sinistra, che della partecipazione popolare, ai tempi, si faceva meritato vanto, questo è un banco di prova da non eludere. Gli assenti hanno sempre torto. - MICHELE SERRA
domenica 8 febbraio 2009
La gita di classe:
Tra le poche notizie positive uscite nei giorni scorsi dai palazzi romani, e passate come d’abitudine quasi inosservate, c’è l’intesa tra i ministri dell’Istruzione e dei Beni Culturali Mariastella Gelmini e Sandro Bondi per scoraggiare i viaggi all’estero delle scolaresche italiane. Il programma «Alla scoperta del tuo Paese», che durerà due anni e coinvolgerà 500 istituti, mira non solo a promuovere la conoscenza del territorio nazionale in vista del 150mo anniversario dell’Unità ma anche a combattere un certo andazzo spensieratamente vacanziero diffuso in questi anni nelle scuole della Repubblica. Quelli che vengono spacciati come «viaggi di istruzione» a Barcellona o a Berlino (due tra le mete più gettonate) sono di fatto degli ottimi pretesti per bigiare tutti insieme, professori e studenti, una settimana o più di lezioni e andare a bighellonare in una capitale straniera. Qualche ora di sbadigli alla Sagrada Familia o alla Gemäldegalerie, un po’ di foto col telefonino, poi di corsa nella prima birreria o in qualche Tapas Bar. Per tacere delle notti brave in albergo, con annessi spinelli e video osé. Voli low cost e pacchetti all inclusive rendono popolari queste transumanze presso le famiglie, ben felici di liberarsi per un po’ dell’ingombrante presenza di adolescenti ipodizzati e scarsamente interattivi.
Il programma ministeriale prevede pure un concorso aperto a scuole medie e licei, che dovranno gemellarsi per proporre idee originali di viaggi d’istruzione (non di distruzione né di distrazione), rigorosamente entro i confini patrii. Attendiamo fiduciosi gli esiti del concorso. Purché l’originalità non consista nel mandare i ragazzi a Firenze coll’insegnante di ginnastica, che non sa neppure chi era Brunelleschi.
Se fossi nei panni dei professori suggerirei una destinazione insolita, lontana dalle rotte più battute: la bella isola di Lampedusa, ultimamente frequentata da una specie particolare di crocieristi provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo. Laggiù, senza bisogno di passare la frontiera, ma restando in terra italiana, gli studenti potranno vedere un po’ di mondo, capire le conseguenze della globalizzazione e imparare due concetti fondamentali delle democrazie liberali: il dovere di accoglienza verso lo straniero e il valore della vita umana. Non la vita vegetativa, ma quella piena e cosciente di chi lotta per sopravvivere e spesso viene buttato a mare senza che a nessuno venga in mente di salvarlo con un decreto. Peggio, rischiando di essere denunciato come clandestino dai medici del pronto soccorso.
R. Chiaberge, Contrappunto
sabato 7 febbraio 2009
mercoledì 4 febbraio 2009
Di qualche incontro sulle dipendenze e sostanza (+ un invito x venerdì)
Ieri abbiamo concluso, e secondo me degnamente, due incontri sulle dipendenze e sulle sostanze. Non voglio qui riassumerne i contenuti, preferirei che foste voi a sottolineare gli aspetti che possono essere stati più interessanti o più approfonditi, aggiungendo, magari qualche vostra riflessione in nota (cioè per mezzo di commenti).
Sottolineo una cosa che definirei di metodo. Abbiamo visto che chi assume sostanze lo fa per procurarsi un piacere e sa che correrà un certo rischio. Ieri ci siamo (anche) concentrati su che cosa dà "piacere"; è un problema molto vasto e, parlandone per spot si rischia di renderlo banale, occorre però pensarci e rifletterci, per non rischiare di appendere la propria vita al nulla.
Riguardo a questo punto, si può aggiungere che chi assume sostanze lo fa sfidando questo rischio, nella convinzione di poter sconfiggere qualsiasi cosa. Per sentirsi immortale e invincibile. Purtroppo pensare questo conduce a non accorgersi del contrario, che sia la sostanza ad aver preso il sopravvento.
Come i tossicodipendenti, anche noi facciamo delle cose ritenendoci "più grandi", o "più fighi", o migliori di tutti gli altri; lo facciamo quando riteniamo che ogni cosa che facciamo sià la più importante e che, di conseguenza, non abbiamo bisogno di nessuno.
Riflettete su questo.
Perché essere adulti e comportarsi in modo intelligente, significa accorgersi 1. che non si è immortali, 2. che non sempre tutto quello che voglio succede, 3. che fare più fatica a guadagnarsi qualcosa significa che quella cosa è più importante delle altre (limitarsi a fare le cose facili corrisponde a giocare sempre al livello easy), 4. che non è vero che non si ha bisogno di nulla.
Credere di essere totalmente auto-sufficienti (di essere un'isola), non riconoscere che si ha bisogno dell'altro è l'errore che, spesso inconsciamente, rischiamo di compiere. Ed è un errore grave. Ecco perché è importante anche fare con gli altri e per gli altri qualcosa (leggete: capire cos'è questa cosa della stazione e venire per provare), perché è un modo per scendere sulla Terra e vedere come si vive, come le persone abbiano bisogno delle relazioni e come sia importante prendersi cura di se stessi prendendosi cura degli altri (accennavo a questa cosa, in altri termini anche ieri sera. Ieri, dicendo che come ci si accorge delle piccole cose che riguardano le altre persone, così ci accorge anche delle piccole cosa che riguardano se stessi, per non pensare sempre a sé. Ora, ritraducendo questa cosa in termini etici: prendersi cura degli altri vuol dire avere cura di sé).
Sentirsi piccoli, inadatti, sbagliati e con qualche difetto di produzione, ma volersi impegnare vuol dire saper vivere, essere adulti. Vuol dire riuscire a stabilire delle vere relazioni: come può, chi non ha bisogno di nulla e nessuno, amare davvero i propri simili?
venerdì 30 gennaio 2009
La memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma fallace
Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente intendiamo per "comprendere" coincide con "semplificare": senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito, che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere le nostre azioni. Siamo insomma costretti a ridurre il conoscibile a schema: a questo scopo tendono i mirabili strumenti che ci siamo costruiti nel corso dell'evoluzione e che sono specifici del genere umano, il linguaggio ed il pensiero concettuale.
Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco, e può dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la storia in modi fra loro incompatibili; tuttavia, è talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l'esigenza di dividere il campo fra "noi" e "loro", che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri. La storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi. Certo è questo il motivo dell'enorme popolarità degli sport spettacolari, come il calcio, il baseball e il pugilato, in cui i contendenti sono due squadre o due individui, ben distinti e identificabili, e alla fine della partita ci saranno gli sconfitti e i vincitori. Se il risultato è di parità, lo spettatore si sente defraudato e deluso: a livello più o meno inconscio, voleva i vincitori ed i perdenti, e li identificava rispettivamente con i buoni e i cattivi, poiché sono i buoni che devono avere la meglio, se no il mondo sarebbe sovvertito.
Questo desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è. È un'ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non scambiata per la realtà; la maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi. Ora, non era semplice la rete dei rapporti umani all'interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è evidente la tendenza, anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare, di ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, là i reprobi. Soprattutto i giovani chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo scarsa la loro esperienza del mondo, essi non amano l'ambiguità. La loro aspettazione, del resto, riproduce con esattezza quella dei nuovi arrivati in Lager, giovani o no: tutti, ad eccezione di chi avesse già attraversato un'esperienza analoga, si aspettavano di trovare un mondo terribile ma decifrabile, conforme a quel modello semplice che atavicamente portiamo in noi, "noi" dentro e il nemico fuori, separati da un confine netto, geografico.
L'ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il "noi" perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c'erano; c'erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata di un'aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è difficile difendersi da un colpo a cui non si è preparati.
In questa aggressione si possono distinguere diversi aspetti. Occorre ricordare che il sistema concentrazionario, fin dalle sue origini (che coincidono con la salita al potere del nazismo in Germania), aveva lo scopo primario di spezzare la capacità di resistenza degli avversari: per la direzione del campo, il nuovo giunto era un avversario per definizione, qualunque fosse l'etichetta che gli era stata affibbiata, e doveva essere demolito subito, affinché non diventasse un esempio, o un germe di resistenza organizzata. Su questo punto le SS avevano le idee chiare, e sotto questo aspetto è da interpretare tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci. È difficile dire se tutti questi particolari siano stati messi a punto da qualche esperto o perfezionati metodicamente in base all'esperienza, ma certo erano voluti e non casuali: una regia c'era, ed era vistosa.
