mercoledì 15 giugno 2011
Libri per l'estate: per crescere!
A. Camus, Lo Straniero.
Th. Mann, I Buddenbrook.
F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov; I Demoni.
H. Hesse, Siddharta.
I.B. Singer, Il mago di Lublino.
I. Calvino, Se una notte di inverno un viaggiatore.
G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo (e Il gattopardo nel flusso del tempo, a cura di B. Maj).
L. Sciascia, Il mare colore del vino; Le parrocchie di Regalpetra.
D. Dolci, Racconti siciliani.
F. Kafka, Il Processo.
K. Vonnegut, Mattatoio n.° 5; Madre notte.
J.D. Salinger, I nove racconti.
E. Hemingway, I 49 racconti.
H. Boll, Opinioni di un clown.
M. Bulgakov, Il Maestro e Margherita.
M. Yourcenar, L'opera al nero.
H. de Balzac, Le illusioni perdute.
M. Proust, La strada di Swann.
C. Pavese, La luna e i falò.
M. de Montaigne, I Saggi.
martedì 7 giugno 2011
Don Milani sull'acqua bene comune...
Caro direttore, a rileggere l’articolo 3 della Costituzione, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…” mi vengono i bordoni. Oggi non volevo parlarti dei paria d’Italia, ma d’un’altra cosa. C’è questa legge 991 (legge per la montagna che garantisce finanziamenti e agevolazioni fiscali, ndr) che pare adempia la promessa del secondo paragrafo dell’articolo 3: “… è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”. A te, cittadino di città, la Repubblica non regala un milione e mezzo, né ti presta i soldi. A noi sì. Basta far domanda… Infatti eravamo già a buon punto perché un proprietario mi aveva promesso di concederci una sua sorgente assolutamente inutilizzata e inutilizzabile per lui, la quale è ricca anche in settembre e sgorga e si perde in un prato poco sopra alla prima casa che vorremmo servire. Due settimane dopo, un piccolo incidente.
Quel proprietario ha un carattere volubile. Una mattina s’è svegliato d’umore diverso e m’ha detto che la sorgente non la concede più. Ho insistito. S’è piccato. Ora non lo scoscendi più neanche colle mine. Ma il guaio è che quando ho chiesto a un legale se c’è verso d’ottenere l’esproprio di quella sorgente, mi ha risposto di no. Sicché la bizzettina di quell’omino, fatto insignificante in sé, ha l’atomico potere di buttar all’aria le nostre speranze d’acqua, il nostro consorzio, la famosa 991, il famoso articolo 3, le fatiche dei 556 costituenti, la sovranità dei loro ventotto milioni di elettori, tanti morti della Resistenza (siamo sul monte Giovi! ho nel popolo le famiglie di quattordici fucilati per rappresaglia). Ma qui la sproporzione tra causa ed effetto è troppa! Un grande edificio che crolla perché un ragazzo gli ha tirato coll’archetto! C’è un baco interiore dunque che svuota la grandiosità dell’edificio di ogni intrinseco significato. Il nome di quel baco tu lo conosci. Si chiama: idolatria del diritto di proprietà. A 1995 anni dalla Buona Novella, a sessantaquattro anni dalla Rerum Novarum, dopo tanto sangue sparso, dopo dieci anni di maggioranza dei cattolici e tanto parlare e tanto chiasso, aleggia ancora vigile onnipresente dominatore su tutto il nostro edificio giuridico. Tabù. Son dieci anni che i cattolici hanno in pugno i due poteri: legislativo ed esecutivo. Per l’uso di quale dei due pensi che saranno più severamente giudicati dalla storia e forse anche da Dio?…
Guai se non avremo almeno mostrato cosa vorremmo fare… Peccatori come gli altri, passi. Ma ciechi come gli altri no… Che i legislatori cattolici prendano dunque in mano la Rerum Novarum e la Costituzione e stilino una 991 molto più semplice in cui sia detto che l’acqua è di tutti. Quando avranno fatto questo, poco male se poi non si riuscirà a mandare due carabinieri a piantar la bandiera della Repubblica su quella sorgente. Morranno di sete e di rancore nove famiglie di contadini. Poco male. Manderanno qualche accidente al governo e ai preti che lo difendono. Poco male. Partiranno per il piano ad allungarvi le file dei disoccupati e dei senza tetto. Non sarà ancora il maggior male. Purché sia salva almeno la nostra specifica vocazione di illuminati e di illuminatori. Per adempire quella basta il solo enunciare leggi giuste, indipendente dal razzolar poi bene o male. Chi non crede dirà allora di noi che pretendiamo di saper troppo, avrà orrore dei nostri dogmi e delle nostre certezze, negherà che Dio ci abbia parlato o che il Papa ci possa precisare la parola di Dio. Dicendo così avrà detto solo che siamo un po’ troppo cattolici. Per noi è un onore. Ma sommo disonore è invece se potranno dire di noi che, con tutte le pretese di rivelazione che abbiamo, non sappiamo poi neanche di dove veniamo o dove andiamo, e qual è la gerarchia dei valori, e qual è il bene e quale il male, e a chi appartengono le polle d’acqua che sgorgano nel prato di un ricco, in un paesino di poveri.
mercoledì 1 giugno 2011
Sono finiti? Anno zero...
Ieri in Italia sono finiti gli Anni Ottanta. Raramente nella storia umana un decennio era durato così a lungo. Gli Anni Ottanta sono stati gli anni della mia giovinezza, perciò nutro nei loro confronti un dissenso venato di nostalgia. Nacquero come reazione alla violenza politica e ai deliri dell’ideologia comunista. L’individuo prese il posto del collettivo, il privato del pubblico, il giubbotto dell’eskimo, la discoteca dell’assemblea, il divertimento dell’impegno. La tv commerciale - luccicante, perbenista e trasgressiva, ma soprattutto volgarmente liberatoria - ne divenne il simbolo, Milano la capitale e Silvio Berlusconi l’icona, l’utopia realizzata. Nel pantheon dei valori supremi l’uguaglianza cedette il passo alla libertà, intesa come diritto di fare i propri comodi al di fuori di ogni regola, perché solo da questo egoismo vitale sarebbe potuto sorgere il benessere.
Purtroppo anche il consumismo si è rivelato un sogno avvelenato. Lasciato ai propri impulsi selvaggi, ha arricchito pochi privilegiati ma sta impoverendo tutti gli altri: e un consumismo senza consumatori è destinato prima o poi a implodere. Il cuore del mondo ha cominciato a battere altrove, la sobrietà e l’ambientalismo a sussurrare nuove parole d’ordine, eppure in questo lenzuolo d’Europa restavamo aggrappati a un ricordo sbiadito. La scelta di sfidare il Duemila con un uomo degli Anni Ottanta era un modo inconscio di fermare il tempo. Ma ora è proprio finita. Mi giro un’ultima volta a salutare i miei vent’anni. Da oggi si guarda avanti. Che paura. Che meraviglia.
E L'Amaca di ieri di M. Serra:
Ieri, lunedì 30 maggio 2011, verso le quattro del pomeriggio, sono finiti per sempre gli anni Ottanta italiani, il decennio più lungo della storia del mondo. È finita la politica del cerone e delle facce rifatte, delle convention, delle escort, delle olgettine, degli spot, della tivù dei telegatti e delle cerimonie di corte, dell’edonismo fintoallegro, dell’ignoranza caciarona spacciata per genuinità popolare (ingannando atrocemente il popolo). È finita la fiction. Quello che verrà dopo, non lo sappiamo. Ma sappiamo, finalmente, che un dopo esiste, e questo bastava, a Milano e altrove, per abbracciarsi con gli occhi pieni di benedette lacrime. Voglio dedicare questo giorno di felicità e di liberazione ai due o trecento ragazzini salariati che ho incontrato in piazza del Duomo al comizio di chiusura della Moratti: facevano pensare a una vecchia canzone di Gaber: “Non sanno se ridere o piangere, batton le mani”. Il set che, di qui in poi, verrà inesorabilmente smontato era anche il loro set. Vorrei tanto che anche per loro cambiasse qualcosa. Io vengo da una famiglia di destra, e non era una destra così triste. Era una destra onesta, silenziosa, sobria, borghese. È stato un bel luogo dove crescere, e un bel luogo dal quale fuggire verso la mia vita. Quello che Berlusconi ha fatto alla destra italiana è spaventoso. Non gli potrà mai essere perdonato.
venerdì 27 maggio 2011
Quello che non sappiamo ancora dei quesiti referendari
Il 12 e 13 giugno siamo convocati ad un Referendum abrogativo su quattro quesiti distinti, ma di interesse generale e su cui, anche se non abiamo raggiunto la maggiore età, conviene essere informati. A leggere i quesiti, infatti, ci si accorge che interrogano la cittadinanza su punti specifici che, in punta di diritto, evidentemente, sono limitati rispetto ai grandi temi su cui sarebbe interessante riflettere e su cui tutti devono avere un'idea.
Un buon sito, sintetico sui punti, è questo: prima dice qualcosa sul Referendum in sé: il voto è un dovere civico (art. 48) a cui tutti accedono raggiunta la maggiore età (ibid.); il referendum si indice per abrogare una legge (art. 75). Lo stato deve agevolare la partecipazione di tutti, deve garantire un'informazione adeguata (art. 3: rimozione degli ostacoli ... che limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione)!
I QUESITI
L'ACQUA. Due i quesiti sull'acqua "pubblica". Il primo interviene sull'articolo 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n.112, convertita in legge Legge 6 agosto 2008, n. 133, modificata LEGGE 23 luglio 2009, n. 99 attraverso una legge che dispone un diverso utilizzo dell'energia e dell'acqua, e modificata da altre due leggi, l'articolo 15 della legge 25 settembre 2009, n.135, convertito in legge il 20 novembre 2009, n.166. I testi in sé non sono semplicisissimi, e i diversi rimandi non semplificano le cose. Per chi volesse guardare i link, l'articolo 15 del settembre 2009 è certamente uno di quelli più ricco di cose.