Tuttavia, al rituale d'ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva, contribuivano più o meno consapevolmente anche le altre componenti del mondo concentrazionario: i prigionieri semplici ed i privilegiati. Accadeva di rado che il nuovo venuto fosse accolto, non dico come un amico, ma almeno come un compagno di sventura; nella maggior parte dei casi, gli anziani (e si diventava anziani in tre o quattro mesi: il ricambio era rapido!) manifestavano fastidio o addirittura ostilità. Il "nuovo" (Zugang: si noti, in tedesco è un termine astratto, amministrativo; significa "ingresso", "entrata") veniva invidiato perché sembrava che avesse ancora indosso l'odore di casa sua, ed era un'invidia assurda, perché in effetti si soffriva assai di più nei primi giorni di prigionia che dopo, quando l'assuefazione da una parte, e l'esperienza dall'altra, permettevano di costruirsi un riparo. Veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli, come avviene in tutte le comunità con i "coscritti" e le "matricole", e con le cerimonie di iniziazione presso i popoli primitivi: e non c'è dubbio che la vita in Lager comportava una regressione, riconduceva a comportamenti, appunto, primitivi.
È probabile che l'ostilità verso lo Zugang fosse in sostanza motivata come tutte le altre intolleranze, cioè consistesse in un tentativo inconscio di consolidare il "noi" a spese degli "altri", di creare insomma quella solidarietà fra oppressi la cui mancanza era fonte di una sofferenza addizionale, anche se non percepita apertamente. Entrava in gioco anche la ricerca del prestigio, che nella nostra civiltà sembra sia un bisogno insopprimibile: la folla disprezzata degli anziani tendeva a ravvisare nel nuovo arrivato un bersaglio su cui sfogare la sua umiliazione, a trovare a sue spese un compenso, a costruirsi a sue spese un individuo di rango più basso su cui riversare il peso delle offese ricevute dall'alto.
Per quanto riguarda i prigionieri privilegiati, il discorso è più complesso, ed anche più importante: a mio parere, è anzi fondamentale. È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a sé, e ciò tanto più quanto più esse sono disponibili, bianche, prive di un'ossatura politica o morale. Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica può sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo è mai, è costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo), che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale.
I prigionieri privilegiati erano in minoranza entro la popolazione dei Lager, ma rappresentano invece una forte maggioranza fra i sopravvissuti; infatti, anche se non si tenga conto della fatica, delle percosse, del freddo, delle malattie, va ricordato che la razione alimentare era decisamente insufficiente anche per il prigioniero più sobrio: consumate in due o tre mesi le riserve fisiologiche dell'organismo, la morte per fame, o per malattie indotte dalla fame, era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitato solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo, octroyé o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma.
Ora, non si può dimenticare che la maggior parte dei ricordi dei reduci, raccontati o scritti, incomincia così: l'urto contro la realtà concentrazionaria coincide con l'aggressione, non prevista e non compresa, da parte di un nemico nuovo e strano, il prigioniero-funzionario, che invece di prenderti per mano, tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa addosso urlando in una lingua che tu non conosci, e ti percuote sul viso. Ti vuole domare, vuole spegnere in te la scintilla di dignità che tu forse ancora conservi e che lui ha perduta. Ma guai a te se questa tua dignità ti spinge a reagire: questa è una legge non scritta ma ferrea, il zurückschlagen, il rispondere coi colpi ai colpi, è una trasgressione intollerabile, che può venire in mente appunto solo a un "nuovo". Chi la commette deve diventare un esempio: altri funzionari accorrono a difesa dell'ordine minacciato, e il colpevole viene percosso con rabbia e metodo finché è domato o morto. Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio. Mi torna a mente che il termine locale, jiddisch e polacco, per indicare il privilegio era "protekcja", che si pronuncia "protekzia" ed è di evidente origine italiana e latina; e mi è stata raccontata la storia di un "nuovo" italiano, un partigiano, scaraventato in un Lager di lavoro con l'etichetta di prigioniero politico quando era ancora nel pieno delle sue forze. Era stato malmenato durante la distribuzione della zuppa, ed aveva osato dare uno spintone al funzionario-distributore: accorsero i colleghi di questo, e il reo venne affogato esemplarmente immergendogli la testa nel mastello della zuppa stessa.
L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. È compito dell'uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da "laboratorio ": la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l'ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. È una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare.
La zona grigia della "protekcja" e della collaborazione nasce da radici molteplici. In primo luogo, l'area del potere, quanto più è ristretta, tanto più ha bisogno di ausiliari esterni; il nazismo degli ultimi anni non ne poteva fare a meno, risoluto com'era a mantenere il suo ordine all'interno dell'Europa sottomessa, e ad alimentare i fronti di guerra dissanguati dalla crescente resistenza militare degli avversari. Era indispensabile attingere dai paesi occupati non solo mano d'opera, ma anche forze d'ordine, delegati ed amministratori del potere tedesco ormai impegnato altrove fino all'esaurimento. Entro quest'area vanno catalogati, con sfumature diverse per qualità e peso, Quisling di Norvegia, il governo di Vichy in Francia, il Judenrat di Varsavia, la Repubblica di Salò, fino ai mercenari ucraini e baltici impiegati dappertutto per i compiti più sporchi (mai per il combattimento), ed ai Sonderkommandos di cui dovremo parlare. Ma i collaboratori che provengono dal campo avversario, gli ex nemici, sono infidi per essenza: hanno tradito una volta e possono tradire ancora. Non basta relegarli in compiti marginali; il modo migliore di legarli è caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più è possibile: così avranno contratto coi mandanti il vincolo della correità, e non potranno più tornare indietro. Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l'altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni '70.
In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto più è dura l'oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere. Anche questa disponibilità è variegata da infinite sfumature e motivazioni: terrore, adescamento ideologico, imitazione pedissequa del vincitore, voglia miope di un qualsiasi potere, anche ridicolmente circoscritto nello spazio e nel tempo, viltà, fino a lucido calcolo inteso a eludere gli ordini e l'ordine imposto. Tutti questi motivi, singolarmente o fra loro combinati, sono stati operanti nel dare origine a questa fascia grigia, i cui componenti, nei confronti dei non privilegiati, erano accomunati dalla volontà di conservare e consolidare il loro privilegio.
Prima di discutere partitamente i motivi che hanno spinto alcuni prigionieri a collaborare in varia misura con l'autorità dei Lager, occorre però affermare con forza che davanti a casi umani come questi è imprudente precipitarsi ad emettere un giudizio morale. Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare. È un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si è trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso che cosa significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva bene il Manzoni: "I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano 1'animo degli offesi". La condizione di offeso non esclude la colpa, e spesso questa è obiettivamente grave, ma non conosco tribunale umano a cui delegarne la misura.
Se dipendesse da me, se fossi costretto a giudicare, assolverei a cuor leggero tutti coloro per cui il concorso nella colpa è stato minimo, e su cui la costrizione è stata massima. Intorno a noi, prigionieri senza gradi, brulicavano i funzionari di basso rango. Costituivano una fauna pittoresca: scopini, lava-marmitte, guardie notturne, stiratori dei letti (che sfruttavano a loro minuscolo vantaggio la fisima tedesca delle cuccette rifatte piane e squadrate), controllori di pidocchi e di scabbia, portaordini, interpreti, aiutanti degli aiutanti. In generale, erano poveri diavoli come noi, che lavoravano a pieno orario come tutti gli altri, ma che per mezzo litro di zuppa in più si adattavano a svolgere queste ed altre funzioni "terziarie": innocue, talvolta utili, spesso inventate dal nulla. Raramente erano violenti, ma tendevano a sviluppare una mentalità tipicamente corporativa, ed a difendere con energia il loro "posto di lavoro" contro chi, dal basso o dall'alto, glie lo insidiava. Il loro privilegio, che del resto comportava disagi e fatiche supplementari, fruttava loro poco, e non li sottraeva alla disciplina ed alle sofferenze degli altri; la loro speranza di vita era sostanzialmente uguale a quella dei non privilegiati. Erano rozzi e protervi, ma non venivano sentiti come nemici.
Il giudizio si fa più delicato e più vario per coloro che occupavano posizioni di comando: i capi (Kapos: il termine tedesco deriva direttamente da quello italiano, e la pronuncia tronca, introdotta dai prigionieri francesi, si diffuse solo molti anni dopo, divulgata dall'omonimo film di Pontecorvo, e favorita in Italia proprio per il suo valore differenziale) delle squadre di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, fino al mondo (a quel tempo da me neppure sospettato) dei prigionieri che svolgevano attività diverse, talvolta delicatissime, presso gli uffici amministrativi del campo, la Sezione Politica (di fatto, una sezione della Gestapo), il Servizio del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi, grazie alla loro abilità o alla fortuna, hanno avuto accesso alle notizie più segrete dei rispettivi Lager, e, come Hermann Langbein ad Auschwitz, Eugen Kogon a Buchenwald, e Hans Marsalek a Mauthausen, ne sono poi diventati gli storici. Non si sa se ammirare di più il loro coraggio personale o la loro astuzia, che ha concesso loro di aiutare concretamente i loro compagni in molti modi, studiando attentamente i singoli ufficiali delle SS con cui erano a contatto, ed intuendo quali fra questi potessero essere corrotti, quali dissuasi dalle decisioni più crudeli, quali ricattati, quali ingannati, quali spaventati dalla prospettiva di un redde rationem a guerra finita. Alcuni fra loro, ad esempio i tre nominati, erano anche membri di organizzazioni segrete di difesa, e perciò il potere di cui disponevano grazie alla loro carica era controbilanciato dal pericolo estremo che correvano, in quanto "resistenti" e in quanto detentori di segreti.
I funzionari ora descritti non erano affatto, o erano solo apparentemente, dei collaboratori, bensì piuttosto degli oppositori mimetizzati. Non così la maggior parte degli altri detentori di posizioni di comando, che si sono rivelati esemplari umani da mediocri a pessimi. Piuttosto che logorare, il potere corrompe; tanto più intensamente corrompeva il loro potere, che era di natura peculiare.
Il potere esiste in tutte le varietà dell'organizzazione sociale umana, più o meno controllato, usurpato, investito dall'alto o riconosciuto dal basso, assegnato per merito o per solidarietà corporativa o per sangue o per censo: è verosimile che una certa misura di dominio dell'uomo sull'uomo sia inscritta nel nostro patrimonio genetico di animali gregari. Non è dimostrato che il potere sia intrinsecamente nocivo alla collettività. Ma il potere di cui disponevano i funzionari di cui si parla, anche di basso grado, come i Kapos delle squadre di lavoro, era sostanzialmente illimitato; o per meglio dire, alla loro violenza era imposto un limite inferiore, nel senso che essi venivano puniti o destituiti se non si mostravano abbastanza duri, ma nessun limite superiore. In altri termini, erano liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno: fino a tutto il 1943, non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo, senza che questo avesse da temere alcuna sanzione. Solo più tardi, quando il bisogno di mano d'opera si era fatto più acuto, vennero introdotte alcune limitazioni: i maltrattamenti che i Kapos potevano infliggere ai prigionieri non dovevano ridurne permanentemente la capacità lavorativa; ma ormai il mal uso era invalso, e non sempre la norma venne rispettata.
Si riproduceva così, all'interno dei Lager, in scala più piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall'alto, ed in cui un controllo dal basso è quasi impossibile. Ma questo "quasi" è importante: non è mai esistito uno Stato che fosse realmente "totalitario" sotto questo aspetto. Una qualche forma di retroazione, un correttivo all'arbitrio totale, non è mai mancato, neppure nel Terzo Reich né nell'Unione Sovietica di Stalin: nell'uno e nell'altra hanno fatto da freno, in maggiore o minor misura, l'opinione pubblica, la magistratura, la stampa estera, le chiese, il sentimento di umanità e giustizia che dieci o vent'anni di tirannide non bastano a sradicare. Solo entro il Lager il controllo dal basso era nullo, ed il potere dei piccoli satrapi era assoluto. È comprensibile come un potere di tale ampiezza attirasse con prepotenza quel tipo umano che di potere è avido: come vi aspirassero anche individui dagli istinti moderati, attratti dai molti vantaggi materiali della carica; e come questi ultimi venissero fatalmente intossicati dal potere di cui disponevano.
Chi diventava Kapo? Occorre ancora una volta distinguere. In primo luogo, coloro a cui la possibilità veniva offerta, e cioè gli individui in cui il comandante del Lager o i suoi delegati (che spesso erano buoni psicologi) intravedevano la potenzialità del collaboratore: rei comuni tratti dalle carceri, a cui la carriera di aguzzini offriva un'eccellente alternativa alla detenzione; prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze, o comunque moralmente debilitati; più tardi, anche ebrei, che vedevano nella particola di autorità che veniva loro offerta l'unico modo di sfuggire alla "soluzione finale". Ma molti, come accennato, aspiravano al potere spontaneamente: lo cercavano i sadici, certo non numerosi ma molto temuti, poiché per loro la posizione di privilegio coincideva con la possibilità di infliggere ai sottoposti sofferenza ed umiliazione. Lo cercavano i frustrati, ed anche questo è un lineamento che riproduce nel microcosmo del Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all'autorità gerarchica, conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro.
Su questa mimesi, su questa identificazione o imitazione o scambio di ruoli fra il soverchiatore e la vittima, si è molto discusso. Si sono dette cose vere e inventate, conturbanti e banali, acute e stupide: non è un terreno vergine, anzi, è un campo arato maldestramente, scalpicciato e sconvolto. La regista Liliana Cavani, a cui era stato chiesto di esprimere in breve il senso di un suo film bello e falso, ha dichiarato: "Siamo tutti vittime o assassini e accettiamo questi ruoli volontariamente. Solo Sade e Dostoevskij l'hanno compreso bene"; ha detto anche di credere "che in ogni ambiente, in ogni rapporto, ci sia una dinamica vittima-carnefice più o meno chiaramente espressa e generalmente vissuta a livello non cosciente".
Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi se ne intendono, e che questi pochi sono più cauti; non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità. So che in Lager, e più in generale sul palcoscenico umano, capita tutto, e che perciò l'esempio singolo dimostra poco. Detto chiaramente tutto questo, e riaffermato che confondere i due ruoli significa voler mistificare dalle basi il nostro bisogno di giustizia, restano da fare alcune considerazioni.
Rimane vero che, in Lager e fuori, esistono persone grige, ambigue, pronte al compromesso. La tensione estrema del Lager tende ad accrescerne la schiera; esse posseggono in proprio una quota (tanto più rilevante quanto maggiore era la loro libertà di scelta) di colpa, ed oltre a questa sono i vettori e gli strumenti della colpa del sistema. Rimane vero che la maggior parte degli oppressori, durante o (più spesso) dopo le loro azioni, si sono resi conto che quanto facevano o avevano fatto era iniquo, hanno magari provato dubbi o disagio, od anche sono stati puniti; ma queste loro sofferenze non bastano ad arruolarli fra le vittime. Allo stesso modo, non bastano gli errori e i cedimenti dei prigionieri per allinearli con i loro custodi: i prigionieri dei Lager, centinaia di migliaia di persone di tutte le classi sociali, di quasi tutti i paesi d'Europa, rappresentavano un campione medio, non selezionato, di umanità: anche se non si volesse tener conto dell'ambiente infernale in cui erano stati bruscamente precipitati, è illogico pretendere da loro, ed è retorico e falso sostenere che abbiano sempre e tutti seguito, il comportamento che ci si aspetta dai santi e dai filosofi stoici.
P. Levi, I sommersi e i salvati
da M.Chiara
martedì 27 gennaio 2009
La resurrezione e la storia
Secondo post; vale come per tutti gli altri: ogni commento è lecito e necessario, non solo per mostrare d'aver accettato, ma perché quanto abbiamo detto domenica, che ora qui viene scritto, venga compreso col proprio ingegno.
Dalla prima lettera ai Corinzi: Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l'ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
Vi è, in queste parole, la conferma della presenza evenenziale della resurrezione.
Essa unisce due caratteristiche, la prima storica ed analogabile, data dalla morte di Gesù: egli muore veramente e passa tre giorni nel regno dei morti. La seconda è teologica e mostra l'intervento di Dio, la sua opera esclusiva. Egli taglia la storia, la rompe mostrandosi in essa: con la sua azione spacca il percorso storico, è questo un atto esclusivo di Dio, in-analogabile. Non è neanche comprensibile all'uomo secondo le sue categorie, perché oltrepassa le possibilità umane.
Si instilla in un evento storico, il termine della vita umana di Gesù, che trova completezza, continuità ed identità nella Resurrezione. E' il senso oltre la morte, è il senso oltre alla storia. E' la possibilità di incontrare realmente Dio, sia sulla croce, che nella vita vera: l'uomo può giungere all'incontro con Dio.
La resurrezione è un fatto reale, non storico perché non può essere catalogato dall'uomo (forse questo è il passaggio più complesso da comprendere, perché siamo abituati a ritenere valido ciò che consideriamo storico, cioè ciò a cui diamo valore di verità perché ritenuto a memoria), ma che ha un significato che va oltre al semplice ricordo storico. Ha lasciato, infatti, traccia nella storia: ci permette di non avere fede solo di un fatto di 2000 anni fa, ma di incontrare Gesù in seguito a quel fatto: di incontrarlo qui e ora, nella nostra vita.
Per la nostra vita acquisisce più senso non la verificabilità storica di quella contingenza, ma la sua presenza totale nel mondo: non è più un fatto storico, perché continuiamo a vivere la resurrezione di Gesù. E la vivremo anche alla fine del mondo...
E' una spaccatura nella storia, perché è l'inizio di una vita nuova resa possibile dallo Spirito Santo. Lascia delle tracce di mistero nella vita e dà significato al nostro vivere successivo.
In paroloni, la resurrezione è la chiave ermeneutica per leggere la vita di Gesù e per leggere la nostra storia: anche noi possiamo cambiare la nostra vita incontrando la resurrezione di Gesù, vero evento di amore.
La resurrezione è storia perché riguarda la vita di un uomo, ma non è solo un evento storico, perché è presenza attuale.