Questo quesito si interroga sull'obbligo della gara e l'affidamento della gestione dell'acqua a privati (poi aggiungo qualcosa).
Il secondo quesito interroga sull'abrogazione di una riga del primo comma dell'articolo 154 del decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152. Nello specifico di quella sull'adeguatezza dela remunerazione del capitale investito. Si tatta, quindi, di eliminare dalla tariffa dell'acqua gestita dai privati il guadagno del capitale investito. A me pare evidente che, togliendo questa riga, venga meno l'interesse speculativo: non è che l'acqua sarebbe gratis, ma resterebbe la tariffa solo per il costo del servizio di gestione. Gli extra-profitti sarebbero limitati.
Sull'acqua si deve discutere parecchio, perché la legge ha trasformato una cosa che l'ONU ha recentemente definito un diritto fondamentale dell'uomo in un bene (in una merce: lo Stato che trasforma in merci ciò che gli appartiene, è uno Stato mercificato, in cui la politica è succube dell'economia). Anche il papa, nell'enciclica Caritas in Veritate ha indicato nell'acqua un diritto fondamentale per la vita. Ed è evidente che un diritto non possa essere considerato un bene.
Un sito interessante, benché puntiglioso, sui quesiti del referendum è LaVoce: due economisti ci ricordano che non è che con l'abrogazione della legge l'acqua resterà pubblica o viceversa, perché l'acqua è pubblica (lo dice anche questa legge), ma la gestione sarà privata. A me alcune cose non tornano del loro discorso, ma le questioni sollevate solo interessanti. Tuttavia credo che non si risolve il problema degli sprechi dell'acqua solo affidandola ai privati: la legge eccede il problema. Inoltre la gestione renderebbe i privati proprietari. Nel sito, guardatevi anche i commenti: alcuni sollevano questioni interessanti e le risposte ai commenti.
Di rilievo l'impegno di Alex Zanotelli sull'acqua pubblica e 2. Occorre chiedersi se vogliamo davvero mercificare tutto, o se resta qualcosa al di fuori del mercato. In fondo, io non vedo grandi motivazioni nella "privatizzazione", credo che sia possibile migliorare la qualità dell'acqua lasciandola in mano al pubblico.
IL NUCLEARE. Ancora il sito con il quesito. Tutto sommato, le cose qui sono più semplici dal punto di vista del diritto. Tuttavia qualche considerazione possiamo farla. Intanto due siti: 1, 2. Un video di Grillo dall'intervista ad AnnoZero. Secondo me occorre chiedersi se sia sensato ricorrere ad una teconologia che nessuno realizza più (nessuno costruisce più centrali nucleari) e che sembra aver raggiunto il proprio picco di funzionalità e che aprirebbe a diverse problematiche, intanto dalla localizzazione del sito di costruzione, inoltre a quello per lo smaltimento delle scorie radiattive, infine al fatto che dobbiamo importare l'uranio e, ultimo ma non ultimo, l'elevato consumo energetico della centrale nucleare. Aggiungo anche: siamo in grado di costruire centrali, ne abbiamo il know-how o dovremmo importarlo? A chi conviene sviluppare una tecnologia superata, che però permette di accumulare ingenti quantità di denaro? (Ci rassegneremo ad un presidente-costruttore...) Chi dovrebbe regolamentare l'uso di una tecnologia che comporta rischi mondiali?
LEGITTIMO IMPEDIMENTO. Ancora il sito e un altro generale. Nonostante quello che si può ritenere, considero questo punto meno rilevante degli altri, anche se, com'è ovvio, è un referendum contro Berlusconi che ha fortemente voluto questa legge e che ne usufruirà più di tutti. In effetti se in sé le cose non cambieranno, se non che si appesentirà la magistratura (e si dice tanto che vogliono il processo breve) per qualcosa di inutile, perché resteranno i magistrati a decidere sulla liceità della richiesta; tuttavia far passare anche questa significherebbe far credere a Berlusconi che può permettersi di combinare quello che vuole perché per gli italiani il rispetto della legge non è di rilievo. Si potrà poi giudicare se il legittimo impedimento sia necessario per i cittadini o se sia conveniente per pochi...
Considerate, qualora il referendum fallisca, che il governo si sentirà autorizzato a procedere e sfrutterà il fallimento ben oltre i limiti di queste leggi. Informarsi e partecipare è, quindi, estremamente importante, perché permette di riaprire un dialogo (sia con lo stato che anche tra noi) che in fase parlamentare è mancato. E, su temi così vitali, invece, sarebbe fondamentale!
Discuterne e dibatterne lontano dai modelli televisivi, diventa un modo per riappropriarci della politica e trasformare questa società...
mercoledì 16 marzo 2011
Quaresima - Pasqua 2011
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2011
“Con Cristo siete sepolti nel Battesimo,
con lui siete anche risorti” (cfr Col 2,12)
Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima, che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua, è per la Chiesa un tempo liturgico assai prezioso e importante, in vista del quale sono lieto di rivolgere una parola specifica perché sia vissuto con il dovuto impegno. Mentre guarda all’incontro definitivo con il suo Sposo nella Pasqua eterna, la Comunità ecclesiale, assidua nella preghiera e nella carità operosa, intensifica il suo cammino di purificazione nello spirito, per attingere con maggiore abbondanza al Mistero della redenzione la vita nuova in Cristo Signore (cfr Prefazio I di Quaresima).
1. Questa stessa vita ci è già stata trasmessa nel giorno del nostro Battesimo, quando, “divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo”, è iniziata per noi “l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo” (Omelia nella Festa del Battesimo del Signore, 10 gennaio 2010). San Paolo, nelle sue Lettere, insiste ripetutamente sulla singolare comunione con il Figlio di Dio realizzata in questo lavacro. Il fatto che nella maggioranza dei casi il Battesimo si riceva da bambini mette in evidenza che si tratta di un dono di Dio: nessuno merita la vita eterna con le proprie forze. La misericordia di Dio, che cancella il peccato e permette di vivere nella propria esistenza “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), viene comunicata all’uomo gratuitamente.
L’Apostolo delle genti, nella Lettera ai Filippesi, esprime il senso della trasformazione che si attua con la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, indicandone la meta: che “io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11). Il Battesimo, quindi, non è un rito del passato, ma l’incontro con Cristo che informa tutta l’esistenza del battezzato, gli dona la vita divina e lo chiama ad una conversione sincera, avviata e sostenuta dalla Grazia, che lo porti a raggiungere la statura adulta del Cristo.
Un nesso particolare lega il Battesimo alla Quaresima come momento favorevole per sperimentare la Grazia che salva. I Padri del Concilio Vaticano II hanno richiamato tutti i Pastori della Chiesa ad utilizzare “più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale” (Cost. Sacrosanctum Concilium, 109). Da sempre, infatti, la Chiesa associa la Veglia Pasquale alla celebrazione del Battesimo: in questo Sacramento si realizza quel grande mistero per cui l’uomo muore al peccato, è fatto partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo stesso Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (cfr Rm 8,11). Questo dono gratuito deve essere sempre ravvivato in ciascuno di noi e la Quaresima ci offre un percorso analogo al catecumenato, che per i cristiani della Chiesa antica, come pure per i catecumeni d’oggi, è una scuola insostituibile di fede e di vita cristiana: davvero essi vivono il Battesimo come un atto decisivo per tutta la loro esistenza.
2. Per intraprendere seriamente il cammino verso la Pasqua e prepararci a celebrare la Risurrezione del Signore - la festa più gioiosa e solenne di tutto l’Anno liturgico - che cosa può esserci di più adatto che lasciarci condurre dalla Parola di Dio? Per questo la Chiesa, nei testi evangelici delle domeniche di Quaresima, ci guida ad un incontro particolarmente intenso con il Signore, facendoci ripercorrere le tappe del cammino dell’iniziazione cristiana: per i catecumeni, nella prospettiva di ricevere il Sacramento della rinascita, per chi è battezzato, in vista di nuovi e decisivi passi nella sequela di Cristo e nel dono più pieno a Lui.
La prima domenica dell’itinerario quaresimale evidenzia la nostra condizione dell’uomo su questa terra. Il combattimento vittorioso contro le tentazioni, che dà inizio alla missione di Gesù, è un invito a prendere consapevolezza della propria fragilità per accogliere la Grazia che libera dal peccato e infonde nuova forza in Cristo, via, verità e vita (cfr Ordo Initiationis Christianae Adultorum, n. 25). E’ un deciso richiamo a ricordare come la fede cristiana implichi, sull’esempio di Gesù e in unione con Lui, una lotta “contro i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12), nel quale il diavolo è all’opera e non si stanca, neppure oggi, di tentare l’uomo che vuole avvicinarsi al Signore: Cristo ne esce vittorioso, per aprire anche il nostro cuore alla speranza e guidarci a vincere le seduzioni del male.
Il Vangelo della Trasfigurazione del Signore pone davanti ai nostri occhi la gloria di Cristo, che anticipa la risurrezione e che annuncia la divinizzazione dell’uomo. La comunità cristiana prende coscienza di essere condotta, come gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, “in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1), per accogliere nuovamente in Cristo, quali figli nel Figlio, il dono della Grazia di Dio: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (v. 5). E’ l’invito a prendere le distanze dal rumore del quotidiano per immergersi nella presenza di Dio: Egli vuole trasmetterci, ogni giorno, una Parola che penetra nelle profondità del nostro spirito, dove discerne il bene e il male (cfr Eb 4,12) e rafforza la volontà di seguire il Signore.