Non voglio mettere troppe note sulla storia, ma di solito, si considera un evento storico quando non è più cronaca attuale, quando vi è qualcuno che sa rileggere quella storia e quei fatti, quando qualcuno può raccoglierli e catalogarli. (Abbiamo anche esempi di chi ritiene il contrario di questo)
La resurrezione non è un allontanamento dal mondo, ma è una presenza di Gesù in mezzo a noi (che ripetiamo nella messa): è un nuovo modo di vicinanza. E' la fine perfetta della morte di croce, in questo non è un evento lontano dalla vita, ma è la verifica profonda della morte. E' il lato divino, la vera vita. La realizzazione di Dio nella storia.
La resurrezione: centro della fede
Dall'incontro di domenica nel cammino verso la prof. di fede. Questo è un primo post sul cuore e compendio della fede. Più quesiti riuscite a porre (dubbi, critiche o frasi che mostrano d'accettare e d'aver compreso il ragionamento) meglio è...
Dagli Atti degli Apostoli, 25: "I sommi sacerdoti e i capi dei Giudei gli si presentarono per accusare Paolo e cercavano di persuaderlo, chiedendo come un favore, in odio a Paolo, che lo facesse venire a Gerusalemme; e intanto disponevano un tranello per ucciderlo lungo il percorso. Festo rispose che Paolo stava sotto custodia a Cesarèa e che egli stesso sarebbe partito fra breve. «Quelli dunque che hanno autorità tra voi, disse, vengano con me e se vi è qualche colpa in quell'uomo, lo denuncino». [...] Erano trascorsi alcuni giorni, quando arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenìce, per salutare Festo. E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re il caso di Paolo: «C'è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, contro il quale, durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono con accuse i sommi sacerdoti e gli anziani dei Giudei per reclamarne la condanna. Risposi che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l'accusato sia stato messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall'accusa. Allora essi convennero qui e io senza indugi il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell'uomo. Gli accusatori gli si misero attorno, ma non addussero nessuna delle imputazioni criminose che io immaginavo; avevano solo con lui alcune questioni relative la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita. Perplesso di fronte a simili controversie, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme ed esser giudicato là di queste cose. Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio dell'imperatore, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare». E Agrippa a Festo: «Vorrei anch'io ascoltare quell'uomo!». «Domani, rispose, lo potrai ascoltare».
Di tanti brani sulla resurrezione questo è il racconto che ne dà un soldato romano al re Agrippa e a sua sorella; (altri sono la lettera ai Corinzi, 1Cor 15,3-11 che abbiamo letto domenica; o il racconto dei Vangeli, ad esempio Gv 20,1-18).
Nella stesura dei Vangeli, che non sono la cronaca in diretta delle opere di Gesù, né sono uno scritto di Gesù stesso, la parte della morte e della resurrezione è stata la prima a venire redatta, perché su di essa si fonda la centralità e l'unicità del messaggio cristiano e della testimonianza di Gesù.
Va da sé che tutto acquista un senso con la resurrezione: tutta la predicazione (che è vita) di Cristo trova un senso nel compimento della Parola di Dio. La resurrezione è il nucleo della fede perché è la rivelazione dell'amore di Dio, è la realizzazione del disegno d'amore di Dio che dona suo figlio e che sconfigge la morte, mostrando all'uomo che è possibile fidarsi di lui e che è lecito farlo. La resurrezione dà compimento alla Parola di Gesù, perché mostra che Dio non dimentica nessuno e che è veramente la via per uscire dalla nostra condizione di debolezza e di maledizione.
Questo è comprensibile se consideriamo il kerigma nella sua completezza: passione-morte-resurrezione. La morte di Gesù è sicuramente il punto più basso (anche la passione mostra l'ingresso di Gesù e la presenza di Dio in ogni punto della vita umana, in proposito mi piacque molto la Via Crucis della Gmg a Koln, chi vuole la può consultare qui), il punto di non-ritorno: presso essa i discepoli vacillano - e alcuni non avevano compreso e si erano rifiutati di giungere a Gerusalemme sapendo ciò che sarebbe toccato a Gesù. Inoltre la morte sulla croce è veramente quanto di più abietto possa capitare (Deut 21, 23: Maledetto chi pende dal legno; Gal 3, 13), sia perché per gli Ebrei era simbolo di maledizione, sia perché, oltre al dolore immane, si veniva trattati nel modo peggiore. La crocifissione e la morte sono simbolo ed espressione concreta della malvagità che sonnecchia nel cuore dell'uomo, del desiderio bestiale di vendetta. Rappresentano, anche per questo motivo, il supplizio peggiore per una società fondata sul binomio onore/disonore.
Non ha senso la morte. Lo acquista solo di fronte alla tomba vuota; questa è una domanda che attende risposta, non è ancora la consapevolezza della resurrezione. La resurrezione mostra che Dio è sceso negli abissi dell'uomo, che Gesù è presente e si è caricato della morte di tutti coloro che vivono nella morte. La morte è la proprietà più intima dell'uomo, e lì è possibile incontrare Gesù ed incontrarlo non solamente nel dolore, ma nella liberazione. Seguirlo per uscire e liberarsi alla vita. Dio dispone del potere sulla morte, è presente anche in essa e ci ama così a fondo che nessuno può considerarsi tanto maledetto da non avere più nessuno che lo ami.
La morte e la croce, il dono dello Spirito acquisiscono senso solo alla luce della resurrezione. E' questa la condizione di massima presenza di Dio, perché non è solo un Essere da adorare, ma è realmente presente in noi, vicino a noi, in mezzo a noi.
La resurrezione ci presenta un Gesù realmente presente a noi; essa non è solo il ritorno alla vita del passato, ma è una nuova nascita. Non è un evento isolato, ma è un evento che si apre al futuro e che dà significato al nostro agire, perché lo inserisce in una storia di amore. La parola di Gesù, la sua vita, è la presenza significante che permette all'uomo di non disperdere le proprie forze, ma di trovare un significato alla propria vita: si passa dal dubbio ad una situazione di sicurezza e certezza: i patti non verranno traditi. E' così anche per i discepoli, che dopo la resurrezione diventeranno Chiesa.
A mo di conclusione e preghiera:
se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.
Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
1 Cor 15, 12-28
venerdì 23 gennaio 2009
Appuntamenti
Domenica 25, ore 18.45 – Incontro + cena (portare da mangiare qualcosa di salato)
Mart 27 - no gruppo
Sab 31, ore 20.45 - Veglia per la Pace (vengono anche i ragazzi di Chiesanuova...)
Febbraio
Mart 3 – incontro
Giov 5, ore 21 – adorazione per quanti verranno ordinati accoliti o lettori (tra cui il papà di Elisa)... Chi vuole può partecipare...
Ven 6, ore 18.45 – primo incontro per le uscite in stazione. Parleremo con chi se ne occupa e ceniamo insieme in parrocchia. (da questo momento tutti i venerdì ci sarà l'uscita in stazione)
Domenica 8, ore 11.30 – messa con ordinazione del papà di Elisa.
Mart 10 – gruppo
Mart 17 – gruppo
Sabato 21/Domenica 22 – (IMPORTANTE) vendita di torte e biscotti per l'autofinanziamento! Portate tutti qualche torta o dei biscotti. Il nostro gruppo si occupa della messa del sabato (ci troviamo ore 18.40) e della vendita dopo la messa delle 11.30 di domenica.
Mart 24 – gruppo
Merc 25, ore 21 – mercoledì delle ceneri, inizio della Quaresima (per chi non riesce a venire alle 21, c’è una messa anche alle 18.30)
Marzo
Domenica 1, ore 18.45 – Incontro per la Professione di Fede più cena!
Mart 3 – NO Gruppo!
Giov 5 – Dom 8, CONVIVENZA!
Mart 10 – Gruppo
Mart 17 - Gruppo
Sab 21 – Dom 22, DUE GIORNI!!
Domenica 29, ore 18.45 – Incontro per la Professione di Fede più cena!
mercoledì 21 gennaio 2009
Facciamolo ora!!!
Dal vangelo secondo Marco
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
La parola chiave del Vangelo di Marco è “subito”. Subito, lo seguirono per diventare pescatori di uomini! Non c’è più tempo da perdere, se vogliamo collaborare con il Signore dobbiamo farlo subito, qui ed ora. Nella nostra famiglia, con i colleghi di lavoro, con il nostro stile di vita. L’umanità è in attesa di qualcuno che la richiami alla realtà: vive sommersa, quasi annegata; ma Gesù propone anche a noi di diventare pescatori di uomini, di aiutarlo a tirare fuori i nostri fratelli dal lago della tristezza. Ci chiede di farlo “subito”, perché come dice S. Paolo, il tempo ormai si è fatto breve; non c’è tempo da perdere, passa la scena di questo mondo per noi e per gli altri e se vogliamo dare un senso alla vita dobbiamo alzarci, andare, seguirlo.
In questa risposta non sta solo la chiamata al servizio, come prima cosa sta l'annuncio della salvezza, la vita eterna a cui qui e ora dobbiamo rispondere.
Come i primi apostoli sorpresi dallo sguardo di Gesù mentre erano intenti alle loro quotidiane occupazioni, anche noi dobbiamo saperlo incontrare nelle nostre case spesso lacerate da incomprensioni e recriminazioni, nel lavoro inquinato da invidie e frustrazioni, nel nostro cuore travagliato da angosce e dal peccato. Per poter diventare pescatori di uomini, a nostra volta dobbiamo farci pescare da Gesù e dobbiamo fidarci di Lui (e farlo subito).