La domanda di Gesù alla Samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4,7), che viene proposta nella liturgia della terza domenica, esprime la passione di Dio per ogni uomo e vuole suscitare nel nostro cuore il desiderio del dono dell’ “acqua che zampilla per la vita eterna” (v. 14): è il dono dello Spirito Santo, che fa dei cristiani “veri adoratori” in grado di pregare il Padre “in spirito e verità” (v. 23). Solo quest’acqua può estinguere la nostra sete di bene, di verità e di bellezza! Solo quest’acqua, donataci dal Figlio, irriga i deserti dell’anima inquieta e insoddisfatta, “finché non riposa in Dio”, secondo le celebri parole di sant’Agostino.
La “domenica del cieco nato” presenta Cristo come luce del mondo. Il Vangelo interpella ciascuno di noi: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. “Credo, Signore!” (Gv 9,35.38), afferma con gioia il cieco nato, facendosi voce di ogni credente. Il miracolo della guarigione è il segno che Cristo, insieme alla vista, vuole aprire il nostro sguardo interiore, perché la nostra fede diventi sempre più profonda e possiamo riconoscere in Lui l’unico nostro Salvatore. Egli illumina tutte le oscurità della vita e porta l’uomo a vivere da “figlio della luce”.
Quando, nella quinta domenica, ci viene proclamata la risurrezione di Lazzaro, siamo messi di fronte al mistero ultimo della nostra esistenza: “Io sono la risurrezione e la vita… Credi questo?” (Gv 11,25-26). Per la comunità cristiana è il momento di riporre con sincerità, insieme a Marta, tutta la speranza in Gesù di Nazareth: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (v. 27). La comunione con Cristo in questa vita ci prepara a superare il confine della morte, per vivere senza fine in Lui. La fede nella risurrezione dei morti e la speranza della vita eterna aprono il nostro sguardo al senso ultimo della nostra esistenza: Dio ha creato l’uomo per la risurrezione e per la vita, e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini, alla loro esistenza personale e al loro vivere sociale, alla cultura, alla politica, all’economia. Privo della luce della fede l’universo intero finisce rinchiuso dentro un sepolcro senza futuro, senza speranza.
Il percorso quaresimale trova il suo compimento nel Triduo Pasquale, particolarmente nella Grande Veglia nella Notte Santa: rinnovando le promesse battesimali, riaffermiamo che Cristo è il Signore della nostra vita, quella vita che Dio ci ha comunicato quando siamo rinati “dall’acqua e dallo Spirito Santo”, e riconfermiamo il nostro fermo impegno di corrispondere all’azione della Grazia per essere suoi discepoli.
3. Il nostro immergerci nella morte e risurrezione di Cristo attraverso il Sacramento del Battesimo, ci spinge ogni giorno a liberare il nostro cuore dal peso delle cose materiali, da un legame egoistico con la “terra”, che ci impoverisce e ci impedisce di essere disponibili e aperti a Dio e al prossimo. In Cristo, Dio si è rivelato come Amore (cfr 1Gv 4,7-10). La Croce di Cristo, la “parola della Croce” manifesta la potenza salvifica di Dio (cfr 1Cor 1,18), che si dona per rialzare l’uomo e portargli la salvezza: amore nella sua forma più radicale (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Attraverso le pratiche tradizionali del digiuno, dell’elemosina e della preghiera, espressioni dell’impegno di conversione, la Quaresima educa a vivere in modo sempre più radicale l’amore di Cristo. Il digiuno, che può avere diverse motivazioni, acquista per il cristiano un significato profondamente religioso: rendendo più povera la nostra mensa impariamo a superare l’egoismo per vivere nella logica del dono e dell’amore; sopportando la privazione di qualche cosa - e non solo di superfluo - impariamo a distogliere lo sguardo dal nostro “io”, per scoprire Qualcuno accanto a noi e riconoscere Dio nei volti di tanti nostri fratelli. Per il cristiano il digiuno non ha nulla di intimistico, ma apre maggiormente a Dio e alle necessità degli uomini, e fa sì che l’amore per Dio sia anche amore per il prossimo (cfr Mc 12,31).
Nel nostro cammino ci troviamo di fronte anche alla tentazione dell’avere, dell’avidità di denaro, che insidia il primato di Dio nella nostra vita. La bramosia del possesso provoca violenza, prevaricazione e morte; per questo la Chiesa, specialmente nel tempo quaresimale, richiama alla pratica dell’elemosina, alla capacità, cioè, di condivisione. L’idolatria dei beni, invece, non solo allontana dall’altro, ma spoglia l’uomo, lo rende infelice, lo inganna, lo illude senza realizzare ciò che promette, perché colloca le cose materiali al posto di Dio, unica fonte della vita. Come comprendere la bontà paterna di Dio se il cuore è pieno di sé e dei propri progetti, con i quali ci si illude di potersi assicurare il futuro? La tentazione è quella di pensare, come il ricco della parabola: “Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni…”. Conosciamo il giudizio del Signore: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12,19-20). La pratica dell’elemosina è un richiamo al primato di Dio e all’attenzione verso l’altro, per riscoprire il nostro Padre buono e ricevere la sua misericordia.
In tutto il periodo quaresimale, la Chiesa ci offre con particolare abbondanza la Parola di Dio. Meditandola ed interiorizzandola per viverla quotidianamente, impariamo una forma preziosa e insostituibile di preghiera, perché l’ascolto attento di Dio, che continua a parlare al nostro cuore, alimenta il cammino di fede che abbiamo iniziato nel giorno del Battesimo. La preghiera ci permette anche di acquisire una nuova concezione del tempo: senza la prospettiva dell’eternità e della trascendenza, infatti, esso scandisce semplicemente i nostri passi verso un orizzonte che non ha futuro. Nella preghiera troviamo, invece, tempo per Dio, per conoscere che “le sue parole non passeranno” (cfr Mc 13,31), per entrare in quell’intima comunione con Lui “che nessuno potrà toglierci” (cfr Gv 16,22) e che ci apre alla speranza che non delude, alla vita eterna.
In sintesi, l’itinerario quaresimale, nel quale siamo invitati a contemplare il Mistero della Croce, è “farsi conformi alla morte di Cristo” (Fil 3,10), per attuare una conversione profonda della nostra vita: lasciarci trasformare dall’azione dello Spirito Santo, come san Paolo sulla via di Damasco; orientare con decisione la nostra esistenza secondo la volontà di Dio; liberarci dal nostro egoismo, superando l’istinto di dominio sugli altri e aprendoci alla carità di Cristo. Il periodo quaresimale è momento favorevole per riconoscere la nostra debolezza, accogliere, con una sincera revisione di vita, la Grazia rinnovatrice del Sacramento della Penitenza e camminare con decisione verso Cristo.
Cari fratelli e sorelle, mediante l’incontro personale col nostro Redentore e attraverso il digiuno, l’elemosina e la preghiera, il cammino di conversione verso la Pasqua ci conduce a riscoprire il nostro Battesimo. Rinnoviamo in questa Quaresima l’accoglienza della Grazia che Dio ci ha donato in quel momento, perché illumini e guidi tutte le nostre azioni. Quanto il Sacramento significa e realizza, siamo chiamati a viverlo ogni giorno in una sequela di Cristo sempre più generosa e autentica. In questo nostro itinerario, ci affidiamo alla Vergine Maria, che ha generato il Verbo di Dio nella fede e nella carne, per immergerci come Lei nella morte e risurrezione del suo Figlio Gesù ed avere la vita eterna.
sabato 12 marzo 2011
Le tentazioni che ci allontanano dalla vocazione
"Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, / ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, / ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, / perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo/ e a lui solo rendi culto».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano."
Commento (qui un altro)
Nessun altro era presente; prima di incominciare il proprio ministero pubblico, lo Spirito spinge e guida Gesù in un deserto di preghiera e digiuno. Utile sì per incontrare il Padre e relazionarsi al meglio con lui, ma è ascesi faticosa: trascorsi quaranta giorni è affamato ed indebolito. In quel momento si avvicina il diavolo per tentarlo. Lo stesso capita all'uomo, quando la fiacchezza spirituale (sovente di chi si riempie di cose, ma si svuota d'animo) torna a farsi pressante in noi.
Le tre tentazioni sono quelle proprie del ministero di Gesù: la prima riguarda la fame. Gesù, pane di vita eterna, nel progetto del diavolo rischia di diventare un fornaio piuttosto che il Salvatore. La sua consapevolezza, la sua forza consiste nel sapere qual è il pane che sfama davvero la nostra penuria, e non di confondere le pietre per cibo. Il pane vero è altro: c'è un cibo più grande e c'è un'umanità più profonda, che va al di là del proprio stomaco. Alla prima tentazione, si risponde con l'intelligenza della distinzione: Gesù ci chiede di resistere al desiderio viscerale e cercare nel cibo spirituale la salvezza.
La seconda riguarda l'impegno nella propria vita. Noi sappiamo che per realizzare qualcosa di sé, occorrerà impegnarci e affrontare momenti di sofferenza. Il diavolo qui propone a Gesù una scorciatoia "gloriosa". Tuttavia quella demoniaca è una scorciatoia senza via d'uscita, sembra più facile, ma non realizza davvero la vita dell'uomo; lo conduce nel gorgo dell'abisso, lo imprigiona. L'esempio di Gesù ci mostra che solo sapendo affrontare le difficoltà, anche noi sapremo condurre bene la nostra vita, trovando il vero bene. Nell'adorazione del Signore troviamo la via per una felicità beata.