“Ogni giorno possiamo incontrare Gesù ed esserne sconvolti. Non dobbiamo avere nessun timore. Gesù non si annuncia mai attraverso la paura, ma attraverso un grande ed incoercibile desiderio che egli esaudisce sempre, quando viene l’ora, al di là di ogni aspettativa”.
Il vangelo è una educazione ai nostri desideri: per crescere dobbiamo saperli indirizzare. C'è sicuramente una attesa, abbiamo delle aspettative: studiamo per avere un buon lavoro, oltre che per imparare e dimostrarlo a professori e compagni. In questo caso l'attesa è immediata. Si tratta di ora.
Il regno di Dio si è realizzato, è venuto sulla Terra, è Gesù. Rimandare non è più possibile, perché significa non accoglierlo.
E' certo che accoglierlo significa non esserci dentro al 100%; non è una questione di cifre e di numeri. E' un percorso che si compie, che prevede anche un obiettivo a cui rispondere con energia anche se non si è completamente convinti, perché è un affidarsi. I discepoli non erano convinti, perché non sapranno fino alla resurrezione chi è davvero Gesù. Eppure loro hanno seguito: si sono fidati!!!
Il nostro desiderio di pienezza, di vera vita si compie. Si compie ora. Rimandare non è possibile, perché è un'ebbrezza di auto-sufficienza; è un errore, è una paura che, se è ben comprensibile, non può sussistere di fronte a Dio: il credente sta davanti a Dio come il bambino piccolo che solleva le braccia di fronte a sua madre. Si riconosce la propria debolezza, ma si mostra la voglia di andare incontro a chi è QUI e ORA con noi. Ogni rinvio corrisponde ad una fuga.
Inoltre, la chiamata è una chiamata fuori dalla morte! Siamo chiamati fuori dal mare (simbolo che indica la morte); siamo chiamati per compiere una missione.
Possiamo rimandare in eterno, ma corrisponderebbe a rimandare la nostra vita, a non realizzarla: è più comodo stare seduti in poltrona a poltrire, ma che vita sarebbe?
mercoledì 24 dicembre 2008
martedì 23 dicembre 2008
lunedì 22 dicembre 2008
L'IO
Questo personaggio non compare mai nel presepe: non c'è, ma dovrebbe esserci.
Normalmente sta fuori, a fare da spettatore più o meno interessato, coinvolto non più di tanto, a osservare e giudicare: attento a non esporsi troppo.
Invece deve abbandonare la comoda posizione e diventare protagonista attivo per vivere davvero il Natale. Vivere la propria parte, non recitarla.
Occorre recuperare la gioia e scoprire la novità del Natale; entrarci da bambino che sa stupirsi, per cogliere veramente quella felicità del cuore propria di ogni Natale.
Un guaio, neppure troppo nascosto, mi impedisce di vivere la novità del Natale: il risaputo.
Io purtroppo so cos'è il Natale; mi illudo di sapere come deve essere. So quando arriva (sempre più con largo anticipo, perché le luminarie natalizie si accendono sempre prima) e quanto dura (per lasciare il posto ad altre cose che premono).
Chi l'ha vissuto la prima volta, invece, aveva la fortuna di non sapere di che cosa si trattasse, che cosa fare e cosa sarebbe successo dopo. Maria e Giuseppe non sapevano cosa fosse il Natale, lo stesso i pastori, o Erode. L'avvenimento li ha colti alla sprovvista. Hanno dovuto interrogarsi, chiedere, scegliere; ma non sono stati loro a decidere che cos'era il Natale e in che modo andava vissuto. È stato un Altro a decidere.
Noi sappiamo già tutto in partenza. Il nostro Natale è già deciso, programmato, fissato, pre-fabbricato, ma nulla è autentico o in linea con il copione evangelico.
In un cassetto dell'armadio c'è la scatola del presepe. Basta recuperarla, montare i vari pezzi, piazzare al loro posto i personaggi e aggiungere qualche marchingegno nuovo; lo stesso per l'albero.
Si passa dai negozi con la lista della spesa; ci si taglia i capelli; si sceglie l'abito giusto. Si indossano i sentimenti propri di ogni Natale: un po' di nostalgia, un po' di bontà...
Infine si fa una capatina in Chiesa per la Messa di mezzanotte, sperando che non vada per le lunghe.
Il Natale funziona, come previsto.
Cioè non funziona. È come un disco che si inceppa e ripete lo stesso ritornello. Si tratta di un Natale decrepito, logoro, usurato anche se levigato di modernità. Un Natale senza sorprese. Il solito ritornello. Recitato più che vissuto.
Ma cosa succederebbe se non trovassimo più il presepe? Se sparissero le statuine dei pastori. Se il bue e l'asinello si fossero posti in salvo in qualche parco. Se Giuseppe non fosse disponibile, perché lavora fuori città. Se Maria non avesse tempo. Se gli angioletti fossero colpiti da improvvisa raucedine. Se Erode fosse in vacanza o impegnato in qualche vertice internazionale. Se i Magi si fossero smarriti per strada.
Se avessimo rotto le chiavi della cassaforte coi gioielli. Se avessimo dimenticato i jeans di marca in lavanderia. Se i negozi risultassero inspiegabilmente chiusi. Se il mercato avesse esaurito i tortellini. Se i giornalisti non scrivessero più nulla del Natale.
Mi verrebbe in mente che basto io? Che il presepe sarebbe completo anche con la mia sola presenza accanto al Bambino?
Quale fortuna se avessimo smarrito o disimparato il senso del Natale, se fossimo costretti a scoprirlo seguendo la sobria pagina di Luca (2, 1-20). Capiremmo che il Natale non sono i doni. Sospetteremmo che il Natale è altro. Ci apriremmo all'inedito di un Dio che si fa uomo; ci renderemmo disponibili alla sorpresa. Aspetteremmo un Gesù Bambino che non siamo noi, perché il protagonista del Natale è un Altro.
venerdì 19 dicembre 2008
Intervista di dodici anni fa
Tiziano Terzani: Sullo sviluppo della scienza? E' pessimista od ottimista?
Agnelli: Tutt'e due. Personalmente sono ottimista. Sono affascinato dal progresso, al momento per esempio del progresso nel settore dell'informazione.
T.T. Io poco invece. Ho l'impressione che più informazioni abbiamo, più siamo ignoranti. Uno dei libri più sconcertanti che ho letto recentemente è stato quello di Bill Gates, La strada che porta al domani. A ogni pagina mi veniva in mente quella bella frase di T.S. Eliot: "Dov'è la vita che abbiamo perso vivendo? Dov'è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? Dov'è la conoscenza che abbiamo perso con l'informazione?" Internet è come una droga.
Agnelli: Non è vero. Si tratta di scegliere l'informazione, il modo di usarla. Il progresso dell'informatica ci permette nuove libertà. E' magnifico.
T.T. Il prezzo di questa positività è che la gente passa sempre più tempo davanti ai computer e sempre meno con altra gente. I giovani giocano più con un computer che con un amico.
Agnelli: Un modo ottimistico di vedere il mondo, sarà pensare che mediante i computer e internet, si potrà lavorare da casa e passare più tempo a contatto con la propria famiglia.
T.T. Il lavoro di cui parliamo è il lavoro dell'intellettuale, il lavoro di un'élite. Chi produce dovrà continuare ad andare in fabbrica. Il computer non aiuterà la maggior parte delle persone.
[...]
T.T. A me preoccupa vedere nuove generazioni che in quel tipo di società crescono imparando sempre più a programmare e sempre meno a pensare. Non si può contare su gente che crede di poter risolvere tutto con il software. I giovani devono studiare filosofia... Se la società del futuro è quella in cui l'uomo è solo un anumale economico, allora siamo al tramonto della nostra civiltà!
Agnelli: Al momento può apparire che le cose stiano così, può sembrare che l'economia si la cosa che gestisce il mondo e che non ci sia niente al di sopra di essa. Ma non può essere sempre così, e io sono convinto che altri valori fondamentali torneranno a imporsi e che la religione avrà in questo un ruolo importante perché dovrà reinterpretare le esigenze della società.
T.T. E la politica?
Agnelli: Al momento in Europa vedo un grande vuoto politico. Siamo gestiti più o meno bene, con criteri puramente econcomici definiti dal trattato di Maastricht, dieci banchieri centrali che obbligano a rispettare quel trattato. Toccherebbe a politici veri, a politici con idee nuove, nuove soluzioni. Purtroppo siamo in mano a gente vecchia...
domenica 14 dicembre 2008
Cercando di riassumere: l'uomo ha bisogno di senso
Cercando di dire qualcosa sulla fede (i punti riassumono molto):
1. l'uomo cerca di dare un senso alla propria vita: "niente caratterizza tanto bene l'uomo come il fatto che egli interroga; ciò lo distingue da tutti gli altri esseri che conosciamo: L'uomo è l'esistente che pone la domanda dell'essere". E' significativa già questa ricerca di per sé, perché "l'uomo ha bisogno di una parola, di una promessa, ha bisogno di un senso". L'uomo cerca di dare un senso perché si accorge che la vita si confronta con la morte (Essere e Non-Essere), col dolore e con un mondo che non ha il significato che vorremmo attribuirgli (quanti dilemmi abbiamo?).
2. Per il tipo di risposta offerta dal cristianesimo, è difficile considerarlo una religione (1 Corinzi 8, 4-6). Perché non nasce semplicemente da una risposta solo umana agli interrogativi; è la necessità di un contatto con Dio, ma è un atto con cui, per dono di Dio ci si affida a lui e si acconsente alla sua rivelazione! Non è l'uomo che cerca Dio, ma è Dio che cerca l'uomo e che si fa conoscere ad esso, invitandolo a credere in lui e ad amarlo. La preghiera cristiana è lode a Dio, è contrassegnata dall'amore, dalla fiducia e dall'abbandono filiale, non dalla richiesta. Il culto non è una cerimonia religiosa, ma l'offerta di se stesso a Dio, non nel senso sacrificale (l'unico sacrificio gradito a Dio è quello del Figlio), ma nel senso dell'amore.
Il cristianesimo non è la nostra costruzione del divino a nostro piacimento, non è l'Eritis sicut dei (sarete come dei): cioè il tentativo instillato nell'uomo dal serpente di mettere le mani su Dio; il cristianesimo è la presenza di Dio come tale, come uomo. L'incontro con Dio è reso possibile dalla Grazia purificatrice, che agisce nella storia nel sacrificio di Gesù Cristo: c'è ancora una grazia, un dono. Il cristianesimo è religione per le forme religiose nelle quali si incarna, ma per i contenuti no, perché non seguono i desideri dell'uomo, ma sono sovra-umani: la parola di Dio rivelata, nella quale si fa conoscere all'uomo nel suo inaccessibile mistero e alla quale l'uomo risponde con la fede.
3. La fede è quindi un incontro (1° Giovanni 1, 1-4) di rivelazione, di fiducia, di credenza. Avverto la presenza dell'altro nel momento in cui credo, in cui rispondo alla chiamata: l'iniziativa è di Dio (Ebrei 1, 1-12). La fede è comunione: ad un'azione di Dio, corrisponde una reazione dell'uomo.
4. Il gesto della fede è l'Amen, inteso come appoggiarsi a qualcuno con fiducia ed abbandono: credere significa dire amen alle parole, alle promesse, ai comandamenti di Dio; amen che è impegno totale, conoscenza teoretica e pratica della volontà divina e della sua totale validità.
5. La fede proviene dall'udire, dall'accoglienza: in seguito dal riflettere. Perché si accoglie una Parola che è vita, si acconsente al reale e salvifico fatto della resurrezione di Gesù.
6. La fede è un dono: l'iniziativa è sempre di Dio, è una grazia interiore: PASSA ATTRAVERSO DI NOI!!! (Mc 9, 24)
7. La fede è un atto libero, è una scelta decisiva: un'opzione fondamentale.
8. E' un atto intimo, perché si esce dalla superficialità della vita, ma ci interroga nel nostro profondo. Riguarda, quindi, tutte le facoltà umane, la ragione, la volontà, la dimensione affettiva (estetica, etica, ratio).
9. La fede è Ragionevole: bnoi non crediamo per delle ragioni, ma abbiamo delle ragioni per credere; vi sono ragioni esterne, interne. La più forte di tutte è che solo l'amore è credibile. Inoltre permette di vivere la presenza di Dio in noi...
9. Il credo (Niceno-C.; Apostolico), la preghiera con cui si riassume la fede della Chiesa, è detto anche Simbolo: il piattino rotto: il coccio che si ricollega con gli altri cocci del vasellame spezzato. Insieme rende verità della Chiesa: "ogni uomo ha tra le mani la fede solo come 'symbolon', come pezzo imperfetto e monco, suscttibile di ritrovare la sua unità o integrità solo nella giustapposizione agli altri. Solo nella reinserzione con gli altri puà verificarsi la completa realizzazione". Io posso non consentire, mancherà il mio pezzo. Posso far fatica, ma questo è un altro discorso.
10. La fede è Sequela di Cristo, è missione.
11. La fede è salvezza, è liberazione dal peccato (dalle situazioni in cui siamo irrealizzati, in cui siamo imperfetti), è amore.
Sono punti molto brevi, che aprono a numerosi interrogativi, sia sul proprio contenuto, che per tutto quello a cui rimandano. Ovviamente potete e dovete scrivervi tutti gli interrogativi che vi vengono, così che possiamo parlarne assieme...
giovedì 11 dicembre 2008
domenica 30 novembre 2008
E' uscito il nuovo numero dell'Albero
mercoledì 12 novembre 2008
La scuola, le proteste e la verità sulla riforma
Venezia agli albori del Novecento conobbe il primo sciopero generale spontaneo della sua storia. La manifestazione in piazza S. Marco indetta dai nascenti sindacati vide, però, una partecipazione preponderante di donne. La ragione di questa presenza, straordinaria e sorprendente per l' epoca, risiedeva nel fatto che la protesta era scoppiata per un motivo davvero singolare: una puerpera era stata costretta a partorire, senza soccorso, sui gradini dell' Ospedale Maggiore, all' aria aperta. Il fatto venne assunto a simbolo di qualcosa di molto più generale: l' insopportabilità dell' assenza, al di fuori delle opere di carità cattoliche, di qualsiasi forma di pubblica assistenza. Il Welfare State era, infatti, al di là da venire. Questo lontanissimo episodio mi è venuto alla mente riflettendo sulla tumultuosa e massiccia protesta del mondo della scuola dilagata in questi giorni in tutta Italia in odio al decreto Gelmini.
Eppure quel decreto, tradotto ora in legge, non conteneva minacce tanto dirompenti da giustificarne il crucifige, anche se su un punto - il maestro unico alle elementari e le diminuzioni di insegnanti che ciò implica - meritava un ripensamento di fondo, di cui parleremo più avanti. L' avversione al decreto, potenziata dalle prepotenti quanto sciocche minacce berlusconiane, si è invece caricata di ben altri significati - appunto come quel parto davanti all' ospedale - e ha dato alle manifestazioni studentesche motivazioni assai più ampie, pur se confuse, che spaziavano dalle elementari all' Università. Comunque, tra tutte, la più forte, in parte giusta e in parte sbagliata, è stata quella contro tutti i tagli previsti (non dalla Gelmini ma dalla Finanziaria, approvata senza che nessuno fiatasse tre mesi orsono).
Di tutto questo si è appropriata l' opposizione e non è pensabile che facesse altrimenti.
Assurdo, quindi, ogni biasimo sulla carenza di fair play riformista, dimostrata in questa contingenza da Walter Veltroni. Quel che per contro potrebbe essere rilevata criticamente è l' assunzione, senza beneficio d' inventario, della proteiforme nebulosa protestataria, rinunciando in partenza ad un intervento per darle uno sbocco razionale e positivo, interpretando il disagio reale della scuola, ancorché sotteso a slogan inconsistenti, studiando e scegliendo obiettivi possibili e immediati, quanto prospettando mete di riordino a più lungo termine.
Così non è stato.
Alcun ascolto ha trovato, inoltre, l' appello di Giorgio Napolitano, pronunciato all' apertura dell' anno scolastico, perché si affrontassero con «senso della misura e realismo le questioni più spinose, compresi gli impegni finanziari... L' Italia - specificava per maggior chiarezza il Capo dello Stato - nel suo stesso vitale interesse deve ridurre a zero nei prossimi anni il suo deficit pubblico... nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo ed esso comporta anche - inutile negarlo - un contenimento della spesa per la scuola... l' obbiettivo non può prevalere su tutti gli altri e va formulato, punto per punto, con grande attenzione, in un clima di dialogo. Ma ciò non può risolversi nel rifiuto di ogni revisione necessaria a fini di risparmio».
La risposta non poteva essere più deludente: Berlusconi ha inteso l' invito al confronto come un incentivo alla minaccia poliziesca, Veltroni ha preferito la deriva populista di facile presa ma scarsa prospettiva, ribadendo un No preclusivo a tutti i tagli e annunciando un discutibilissimo referendum anti-Gelmini, peraltro improponibile in materia finanziaria. Per contro era possibile avanzare contro proposte convincenti sia sul maestro unico e sugli sprechi, elencati voce per voce in un dossier di «TuttoscuolA», l' ottima agenzia indipendente che su Internet monitorizza quotidianamente la vita scolastica.