Anche la terza tentazione è umanissima: mettere alla prova l'amore di Dio per noi. Nelle intenzioni del demonio, però, c'è di più: il tentativo di mutare la nostra relazione di figli con Dio, plasmandola secondo i nostri desideri. Ci invita a fare un idolo di Dio, affinché possa poi subentrargli e sostituirsi a lui per guidarci. E' la ricerca della reiterazione della tentazione: lontani da Dio, spaventati nel mondo, gli uomini cercano un appiglio e le attenzioni del diavolo ci sviano dalla buona strada. Non che Dio non ci cerchi con la stessa costanza, al contrario. Ma noi, avendolo cacciato dai nostri cuori e sostituito con un dio-stracchino, non lo riconosciamo più.
Il diavolo esiste e cerca di allontanarci dalla nostra vita, cioè dall'amore di Dio, dalla nostra vocazione. Gesù, tuttavia, sa quello a cui andremo incontro e ci mostra un modo per superare le tentazioni. Durante la Quaresima in particolare siamo chiamati a oltrepassare le tentazioni, nell'attesa del Pane che ci sfami...
mercoledì 26 gennaio 2011
Cercando un fine liberi dalle mode
Don Milani, priore di Barbiana, nella sua esperienza pastorale, ci sottopone due gravi questioni antropologiche e politiche: il primato della coscienza sulla legge e la reale disuguaglianza dell'uomo. Risponde ad entrambe con due tra i testi testi più profetici del secolo passato; come ovvio, un testo profetico è qualcosa che va oltre la lettera di ciò che dice e il significato che veicola agisce nella storia oltre ogni aspettativa. Sia Lettera ai giudici (di cui parlammo un anno fa), che Lettera ad una professoressa hanno significato e hanno agito nella società italiana più di tanti altri testi e, ancora oggi, possono dirci delle cose sulla nostra vita che sono attualissime. Basta saperle trovare (e volerlo). Entrambi hanno offerto occasione di approfondimento per intere generazioni, momenti di riflessione per ripartire e tentare di costruire una società diversa. Sono, inoltre, scritti sui poveri, scritti dai poveri: è la rivoluzione non pensata dall'alto, ma voluta e costruita dal basso; ben al di là del comunismo e di ogni altro tentativo umano. E' profetico e, in parte, incomprensibile, ma affascinante per lo squarcio sul futuro che ci offre.
Nel testo letto stasera, don Milani insiste sul rilievo della parola: lottare contro la moda del disimpegno e dello svago, per impadronirsi della parola e usarla opportunamente. Per diventare sovrani, per agire con responsabilità e per vivere bene nella società, da esseri consapevoli, non da bestie che seguono la massa. Le nostre parole sono le nostre idee: siamo noi. E la capacità di conoscere le parole giuste da impiegare ci offre la possibilità di raccontare e conoscere meglio noi stessi. Don Milani non si sofferma sulla conoscenza della parola (che già è molto: la teoria è la capacità di osservare e conoscere il mondo); ma sottolinea l'importanza di esercitare quella teoria nella vita. Così vale per noi: le riflessioni che compiamo a scuola ci servono nella vita se le sappiamo trasporre nel nostro vissuto. Se siamo intelligenti!!! Studiare ha un rilievo pratico: l'intelligenza vale nella vita.
E ancora ci accorgiamo di quanto sia attuale nell'esempio della pubblicità, che crea quel dislivello per cui ci sentiamo sempre inferiori e sempre nella condizione di dover inseguire, e nell'esempio di quei programmi, come Kalispera, in cui ci viene trasmesso il messaggio che solo chi ha il denaro può permettersi di essere felice e che tutti gli altri sono sudditi che devono obbedire e ammirare il padrone da lontano.
E' facile rendersi conto che il messaggio di don Milani, dell'essere tutti sovrani, non può che essere in antitesi rispetto ad un berlusconismo che adora il potere del capo verso cui agire in modo succube. In una vita in cui contano solo i cinque minuti di notorietà, e tutto il resto è spazzatura.
Don Milani è radicale: è vero il contrario: contano tutti i momenti della nostra vita, tanto che le dis-trazioni ci allontanano dal senso e dal fine della nostra vita e ci rendono prigionieri della moda.
Sfuggire alle mode per essere liberi significa sapersi costruire la propria libertà nell'esercizio della ragione e dell'intelligenza: nella cultura insegnata a scuola: questo è il fine della scuola. Imparare per costruirsi una propria personalità, non monolitica, ma capace di stare nel mondo. Avere un maestro, riconoscersi piccoli e bisognosi dei consigli, della comprensione di qualcun altro.
Qualche maestro che sappia insegnarci a sperare, a credere, che ci scaldi il cuore e ci sappia indicare una via d'amore da percorrere; nell'attenzione all'altro, quindi. Non in una vita vissuta da solo, convinti di poter costruirsi senza il bisogno di altri, ma in una comunità di relazioni... E ci accorgiamo di quanto abbiamo bisogno di avere un cuore caldo quando qualcosa non ci importa, quando qualcosa ci sembra già fatto perché non abbiamo voglia di esercitarci sopra; quando non sappiamo andare oltre al nostro naso e ci accontentiamo di rifare le cose uguali da mille anni, come le rondini.
Inoltre, contro le mode, don Milani ci invita a non inseguire solo il successo nella nostra vita: ad avere un fine più alto. Senza negare l'importanza di impegnarsi con tutte le proprie buone qualità in quello che ci piace e per quello che vorremmo fare, l'importante è saper individuare i nostri limiti. Ed essere consapevoli che quello che darà completezza al nostro diventare adulti, uomini e donne importanti, non sarà solo l'essere i massimi esperti di qualcosa (men che mai l'essere diventato "qualcuno di famoso" con chissà quali escamotage: oggi ne abbiamo vari esempi), non l'aver trovato il lavoro più remunerativo: saremo uomini e donne importanti se saremo davvero sovrani: se non avremo gli occhi foderati di prosciutto e se saremo in grado di guardarci attorno e impiegare le nostre conoscenze per gli altri, con gli altri, per la società in cui viviamo.
Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte. Siamo persone, non individui; siamo persone in relazione con gli altri.
E don Milani ci ricorda che nelle relazioni possiamo usare l'intelligenza, non per cercare quelle relazioni sciocche e vuote per riempire del tempo che non vogliamo impegnare, ma per cercare delle relazioni di senso.
Liberi per cercare un senso: il fine della vita. Scegliere un senso...
martedì 4 gennaio 2011
L'Aquila 2011: le cose migliorano...
L'AQUILA. «Le difficoltà ci sono nel Comune dell'Aquila: mancano indirizzi chiari, non si trovano interlocutori, si nota una litigiosità estrema dentro l'amministrazione e nei rapporti con altre istituzioni, diocesi compresa».
A parlare non è il commissario GianniChiodi, nemmeno il vicecommissario Antonio Cicchetti o il capo della struttura tecnica di missione architetto Gaetano Fontana, tantomeno un esponente del governo nazionale. Forse sarà un rappresentante degli agguerriti comitati cittadini? No neanche. A parlare così è monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiana, che ha rilasciato una intervista al settimanale cattolico Famiglia Cristiana. Un attacco durissimo al Comune e ai suoi vertici politici. Un attacco che non arriva a sorpresa. L'arcivescovo Giuseppe Molinari e l'ausiliare Giovanni D'Ercole non hanno mai nascosto in questi mesi una certa insofferenza per le indecisioni del Comune rispetto all'approvazione dei progetti presentati dalla Caritas per realizzare strutture che vanno dalle chiese, alle scuole, ai centri sociali e di accoglienza.
Monsignor D'Ercole nelle ultime settimane ha cercato in tutti i modi di mediare e di ritrovare una unità di intenti con l'amministrazione comunale. L'intervista di Nozza non contribuisce certo a rasserenare i rapporti.
Il direttore della Caritas nell'intervista tutta dedicata alla ricostruzione dell'Aquila e degli altri paesi del cratere esordisce così: «All'Aquila avremmo potuto fare molto di più. Noi abbiamo le risorse, i soldi che ci hanno dato i cittadini italiani. Ma abbiamo realizzato poche cose. E non per colpa nostra. Abbiamo raccolto quasi 29 milioni di euro a cui vanno aggiunti 5 milioni di euro offerti dalla conferenza episcopale italiana. Abbiamo costruito scuole, centri comunitari, soprattutto nei Comuni più piccoli. I problemi maggiori li abbiamo avuti con il Comune dell'Aquila». L'intervistatore Alberto Bobbio chiede il perché. «Non sappiamo» dice il direttore della Caritas «ma la realtà è la seguente: abbiamo presentato 17 progetti all'inizio dell'anno (2010 ndr) al Comune per realizzare interventi su terreni di proprietà della diocesi e di parrocchie per dieci milioni di euro. Per mesi non abbiamo avuto risposte dagli uffici amministrativi del Comune. Poi, stufi di aspettare, abbiamo lanciato un ultimatum: risposte entro l'estate altrimenti avremmo destinato il denaro altrove. Ebbene su 17 progetti ne è stato ammesso uno solo per un milione e 200mila euro, un edificio di edilizia sociale. Il resto è tutto fermo ed è un paradosso perchè noi abbiamo i soldi, i progetti disegnati e le ditte pronte. Nel resto del cratere c'è
maggiore disponibilità, con le amministrazioni comunali più piccole abbiamo trovato migliori intese».