Il decreto Gelmini, peraltro, nel suo impianto globale si muoveva esplicitamente lungo il solco della correzione di rotta già impresso da Fioroni e Bastico, ministro e vice ministro del governo Prodi, per riportare un minimo d' ordine e di serietà negli studi. Lo prova le lettura degli otto articoli della legge che riguardano nell' ordine l' introduzione dell' insegnamento su «Cittadinanza e Costituzione», la conferma della revisione anti-bullismo dello Statuto degli studenti, messa a punto da Fioroni con la valutazione in pagella e in sede di scrutinio finale del comportamento, un tempo chiamato «condotta», la misura in decimi del voto, la necessità di conseguire almeno la media del 6 per la promozione e l' ammissione all' esame di Stato, l' obbligo per gli editori di adottare libri di testo validi per cinque anni, così da non costringere le famiglie a continui esborsi per inutili aggiornamenti, l' abilitazione all' insegnamento nelle scuole elementari e dell' infanzia per chi abbia ottenuto la laurea in scienza della formazione primaria, infine una modifica delle norme di accesso alle scuole di specializzazione medica. Veniamo al contestato articolo sul maestro unico che, in realtà, sarebbe più giusto definire come una disposizione sul tempo-scuola, ridotto a 24 ore settimanali, come era fino al 1990. Qui incidono i tagli destinati a risparmiare su precari-supplenti. Ma, per un giudizio motivato, è utile ricordare cosa si proponeva la riforma della mitica ministra Falcucci, dc doc mai abbastanza rimpianta. Per ampliare il ventaglio di conoscenze già nell' età infantile e, ad un tempo, per consentire al più gran numero di madri di entrare nel mercato del lavoro, venne deciso di procedere gradualmente e attraverso sperimentazioni e verifiche a una modifica radicale, portando inizialmente l' orario normale da 24 a 27 ore e, via via a 30, mano a mano che le scuole si mettevano in grado di assumere un insegnante per la lingua straniera, la cui introduzione era il vero clou della riforma. Questo avrebbe comportato due ritorni pomeridiani la settimana o l' organizzazione di una mensa scolastica ad opera dei Comuni. Un servizio indispensabile nel momento in cui andava a regime il secondo pilastro della riforma, un tempo pieno di 40 ore settimanali, compresa la pausa pranzo. Anche l' insegnamento variava di tenore tra le lezioni mattutine e le attività pomeridiane. Fu una stagione di forte innovazione pedagogica - come rievoca sul suo blog Marco Rossi-Doria, fondatore del movimento dei «maestri di strada» nei Quartieri Spagnoli di Napoli - generata da molti fattori, dalla spinta all' accesso al lavoro di nuove generazioni femminili in un contesto economico in evoluzione all' esigenza di aprire un fronte precoce contro l' analfabetismo che nasce dalla povertà e la genera a sua volta, largamente diffuso nel Mezzogiorno.
L' idea di più docenti per classe nacque dalla verifica delle urgenze educative enormi che il Paese cominciava a sentire, ma la loro progressiva introduzione era stata immaginata e sperimentata come una costellazione che, soltanto dalla terza elementare in poi, avrebbe ruotato attorno alla figura-chiave della maestra centrale (i maestri sono solo il 4%) affiancata dagli insegnanti specializzati per la lingua straniera, l' educazione motoria e il sostegno ai disabili, liberati dalle classi differenziate, l' educazione musicale e artistica. Su questo impianto, mentre i Comuni dovevano assicurare le mense scolastiche, la riforma Falcucci prolungava l' orario e introduceva di massima i «moduli» di tre insegnanti per due classi, così da consentire il tempo pieno e una formazione più articolata, con «classi aperte». Solo a questo punto ci fu l' improvvido intervento negativo dei sindacati e di quasi tutto l' associazionismo cattolico e laico, sostenuto alla fine dal centro-sinistra e dal Pci. Fu un attacco volgare contro la «maestra chioccia», in nome dell' eguaglianza fra gli insegnanti, che divennero per legge tutti «contitolari» della classe.
Alla collaborazione fra docenti, che si svolgeva nelle «classi aperte» fra alunni di vario grado, una forma dell' autonomia che aveva cominciato a funzionare benissimo sulla base di un autentico rinnovamento pedagogico, si sostituirono «moduli» rigidi e decisi dal centro. In realtà questa organizzazione, che ingessò la riforma in una gabbia burocratica e aumentò l' organico oltre il necessario, venne suggerita non da valutazioni educative ma dalla paura che la curva demografica, segnata dal calo in pochi anni degli alunni delle elementari da quasi cinque milioni a 3.247.000, decurtasse inevitabilmente anche il numero degli insegnanti. Da qui, dunque, si poteva ripartire oggi per un confronto che recuperasse il senso profondo della riforma Falcucci, risparmiando dove era giusto ma senza annullare tutto con un tratto di penna. Non voglio, peraltro, ignorare l' impegno proclamato dall' on. Gelmini, secondo cui il tempo pieno, per chi già ne gode, non verrà scalfito. È una verità parziale che nasconde una realtà molto amara. La nuova legge, infatti, riduce le ore di scuola per i bambini dai 3 ai 10 anni e lo fa.... dove non c' è tempo pieno. Questo, infatti, non è distribuito egualmente nel territorio: a Milano copre l' 89,5% degli alunni, a Torino il 65,5, a Roma il 54,4 ma a Napoli solo l' 1,5 e in tutto il Sud non raggiunge il 9% delle scuole. La legge fotografa e congela questa situazione. I bambini e le mamme del Nord avranno il mantenimento delle risorse che saranno decurtate al Sud. Qui i bambini usciranno alle 12,30 già l' anno prossimo e l' effetto seguiterà a ricadere sulle madri meridionali, che tanto per il 62% sono fuori del mercato del lavoro. E Comuni e Regioni potranno seguitare a trascurare l' organizzazione delle mense scolastiche.
Un ultimo post scriptum: se invece di compiacersi del gran casino, l' opposizione riformista volesse avanzare delle controproposte in materia di tagli, perché non affrontare la possibilità di abolire, come in tutti i paesi europei, il quinto anno delle superiori e permettere ai giovani italiani di ottenere il diploma a 17 anni, come francesi, tedeschi e inglesi, invece di restare nei banchi fino a 18 ed avviarsi al lavoro o alle Università a 19?
M. Pirani
mercoledì 5 novembre 2008
martedì 4 novembre 2008
giovedì 30 ottobre 2008
Sul goal di Gilardino

Tratto dall'articolo di Michele Serra, Perché il calcio festeggia il gol fatto con la mano.
La mano di Alberto Gilardino non è la mano di Dio, ma non è nemmeno la mano del Diavolo: due modeste giornate di squalifica sono una pena di routine, commisurata a un "reato ambientale" (quello di carente lealtà sportiva) che di straordinario non ha proprio niente, per quanto è diffuso e soprattutto per quanto è accettato.
Ma il giudice sportivo - come molti giudici di questo paese - non è l' interprete più applaudito della "volontà popolare". Nelle cose del calcio e non solamente in quelle, l'idea che l'onesto sia un sognatore, e il furbo un pragmatico, ha le ali ai piedi. Lo so, siamo nel bel mezzo del luogo comune sugli italiani eticamente disinvolti, ma spesso i luoghi comuni germinano da sconsolanti evidenze: quanti tifosi, di qualunque squadra, sopporterebbero di perdere una partita perché uno dei loro eroi in maglietta confessa all' arbitro che il gol era irregolare? Chi salverebbe l'eventuale onesto dalle accuse di autolesionismo, di stupido eccesso di zelo, se in ogni piazza d' Italia c' è un modo diverso per dire la stessa cosa: pirla, ciula, fesso, mona, bischero.
La maldisposta opinione pubblica europea considera i calciatori italiani i più simulatori del pianeta, magari alla pari con altre anime latine come i sudamericani. Ruzzoloni recitati in area di rigore, gomitate di poco conto trasformate in colpi mortali, l'arbitro visto come un avversario da raggirare e mai come un' autorità da aiutare. Lo sputo di Totti e la testata di Materazzi, ci piaccia oppure no, sono in copertina nella chanson de geste del calcio quadricampione del mondo.
Il caso Gilardino (che durerà tanto quanto le due giornate di squalifica, cioè un batter di ciglia) non arriva dallo speciale malanimo di un atleta del quale tutti parlano bene, ma dall'assuefazione, dall'abitudine, dal "così fan tutti" che è da sempre, in ogni epoca e ad ogni latitudine, l'arma letale contro ogni esame di coscienza. Dall'idea che niente di così grave, in fondo, ci sia nel darsi un "aiutino", ghermire al volo l'attimo giusto per sgambettare la sorte, farla franca perché l'arbitro e i suoi assistenti non hanno visto, e l'unico testimone della scorrettezza commessa sei tu, il suo autore. La prova televisiva, a partita chiusa, e le domande insistenti dei cronisti, e il dibattito quasi sempre nervoso, quasi mai sereno, sono una conseguenza sgradevole ma arrivano solo a risultato acquisito, dopo la doccia, magari insieme al rincrescimento. Ma in campo, dove quello che si vede è l'istinto, è lo spirito profondo, la verità agonistica è un' altra: è la foga che porta a sorvolare sulle proprie colpe e a ingigantire a dismisura quelle degli altri, come nel gesto (sportivamente odioso, e mai punito) di invitare l'arbitro ad ammonire l'avversario. Eppure l'agonismo, per esempio nel calcio britannico dove ci si spolmona fino alla sincope, è anche altrove ottenebrante, almeno in potenza. Ma quasi mai sfocia nel colpo di mano, nella furbata, neanche la furbata istintiva, diciamo preterintenzionale come quella di Gilardino.