Nozza parla anche della ricostruzione più in generale e anche in questo caso le sue valutazioni non sono positive: «Purtroppo, mancano le idee. Si sono spesi troppi soldi per la cosiddetta messa in sicurezza e oggi il rischio reale è di consolidare nel tempo soltanto una precarietà generale. Le casette del governo hanno permesso solo a poche persone di trovare una soluzione. In realtà si sono spesi tantissimi soldi ma non si è progettata la ricostruzione. E poi ho l'impressione che la gente sia stata abbandonata a se stessa e si siano divise le comunità. Troppi ancora vivono negli alberghi, molta gente ha abbandonato L'Aquila forse per sempre. Mancano piani di rientro. Inoltre quasi due anni di abbandono delle zone colpite con le zone rosse in balìa di intemperie, hanno lasciato cicatrici indelebili».
Alla domanda su che cosa ha fatto la Caritas negli ultimi mesi il direttore dice: «Intanto non ha abbandonato la gente. Abbiamo aperto moltissimi centri di ascolto. I nostri volontari, quando la macchina dell'emergenza ha lasciato L'Aquila, sono rimasti. Il problema non è solo di ricostruire le case ma anche la vita. Abbiamo impostato una attività sul lungo periodo, progetti stabili in collaborazione con la Chiesa locale. L'idea è stata di dotare la diocesi di un polo della carità e per questo stiamo sollecitando la diocesi a fare una fondazione 3 gennaio 2011
diocesana per la gestione delle opere caritative».
Un'ultima domanda è sul ruolo della magistratura e se tale ruolo ha rallentato la ricostruzione. «Non è questo il punto» dice Nozza «noi abbiamo visto in questi mesi un mischiarsi di contraddizioni burocratiche e molti rischi di pratiche non corrette abbiamo sempre tenuto il punto sulle regole anche davanti a chi ci consigliava percorsi più rapidi ma non chiari. Abbiamo assegnato lavori a ditte che avessero tutte le garanzie comprese quelle antimafia. I funzionari della Caritas hanno seguito i lavori passo passo compresi i controlli nei cantieri. Ci siamo tenuti alla larga da sollecitazioni e spinte. Forse questo ha rallentato qualche progetto ma lo abbiamo fatto per rispetto della gente che ha donato alla Caritas così tanti soldi». Il sindaco Cialente ieri era in vacanza.
Oggi torna e troverà anche questa gatta da pelare. Famiglia Cristiana è uno dei settimanali più letti in Italia. Fondate o non fondate si tratta di critiche molto dure. L'Aquila non ci fa una gran bella figura.
giovedì 23 dicembre 2010
Buon Natale: una novità!
Non crediate che l'amore, per essere autentico, debba essere straordinario. Quello di cui abbiamo bisogno è di amare senza stancarci.
Come arde una lampada?
Mediante il continuo alimento di piccole gocce d'olio. Se le gocce d'olio finiscono, la luce della lampada cesserà, e lo sposo dirà: "Non ti conosco!"
Che cosa sono queste goce d'olio delle nostre lampade?
Sono le piccole cose della vita di ogni giorno: la fedeltà, la puntualità, le piccole parole amabili, un pensiero per gli altri, il nostro modo di fare silenzio, di guardare, di parlare e di agire.
Ecco le vere gocce d'amore che mantengono accesa la nostra vita religiosa con una fiamma molto viva.
Non certcate Gesù lontano da voi: Egli non sta lontano. Sta in voi.
Mantenete accesa la lampada e lo riconoscerete.
Madre Teresa, La gioia di darsi agli altri, p. 131
domenica 19 dicembre 2010
Discorso sul Metodo (p. II)
Ma come fa un uomo che cammina da solo nelle tenebre, decisi di procedere così lentamente e di adoperare in ogni cosa tanta prudenza da evitare almeno di cadere, pur avanzando assai poco. Non volli neppure cominciare a respingere del tutto nessuna delle opinioni che potevano essersi già introdotte fra le mie convinzioni senza passare attraverso la ragione, se non avessi prima impiegato il tempo necessario a disegnare il piano dell'opera a cui mi accingevo, e a cercare il vero metodo per arrivare a conoscere tutte le cose di cui la mia intelligenza fosse capace.
Quando ero più giovane avevo studiato un poco, tra le parti della filosofia, la logica, e, delle matematiche, l'analisi geometrica e l'algebra, tre arti o scienze che sembrava dovessero contribuire in qualche modo al mio disegno. Ma esaminandole, mi accorsi che, per quanto riguarda la logica, i suoi sillogismi e la maggior parte dei suoi precetti servono, piuttosto che ad apprendere, a spiegare ad altri le cose che si sanno, o anche, come l'arte di Lullo, a parlare senza giudizio di quelle che si ignorano. E benché contenga di fatto numerosi precetti molto veri e molto buoni, a questi se ne mescolano altrettanti che sono nocivi o superflui, sicché è quasi altrettanto difficile districarne i primi quanto tirarne fuori una Diana o una Minerva da un blocco di marmo non ancora sbozzato. Per quanto mi riguarda poi l'analisi degli antichi e l'algebra dei moderni, oltre al fatto che si riferiscono solo a oggetti molto astratti e che non sembrano avere nessuna utilità, la prima è sempre così strettamente unita alla considerazione delle figure, che non può esercitare l'intelletto senza una gran fatica per l'immaginazione; e nell'altra ci si è resi schiavi di certe regole e formule tanto da farla diventare un arte confusa e oscura che impaccia l'ingegno invece che una scienza che l'accresce. Perciò pensai che fosse necessario cercare un altro metodo che, raccogliendo i pregi di queste tre, fosse immune dai loro difetti. E come un gran numero di leggi riesce spesso a procurare scuse ai vizi, tanto che uno stato è molto meglio ordinato quando, avendone assai poche, vi sono rigorosamente osservate; così, in luogo del gran numero di regole di cui si compone la logica, ritenni che mi sarebbero bastate le quattro seguenti, purché prendessi la ferma e costante decisione di non mancare neppure una volta di osservarle.
La prima regola era di non accettare mai nulla per vero, senza conoscerlo evidentemente come tale: cioè di evitare scrupolosamente la precipitazione e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi niente più di quanto si fosse presentato alla mia ragione tanto chiaramente e distintamente da non lasciarmi nessuna occasione di dubitarne.
La seconda, di dividere ogni problema preso in esame in tante parti quanto fosse possibile e richiesto per risolverlo più agevolmente.
La terza, di condurre ordinatamente i miei pensieri cominciando dalle cose più semplici e più facili a conoscersi, per salire a poco a poco, come per gradi, sino alla conoscenza delle più complesse; supponendo altresì un ordine tra quelle che non si precedono naturalmente l'un l'altra.
E l'ultima, di fare in tutti i casi enumerazioni tanto perfette e rassegne tanto complete, da essere sicuro di non omettere nulla.
Quelle lunghe catene di ragionamenti, tutti semplici e facili, di cui sogliono servirsi i geometri per arrivare alle più difficili dimostrazioni, mi avevano indotto a immaginare che tutte le cose che possono rientrare nella conoscenza umana si seguono l'un l'altra allo stesso modo, e che non ce ne possono essere di così remote a cui alla fine non si arrivi, né di così nascoste da non poter essere scoperte; a patto semplicemente di astenersi dall'accettarne per vera qualcuna che non lo sia, e di mantenere sempre l'ordine richiesto per dedurre le une dalle altre. Né mi fu molto difficile la ricerca di quelle da cui bisognava cominciare: sapevo già infatti che dovevano essere le più semplici e facili a conoscersi; e considerando che di tutti coloro che hanno finora cercato le verità nelle scienze solo i matematici han potuto trovare qualche dimostrazione, e cioè delle ragioni certe ed evidenti, non dubitavo che avrei dovuto incominciare dalle stesse cose prese in esame da loro; anche se non speravo di ricavarne nessun'altra utilità se non quella di abituare la mia mente a nutrirsi di verità e a non contentarsi di false ragioni.
Ma non volevo, con questo, mettermi a imparare tutte quelle scienze particolari che son dette comunemente matematiche; e vedendo che, sebbene i loro oggetti siano diversi, pure concordano tutte tra loro nel considerare soltanto le varie proporzioni o rapporti in essi racchiusi, pensai che fosse meglio esaminare soltanto queste proporzioni in generale, supponendole solo in oggetti che potessero rendermene la conoscenza più agevole, ma non limitandole in nessun modo a questi ultimi, e questo per riuscire in seguito ad applicarle altrettanto bene a tutti gli altri cui potessero convenire. Poi, essendomi accorto che per conoscerle avrei avuto bisogno a volte di considerarle ognuna in particolare, a volte di ricordarle soltanto o di comprenderne molte insieme, pensai che, per meglio studiarle in particolare, dovevo raffigurarle in forma di linee, giacché non trovai niente di più semplice o che potessi più distintamente rappresentare alla mia immaginazione e ai miei sensi; e per ricordarle e per comprenderne molte insieme, dovevo invece esprimerle con qualche cifra tra le più brevi possibili. In questo modo avrei colto tutto il meglio dell'analisi geometrica e dell'algebra e corretto i difetti dell'una con l'altra.
Oso dire che la scupolosa osservanza dei pochi precetti che avevo scelto mi rese così facile la soluzione di tutti i problemi di quelle due scienze, che nei due o tre mesi dedicati a studiarli, avendo iniziato dai più semplici e generali, e diventando ogni verità che acquistavo una regola che mi consentiva di trovarne in seguito altre, non soltanto venni a capo di molte questioni che un tempo avevo giudicato assai difficili, ma mi sembrò anche, verso la fine, che avrei potuto stabilire, anche per quelle che ignoravo, con quali mezzi e fino a che punto fosse possibile risolverle. E in questo non vi sembrerò forse troppo vanitoso, se considererete che, essendoci di ogni cosa una sola verità, chiunque la trovi ne sa tanto quanto se ne può sapere; come, per esempio, un ragazzo che ha imparato l'aritmetica, fatta una addizione seguendo le sue regole, può essere certo di aver trovato, a proposito della somma cercata, tutto quel che l'intelligenza umana può trovarne. Perché insomma il metodo che ci insegna a seguire il vero ordine e a enumerare esattamente tutti i dati di quel che si cerca, contiene tutto ciò che dà certezza alle regole dell'aritmetica.
Ma quel che mi soddisfaceva di più in questo metodo era il fatto che, grazie ad esso, ero certo di usare sempre la mia ragione, se non perfettamente, almeno nel miglior modo possibile per me; e adoperandolo sentivo anche che il mio intelletto si abituava a poco a poco a concepire più nettamente e distintamente i suoi oggetti, e che, non avendolo limitato a nessun oggetto in particolare, potevo sperare di applicarlo alle difficoltà delle altre scienze con altrettanto successo, come mi era accaduto con quelle dell'algebra. Non che per questo osassi affrontare subito l'esame di tutti i problemi che si potessero presentare: sarebbe stato contrario proprio all'ordine prescritto dal metodo. Ma avendo considerato che i loro princìpi dovevano derivare tutti dalla filosofia, nella quale non ne trovavo ancora di certi, pensai che fosse necessario per me prima di tutto cercare di stabilirne qualcuno; e che essendo questa la cosa al mondo più importante in cui l'anticipazione e la precipitazione sono più da temere, non dovevo tentare di venirne a capo prima di aver raggiunto una età ben più matura dei ventitre anni che avevo allora. Avrei prima impiegato molto tempo a prepararmi a questo compito, sia sradicando dalla mia mente tutte le false opinioni che avevo già ricevuto, sia accumulando molte esperienze, destinate a diventare in seguito materia dei miei ragionamenti; e questo, continuando a esercitarmi nel metodo che mi ero prescritto, per acquistare in esso una sempre maggiore sicurezza.
R. Descartes, Discours de la Méthode, II.
mercoledì 8 dicembre 2010
Dal messaggio di Benedetto XVI agli studenti inglesi del 17 settembre 2010
Forse alcuni pensano che essere santi non sia per loro. Lasciatemi spiegare cosa intendo dire. Quando si è giovani, si è soliti pensare a persone che stimiamo e ammiriamo, persone alle quali vorremmo assomigliare. Potrebbe trattarsi di qualcuno che incontriamo nella nostra vita quotidiana e che teniamo in grande stima. Oppure potrebbe essere qualcuno di famoso. Viviamo in una cultura della celebrità ed i giovani sono spesso incoraggiati ad avere come modello figure del mondo dello sport o dello spettacolo. Io vorrei farvi questa domanda: quali sono le qualità che vedete negli altri e che voi stessi vorreste maggiormente possedere? Quale tipo di persona vorreste davvero essere?
Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi di seconde scelte. Vi sto chiedendo di non perseguire un obiettivo limitato, ignorando tutti gli altri. Avere soldi rende possibile essere generosi e fare del bene nel mondo, ma, da solo, non è sufficiente a renderci felici. Essere grandemente dotati in alcune attività o professioni è una cosa buona, ma non potrà mai soddisfarci, finché non puntiamo a qualcosa di ancora più grande. Potrà renderci famosi, ma non ci renderà felici. La felicità è qualcosa che tutti desideriamo, ma una delle grandi tragedie di questo mondo è che così tanti non riescono mai a trovarla, perché la cercano nei posti sbagliati. La soluzione è molto semplice: la vera felicità va cercata in Dio.
[to be continued...]
sabato 20 novembre 2010
Il consumismo ti consuma; la sobrietà non è povertà e l'accumulo non è felicità
Noto slogan, citato tra l'altro da Z. Bauman in Vite di corsa, esemplifica tra la condizione attuale che viviamo in Italia, in cui la pubblicità e gli atteggiamenti della pubblicità dominano sulla politica e in tutti i campi della vita dell'uomo. Si assiste al detrimento del nostro essere uomini, perché il consumismo vive sulla "vegetazione" di desideri inappagati: la non soddisfazione è la realizzazione apicale del consumismo.
Inapaggati e inappagabili, poiché inseriti in un flusso continuo di novità e di cambiamento in cui i soggetti non hanno più appiglio cui aggrapparsi e non hanno più tempo per sé; entro questo flusso casuale (che riguarda non solo pochi ambiti della società, ma la maggior parte di essa) creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive è sempre più difficile e i frammenti prendono il sopravvento e le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell'inarrestabile corrente del denaro. La società dei consumi, la nostra, ci inserisce all'interno di un flusso in cui manca la sostanzialità delle cose. Di conseguenza anche i nostri sentimenti vengono bruciati perché eguagliati a tutto il resto: spazzatura e affetto si somigliano nel rapido vortice del consumismo.
Spreco, eccesso e inganno vanno di pari passo. E la nostra vita, caratterizzata dalla brevità, dal transitorio e dall'oblio, è un incerto vagare tra mille cose, tutte inutili e incapaci di permetterci di conoscere noi stessi.
Annegati nel mare del superfluo, in cui è il denaro a indicarci quale via seguire, si vive in condizioni di straziante ed incurabile incertezza, perché minacciati di restare indietro, di venire esclusi dal gioco della società, ecc. Prendere la vita a frammenti non può essere la nostra soluzione, né farci governare dal denaro...
mercoledì 22 settembre 2010
L'Aquila, l'ultimo custode della città distrutta - Un'analisi sul terremoto e sui danni della politica
Commento su La Repubblica di un libro di Erbani sull'Aquila: Disastro...
Il racconto parte dalla notte del 6 aprile 2009 e arriva fino ad oggi. Passando per le speculazioni degli affaristi, le new town, il rischio di diventare come Pompei. ll silenzio non mi fa paura. Mi fa paura la città che muore. In poche ore, dopo il sisma, 45 mila persone sono scomparse dalla città. Da oltre un anno sono l´unico abitante del centro storico». Raffaele Colapietra, anni 80, una vita passata a insegnare storia all´università di Salerno, è il simbolo di un´Aquila che dopo il terremoto ha difeso la propria identità e cercato un futuro. È anche il “testimone chiave” de Il disastro. L´Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe, scritto da Francesco Erbani, edizioni Laterza. Questa almeno l´impressione, dopo la lettura delle 164 pagine. Il racconto parte da quella notte del 6 aprile 2009 e arriva ai giorni nostri. Ci sono la morte e il dolore, «la cricca» che ride, gli affari, le new town che sorgono e deturpano le campagne e le montagne, i vecchi che negli hotel della costa e del Gran Sasso aspettano un ritorno a casa che non arriverà mai. Ma il professor Colapietra resta sempre “dentro”, e anche quando Francesco Erbani scrive del Friuli e dell´Irpinia, delle scelte fatte in questi luoghi lontani, viene naturale chiedersi: che direbbe, il professore?
Un appartamento a piano terra, in un palazzina bassa costruita a metà del Novecento. Questo il “fortino” di Raffaele Colapietra, il suo punto di osservazione di una città che rischia di diventare come Pompei. «Per cacciarmi hanno minacciato di usare la forza. Sono venuti quelli della Protezione civile e i vigili del fuoco. Un giorno mi hanno mandato anche uno psicologo. Ma io ho detto: il terremoto non c´è più, resto qui». Dalle finestre la vista del Gran Sasso e delle altre abitazioni abbandonate. «Molti di questi edifici con pochi soldi si sarebbero potuti riparare fin da subito. Tanta gente avrebbe potuto tornare a casa a giugno, luglio o anche a settembre del 2009. Quanti soldi avrebbe potuto risparmiare lo Stato che invece manteneva migliaia di persone negli alberghi di Giulianova o a Lanciano? E che valore simbolico avrebbe avuto il rientro in città di cento, cinquanta o anche solo dieci famiglie?». Ha continuato a lavorare, il professore. Dopo il sisma ha scritto, assieme a Mario Centofanti, Aquila, dalla fondazione alla renovatio urbis. Della propria città conosce ogni pietra e ogni documento. Quando esce, per mangiare un boccone in un hotel ancora pieno di sfollati o per comprare il cibo per i suoi gatti, cerca di non vedere i turisti del macabro. «In centro ora si vede molta più gente di un anno fa, ma sono tutti con il naso all´insù, guardano i palazzi crepati, vengono anche gruppi di turisti con la guida. Contemplano. Ecco, il centro dell´Aquila diventerà una struttura da contemplare».
Chi conosce la storia non accetta l´impotenza di oggi di fronte a chi, venuto da fuori, vuole decidere il futuro della città. «Il 2 febbraio 1703 ci fu un devastante terremoto ma l´Aquila non fu sgomberata. Quindici giorni dopo il sisma nella piazza del mercato c´erano già cinquanta baracche con commercianti e artigiani. Una baracca ospitava il Comune e lì venne eletto il nuovo sindaco, essendo il precedente morto sotto le macerie. Ho trovato io il documento. Poi fu nominato un vicario generale addetto alla ricostruzione, Marco Garofalo della Rocca, che già a maggio se ne andò perché i cittadini avevano avviato da soli la riedificazione dei palazzi. Per dieci anni restò in vigore l´esenzione fiscale e il centro fu ricostruito integralmente».