Grazie al satellite è diventato più semplice seguire i campionati stranieri e fare i paragoni. Arbitrare, lassù, è più semplice, le botte e i colpi bassi ci sono, ma manca quel contorno melodrammatico e attoriale che qui da noi spesso si prende la scena per intero. Manca quel tocco di leggera isteria, di fanatismo di fazione che da noi complica maledettamente le cose (vedi anche la politica, che a proposito di slealtà nei confronti dell' avversario è una palestra insuperabile).
Il buon Gilardino è sicuramente convinto della venialità del suo peccato - ammesso che lo consideri tale - e il calcio nel suo insieme pratica il vittimismo e l'autoassoluzione come il solo schema tattico che mette tutti d' accordo. Luciano Moggi, appena quattro anni dopo uno scandalo che pareva far sprofondare agli inferi il calcio tutto intero, gode già di una discreta fama di capro espiatorio e di perseguitato: molti ritengono che fosse solo un furbo in eccesso. Figuratevi che scandalo può essere un gol di mano.
lunedì 27 ottobre 2008
giovedì 23 ottobre 2008
Ascolto - 2: fame di considerazione
Dall'incontro di martedì, una riflessione sull'ascolto
Plutarco, L'arte di ascoltare
Penso comunque che non ti dispiacerà ascoltare qualche preliminare osservazione sul senso dell'udito, che è esposto più di ogni altro alle passioni, dato che non c'è niente che si veda, si gusti o si tocchi, che produca sconvolgimenti, turbamenti o sbigottimenti paragonabili a quelli che afferrano l'anima quando l'udito è investito da certi frastuoni, strepiti o rimbombi. Ma a ben guardare esso ha più legami con la ragione che con la passione, perché se è vero che molte sono le zone e le parti del corpo che offrono al vizio una via d'accesso per cui arriva ad attaccarsi all'anima, per la virtù l'unica presa è data invece dalle orecchie dei giovani, sempreché siano pure e tenute fin dall'inizio al riparo dai guasti dell'adulazione e dal contagio di discorsi cattivi.
È evidente che un giovane che fosse tenuto lontano da qualunque occasione di ascolto e non assaporasse nessuna parola, non solo rimarrebbe completamente sterile e non potrebbe germogliare verso la virtù, ma rischierebbe anche di essere traviato verso il vizio, facendo proliferare molte piante selvatiche dalla sua anima, quasi fosse un terreno non smosso ed incolto.
Dal momento dunque che l'ascolto comporta per i giovani un grande profitto ma un non minore pericolo, credo sia bene riflettere continuamente, con se stessi e con altri, su questo tema. I più invece, a quanto ci è dato vedere, sbagliano, perché si esercitano nell'arte di dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare un discorso ci sia bisogno di studio e di esercizio, ma che dall'ascolto, invece, possa trarre profitto anche chi vi s'accosta in modo improvvisato. Se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e riceverla, nell'uso della parola, invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto.
Il silenzio, dunque, è ornamento sicuro per un giovane in ogni circostanza, ma lo è in modo particolare quando, ascoltando un altro, evita di agitarsi o di abbaiare ad ogni sua affermazione, e anche se il discorso non gli è troppo gradito, pazienta ed attende che chi sta disertando sia arrivato alla conclusione; chi si mette subito a controbattere finisce per non ascoltare e non essere ascoltato, e interrompendo il discorso di un altro rimedia una brutta figura. Se invece ha preso l'abitudine di ascoltare in modo controllato e rispettoso, riesce a recepire e a far suo un discorso utile e sa discernere meglio e smascherare l'inutilità o falsità di un altro, e per di più dà di sé l'immagine di una persona che ama la verità e non le dispute, ed è aliena dall'essere avventata o polemica.
Ascolto è anche critica dell'altro, senza che questa sia mossa dall'invidia o semplicemente sterile. Non è difficile muovere obiezioni al discorso pronunciato da altri, anzi è quanto mai facile; ben più faticoso, invece, è contrapporne uno migliore. Per costruirne uno migliore occorre però essere in grado di ascoltare e porsi in “relazione” con l'altro.
Le persone sveglie e attente sanno trarre beneficio da chi parla non solo quando ha successo ma anche quando fallisce, perché, la pochezza concettuale, la vacuità espressiva, il portamento volgare, la smania, non disgiunta da goffo compiacimento, di consenso e gli altri consimili difetti ci appaiono con più evidenza negli altri quando ascoltiamo che in noi stessi quando parliamo. Dobbiamo perciò trasferire il giudizio da chi parla a noi stessi, valutando se anche noi non cadiamo inconsciamente in qualche errore del genere. Non c'è cosa al mondo più facile di criticare il prossimo, ma è atteggiamento inutile e vano se non ci porta a correggere o prevenire analoghi errori. Di fronte a chi sbaglia non dobbiamo esitare a ripetere in continuazione a noi stessi il detto di Platone: «Sono forse anch'io così?». Come negli occhi di chi ci sta vicino vediamo riflettersi i nostri, così dobbiamo ravvisare i nostri discorsi in quelli degli altri, per evitare di disprezzarli con eccessiva durezza e per essere noi stessi più sorvegliati quando arriva il nostro turno di parlare.
Quando si tratta di una discussione dobbiamo lasciar perdere la reputazione di chi parla e valutare esclusivamente il valore intrinseco delle sue argomentazioni, senza curarci degli applausi che riscuote, ma cercando di capire il senso del suo discorso e, confrontandolo con la realtà, avvederci se esso sia accettabile, e quindi apprezzabile o meno.
Bisogna eliminare dallo stile ogni eccesso e vacuità, mirando esclusivamente al frutto e prendendo a modello le api e non le tessitrici di ghirlande, perché queste, preoccupandosi solo delle fronde fiorite e profumate, intrecciano e intessono una composizione soave ma effimera e infruttuosa, mentre le api mirano sì al colore dei fiori, ma ne colgono l'essenza per la loro opera.
Questo non significa che non sia importante lo stile, che anzi è spesso il segno di una profonda riflessione da parte dell'oratore, ma esso deve solamente facilitare la comprensione di ciò che viene pronunciato, senza essere la prima cosa a cui fare attenzione: è uno strumento, non un contenuto. Al contrario si produrrebbe un deserto di intelletto e di buoni pensieri, molta pedanteria formale e verbosità, che non si avvicina alla vita, ma che condurrebbe il soggetto ad un deserto.
L'ascolto è centrale anche nel porre una domanda ad un oratore, per non essere tacciato di livore occorre capire le argomentazioni di chi parla, ascoltando tutto il suo discorso, senza esaurire la propria attenzione ad una semplice frase. La cautela e il senso della misura non stanno nello strozzarsi in gola un appunto che si potrebbe rivolgere, ma nell'ascoltare e nel capire le ragioni dapprima, per poi saper ribattere. In questo caso, la frase che si rivolge non è figlia solo delle riflessioni personali, ma, a seconda di chi ci si trovi di fronte, può prendere in considerazione anche quello che abbiamo appena ascoltato, non solo in modo polemico, ma per rivedere le proprie idee e crescere.
Ecco che abbiamo visto come non è solo chi parla ad avere dei doveri, sia verso l'uditorio che verso se stesso (mica potrà cancellare il proprio pensiero su cui magari ha riflettuto per anni, per soddisfare i desideri contrari degli ascoltatori), ma anche chi ascolta ha il dovere di farlo in modo opportuno. Senza però lanciarsi in una valutazione dei differenti diritti e doveri, possiamo notare che ogni dialogo si fonda sul rispetto dell'altro, sul riconoscimento dell'uguaglianza tra ascoltatore ed oratore, tra chi parla e chi ascolta.
Per concludere, ecco alcune norme di comportamento, per così dire generali e comuni, da seguire sempre in ogni ascolto, anche in presenza di un'esposizione completamente fallita: stare seduti a busto eretto, senza pose rilassate o scomposte; lo sguardo dev'essere fisso su chi sta parlando, con un atteggiamento di viva attenzione; l'espressione del volto dev'essere neutra e non lasciar trasparire non solo arroganza o insofferenza ma persino altri pensieri e occupazioni. In ogni opera d'arte, si sa la bellezza deriva, per così dire, da molteplici fattori che per una consonanza misurata e armonica pervengono a una proporzionata unita, mentre basta una semplice mancanza o un'aggiunta fuori posto per dare subito vita alla bruttezza: analogamente, quando si ascolta, non solo sono sconvenienti l'arroganza di una fronte corrugata, la noia dipinta sul viso, lo sguardo che vaga qua e là, la posizione scomposta del corpo e le gambe accavallate, ma sono da censurare, e richiedono molta circospezione, persino un cenno o un bisbiglio con un altro, un sorriso, gli sbadigli sonnacchiosi, lo sguardo fisso a terra e qualunque altro atteggiamento del genere.

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