All´Aquila sono invece arrivate le new town, le «case di Berlusconi», e la città è stata trasformata in un set con mille luci per raccontare all´Italia e al mondo le magnificenze del governo. Francesco Erbani racconta ogni momento di questo angosciante post-terremoto, iniziato con le risate di chi, a Roma, già sperava di fare affari. Racconta una città che ha consegnato le proprie chiavi a una Protezione civile che ha deciso di decidere tutto. Ha ascoltato chi, nei sismi precedenti, ha compiuto scelte completamente diverse. Ha ricordato le frasi di chi veniva a promettere miracoli. «La new town sarà un ghetto? Macché. Sarà un quartiere nuovo per giovani senza casa. Le case distrutte, invece, saranno tutte ricostruite. Andate a vedere Milano 2 e Milano 3 e poi ditemi se sono ghettizzati (Silvio Berlusconi nel giorno dei funerali)». I risultati si sono visti. «I bambini dell´Aquila – dice il professor Colapietra – cresceranno senza sapere com´era fatta la loro città».
J. Meletti
martedì 11 maggio 2010
Una lettera di una figura importantissima
Ciò dipende appunto dal fatto che nella Bibbia ci parla Dio. E su Dio non possiamo appunto riflettere semplicemente per conto nostro, bensì dobbiamo porgli domande. Solo se lo cerchiamo, egli ci risponde.
Naturalmente possiamo anche leggere la Bibbia come qualsiasi altro libro, vale a dire dal punto di vista della critica testuale, ecc. Non c'è nulla da eccepire al riguardo. Solo il fatto che questo non è l'uso che dischiude l'essenza della Bibbia, bensì unicamente la sua superficie.
Come non è innanzitutto analizzandola che accogliamo la parola di una persona che ci è cara, bensì acconsentendovi in maniera pura e semplice, e come tale parola risuona poi in noi per giorni semplicemente come la parola di quest'uomo che amiamo. E come in questa parola si dischiude poi sempre più colui che l'ha pronunciata quanto più noi la “meditiamo nel nostro cuore” a somiglianza di Maria (Lc 2,19), così dobbiamo comportarci con la parola della Bibbia.
Soltanto se osiamo ascoltare la Bibbia come se in essa ci parlasse realmente Dio. Che ci ama e non vuole lasciarci soli con le nostre domande, ne gioiremo.»
(D. Bonhoeffer, Lettera a Rüdiger Schleicher, 8 aprile 1936)
giovedì 22 aprile 2010
Narciso e Boccadoro
Due estratti di Narciso e Boccadoro, che Chiara ci invita a leggere:
Boccadoro, immobile, ossevava l'opera sua. La contemplazione, cominciata come un'adorazione al monumento della sua prima giovinezza e della sua amicizia, finì con una tempesta di ansie e di pensieri gravi. Ecco lì la sua opera: il bel discepolo* sarebbe rimasto e la sua fioritura delicata non avrebbe mai avuto fine. Egli invece, che l'aveva creato, doveva ormai prender congedo dalla propria opera, già l'indomani essa non gli apparterrebbe più, non aspetterebbe più le sue mani, non crescerebbe e fiorirebbe più sotto di esse, non sarebbe più per lui rifugio, conforto e senso della vita. Egli rimaneva vuoto. E gli pareva che il meglio sarebbe stato prender congedo quel giorno stesso non solo dal suo Giovanni, ma anche dal maestro, dalla città e dall'arte. Egli non aveva più nulla da fare in quel luogo; non c'erano immagini nella sua anima, che potesse rappresentare.
"Ma quale fu per te il frutto, il significato dell'arte?"
"Fu il superamento della caducità. Vidi che della farsa e della danza macabra della vita qualcosa rimaneva e durava: le opere d'arte. Certo anch'esse un giorno o l'altro passano,bruciano o si rovinano o vengono distrutte. Ma ad ogni modo durano parecchie generazioni e formano al di là del momento un quieto regno d'immagini e di cose sacre. Collaborare a questo mi pare un bene e un conforto, perchè è quasi un rendere eterno ciò ch'è transitorio"
"Questo mi piace molto, Boccadoro. [...] Io credo però che con la tua definizione non hai esaurito ciò che vi è di meraviglioso nell'arte. Credo che l'arte non consista solo nello strappare alla morte e portare a più lunga durata, con la pietra, col legno e coi colori, qualcosa che esiste ma è mortale. Io ho veduto più di un'opera d'arte, certi santi e certe Madonne, che non credo siano solo fedeli riproduzioni di un singolo essere umano, vissuto un giorno, di cui l'artista ha conservato le forme e i colori"
"Hai ragione! [...] L'immagine originaria di una buona opera d'arte non è una figure reale, viva, quantunque questa possa esserne l'occasione determinante. L'immagine originaria non è carne e sangue, è spirituale. E' un'immagine che ha la sua dimora nell'anima dell'artista."
*la statua che raffigura il discepolo Giovanni, a cui Boccadoro ha dato le sembianze di Narciso, il suo amico
sabato 6 marzo 2010
Messaggio del Papa per la Quaresima
La giustizia di Dio si è manifestata
per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)
Cari fratelli e sorelle,
ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).
Giustizia: “dare cuique suum”
Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).
Da dove viene l’ingiustizia?
L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?
Giustizia e Sedaqah
Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?
Cristo, giustizia di Dio
L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).
Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.
Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.
Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, 30 ottobre 2009
giovedì 31 dicembre 2009
Messaggio del Papa per la pace
SE VUOI COLTIVARE LA PACE, CUSTODISCI IL CREATO
1. In occasione dell’inizio del Nuovo Anno, desidero rivolgere i più fervidi auguri di pace a tutte le comunità cristiane, ai responsabili delle Nazioni, agli uomini e alle donne di buona volontà del mondo intero. Per questa XLIII Giornata Mondiale della Pace ho scelto il tema: Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. Il rispetto del creato riveste grande rilevanza, anche perché «la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio» [1] e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità. Se, infatti, a causa della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le minacce che incombono sulla pace e sull’autentico sviluppo umano integrale – guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani –, non meno preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza – se non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito. Per tale motivo è indispensabile che l’umanità rinnovi e rafforzi «quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino» [2].
2. Nell’Enciclica Caritas in veritate ho posto in evidenza che lo sviluppo umano integrale è strettamente collegato ai doveri derivanti dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale, considerato come un dono di Dio a tutti, il cui uso comporta una comune responsabilità verso l’umanità intera, in special modo verso i poveri e le generazioni future. Ho notato, inoltre, che quando la natura e, in primo luogo, l’essere umano vengono considerati semplicemente frutto del caso o del determinismo evolutivo, rischia di attenuarsi nelle coscienze la consapevolezza della responsabilità [3]. Ritenere, invece, il creato come dono di Dio all’umanità ci aiuta a comprendere la vocazione e il valore dell’uomo. Con il Salmista, pieni di stupore, possiamo infatti proclamare: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal 8,4-5). Contemplare la bellezza del creato è stimolo a riconoscere l’amore del Creatore, quell’Amore che «move il sole e l’altre stelle» [4].
martedì 14 aprile 2009
Pasqua: la fede nella Resurrezione ci fa amare il presente
Vi riporto un articolo del Card. Martini che mette in relazione la catastrofe abruzzese con il tema della presenza/assenza di Dio nel mondo, letta alla luce della Pasqua.
SCOPPIO DI LUCE SUL MONDO
Che cosa è essenziale alla Pasqua? Dove sta il fatto originario che celebrano i credenti?
Chi è entrato in questi giorni nelle chiese cristiane, e ha assistito a come in esse sono state celebrate le funzioni liturgiche nei diversi giorni della Settimana Santa, può avere avuto l'impressione di un succedersi di gesti, di riti, di preghiere, in cui risultava difficile precisare il tema fondamentale, capire dove stava la loro unità. Molti infatti sono gli eventi richiamati in quei giorni, in cui si è ripercorso il cammino dell'ultima settimana di Gesù a Gerusalemme, dal solenne ingresso nella città, rivissuto nella "domenica delle Palme", fino alla sua cattura, alla passione e morte, alla scoperta del sepolcro vuoto e alle sue apparizioni ai discepoli. Di fronte a questa ricchezza di eventi, letti anche alla luce di una lunga serie di altre letture bibliche, ci si domanda: quale è il fatto centrale, originario, quello nel quale tutto questo trova insieme la sua origine e la sua spiegazione?
Questo fatto non è descritto da nessuno, non è stato visto da nessuno. La liturgia romana ci dice, nel canto solenne che precede le funzioni della notte di Pasqua: «O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto dagli inferi». Che cosa è avvenuto in quell'ora sconosciuta, nell'oscurità nella tomba di Gesù? Possiamo comprendere qualcosa di questo evento guardando gli effetti di questo mistero con gli occhi della fede.
Lo Spirito Santo è sceso con tutta la sua potenza divina sul cadavere di Gesù. Lo ha reso «spirito vivificante» (cfr Lettera di san Paolo ai Romani 1,4), gli ha dato la capacità di trovarsi presente dovunque, in qualunque luogo e in qualunque tempo della storia.
È stato come uno scoppio di luce, di gioia, di vita. Là dove c'era un corpo morto e una tomba senza speranza è iniziata un'illuminazione del mondo che dura ancora fino a oggi.
Quando Gesù diceva, alla fine del Vangelo secondo Matteo: «Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» intendeva questa presenza di risorto, di quella forza di Dio operante in Gesù che ciascuno può sentire dentro di sé, purché apra gli occhi del cuore. Questo spirito non si manifesta con parsimonia, ma con ampiezza e liberalità.
Oggi, riproponendo il grido della Pasqua, la Chiesa rivolge al mondo un annuncio di speranza. Questo annuncio riguarda tutti, tocca i singoli, le comunità, le società. Ogni uomo, ogni donna di questa terra può vedere il Risorto, se acconsente a cercarlo e a lasciarsi cercare. Comincia da qui la storia della Chiesa, che è storia anzitutto delle conseguenze di questo dono. Gli uomini possono magari utilizzare male questo dono o anche opporsi a esso, ma in realtà esso fa il suo cammino nella storia, crea le moltitudini di Santi, sia conosciuti che sconosciuti. Dà, a ciascuno che lo desidera sinceramente, di entrare nelle intenzioni di Cristo, nel suo amore ai poveri, nella sua lotta per la giustizia, nella sua dedizione per ogni persona, nel suo spirito di libertà, di umiltà, di adorazione e di preghiera. Chi guarda al mondo di oggi con gli occhi della fede, ne riconosce tutte le brutture e le distorsioni, ma vede anche lo Spirito operante per salvare questo mondo.
Ma chi riconosce oggi il cambiamento che è avvenuto nella storia? Chi sente la presenza del Risorto che ci accompagna?
Chi ha una fede piena in Gesù, chi si volge a Dio con tutto il cuore, chi si libera dalla schiavitù del successo e del denaro, chi si converte dalla tristezza e dalla meschinità a una visione larga dell'universo, aperta sul l'eternità. Dobbiamo accettare che l'amore di Dio dissolve la paura, che la grazia rimette il peccato, che l'iniziativa di Dio viene prima di ogni nostro sforzo e ci rianima, ci rimette in piedi da ogni caduta. La fede nella risurrezione, non è fuga dal mondo, al contrario, ci fa amare il tempo presente e la terra, è capacità di vivere la fedeltà alla terra e al tempo presente nella fedeltà al cielo e al mondo che deve venire.
Vi sono tempi in cui questo riconoscimento è particolarmente difficile: sono i tempi delle grandi sventure, delle catastrofi che toccano molta gente, in particolare i bambini. Ma anche qui, per chi sa leggere con gli occhi della fede, non manca una presenza del Risorto.
Proprio ora ricevo dalle zone terremotate dell'Abruzzo un messaggio che suona così: «Dalla tendopoli ... i più cari auguri. Il Signore venuto a curare le ferite dei cuori spezzati ci ha scelti perché lo aiutassimo. Sia questa la nostra vera gioia. Un fraterno abbraccio».
venerdì 30 gennaio 2009
La memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma fallace
Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente intendiamo per "comprendere" coincide con "semplificare": senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito, che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere le nostre azioni. Siamo insomma costretti a ridurre il conoscibile a schema: a questo scopo tendono i mirabili strumenti che ci siamo costruiti nel corso dell'evoluzione e che sono specifici del genere umano, il linguaggio ed il pensiero concettuale.
Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco, e può dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la storia in modi fra loro incompatibili; tuttavia, è talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l'esigenza di dividere il campo fra "noi" e "loro", che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri. La storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi. Certo è questo il motivo dell'enorme popolarità degli sport spettacolari, come il calcio, il baseball e il pugilato, in cui i contendenti sono due squadre o due individui, ben distinti e identificabili, e alla fine della partita ci saranno gli sconfitti e i vincitori. Se il risultato è di parità, lo spettatore si sente defraudato e deluso: a livello più o meno inconscio, voleva i vincitori ed i perdenti, e li identificava rispettivamente con i buoni e i cattivi, poiché sono i buoni che devono avere la meglio, se no il mondo sarebbe sovvertito.
Questo desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è. È un'ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non scambiata per la realtà; la maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi. Ora, non era semplice la rete dei rapporti umani all'interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è evidente la tendenza, anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare, di ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, là i reprobi. Soprattutto i giovani chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo scarsa la loro esperienza del mondo, essi non amano l'ambiguità. La loro aspettazione, del resto, riproduce con esattezza quella dei nuovi arrivati in Lager, giovani o no: tutti, ad eccezione di chi avesse già attraversato un'esperienza analoga, si aspettavano di trovare un mondo terribile ma decifrabile, conforme a quel modello semplice che atavicamente portiamo in noi, "noi" dentro e il nemico fuori, separati da un confine netto, geografico.
L'ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il "noi" perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c'erano; c'erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata di un'aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è difficile difendersi da un colpo a cui non si è preparati.
In questa aggressione si possono distinguere diversi aspetti. Occorre ricordare che il sistema concentrazionario, fin dalle sue origini (che coincidono con la salita al potere del nazismo in Germania), aveva lo scopo primario di spezzare la capacità di resistenza degli avversari: per la direzione del campo, il nuovo giunto era un avversario per definizione, qualunque fosse l'etichetta che gli era stata affibbiata, e doveva essere demolito subito, affinché non diventasse un esempio, o un germe di resistenza organizzata. Su questo punto le SS avevano le idee chiare, e sotto questo aspetto è da interpretare tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci. È difficile dire se tutti questi particolari siano stati messi a punto da qualche esperto o perfezionati metodicamente in base all'esperienza, ma certo erano voluti e non casuali: una regia c'era, ed era vistosa.
Tuttavia, al rituale d'ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva, contribuivano più o meno consapevolmente anche le altre componenti del mondo concentrazionario: i prigionieri semplici ed i privilegiati. Accadeva di rado che il nuovo venuto fosse accolto, non dico come un amico, ma almeno come un compagno di sventura; nella maggior parte dei casi, gli anziani (e si diventava anziani in tre o quattro mesi: il ricambio era rapido!) manifestavano fastidio o addirittura ostilità. Il "nuovo" (Zugang: si noti, in tedesco è un termine astratto, amministrativo; significa "ingresso", "entrata") veniva invidiato perché sembrava che avesse ancora indosso l'odore di casa sua, ed era un'invidia assurda, perché in effetti si soffriva assai di più nei primi giorni di prigionia che dopo, quando l'assuefazione da una parte, e l'esperienza dall'altra, permettevano di costruirsi un riparo. Veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli, come avviene in tutte le comunità con i "coscritti" e le "matricole", e con le cerimonie di iniziazione presso i popoli primitivi: e non c'è dubbio che la vita in Lager comportava una regressione, riconduceva a comportamenti, appunto, primitivi.
È probabile che l'ostilità verso lo Zugang fosse in sostanza motivata come tutte le altre intolleranze, cioè consistesse in un tentativo inconscio di consolidare il "noi" a spese degli "altri", di creare insomma quella solidarietà fra oppressi la cui mancanza era fonte di una sofferenza addizionale, anche se non percepita apertamente. Entrava in gioco anche la ricerca del prestigio, che nella nostra civiltà sembra sia un bisogno insopprimibile: la folla disprezzata degli anziani tendeva a ravvisare nel nuovo arrivato un bersaglio su cui sfogare la sua umiliazione, a trovare a sue spese un compenso, a costruirsi a sue spese un individuo di rango più basso su cui riversare il peso delle offese ricevute dall'alto.
Per quanto riguarda i prigionieri privilegiati, il discorso è più complesso, ed anche più importante: a mio parere, è anzi fondamentale. È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a sé, e ciò tanto più quanto più esse sono disponibili, bianche, prive di un'ossatura politica o morale. Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica può sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo è mai, è costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo), che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale.
I prigionieri privilegiati erano in minoranza entro la popolazione dei Lager, ma rappresentano invece una forte maggioranza fra i sopravvissuti; infatti, anche se non si tenga conto della fatica, delle percosse, del freddo, delle malattie, va ricordato che la razione alimentare era decisamente insufficiente anche per il prigioniero più sobrio: consumate in due o tre mesi le riserve fisiologiche dell'organismo, la morte per fame, o per malattie indotte dalla fame, era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitato solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo, octroyé o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma.
Ora, non si può dimenticare che la maggior parte dei ricordi dei reduci, raccontati o scritti, incomincia così: l'urto contro la realtà concentrazionaria coincide con l'aggressione, non prevista e non compresa, da parte di un nemico nuovo e strano, il prigioniero-funzionario, che invece di prenderti per mano, tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa addosso urlando in una lingua che tu non conosci, e ti percuote sul viso. Ti vuole domare, vuole spegnere in te la scintilla di dignità che tu forse ancora conservi e che lui ha perduta. Ma guai a te se questa tua dignità ti spinge a reagire: questa è una legge non scritta ma ferrea, il zurückschlagen, il rispondere coi colpi ai colpi, è una trasgressione intollerabile, che può venire in mente appunto solo a un "nuovo". Chi la commette deve diventare un esempio: altri funzionari accorrono a difesa dell'ordine minacciato, e il colpevole viene percosso con rabbia e metodo finché è domato o morto. Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio. Mi torna a mente che il termine locale, jiddisch e polacco, per indicare il privilegio era "protekcja", che si pronuncia "protekzia" ed è di evidente origine italiana e latina; e mi è stata raccontata la storia di un "nuovo" italiano, un partigiano, scaraventato in un Lager di lavoro con l'etichetta di prigioniero politico quando era ancora nel pieno delle sue forze. Era stato malmenato durante la distribuzione della zuppa, ed aveva osato dare uno spintone al funzionario-distributore: accorsero i colleghi di questo, e il reo venne affogato esemplarmente immergendogli la testa nel mastello della zuppa stessa.
L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. È compito dell'uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da "laboratorio ": la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l'ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. È una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare.
La zona grigia della "protekcja" e della collaborazione nasce da radici molteplici. In primo luogo, l'area del potere, quanto più è ristretta, tanto più ha bisogno di ausiliari esterni; il nazismo degli ultimi anni non ne poteva fare a meno, risoluto com'era a mantenere il suo ordine all'interno dell'Europa sottomessa, e ad alimentare i fronti di guerra dissanguati dalla crescente resistenza militare degli avversari. Era indispensabile attingere dai paesi occupati non solo mano d'opera, ma anche forze d'ordine, delegati ed amministratori del potere tedesco ormai impegnato altrove fino all'esaurimento. Entro quest'area vanno catalogati, con sfumature diverse per qualità e peso, Quisling di Norvegia, il governo di Vichy in Francia, il Judenrat di Varsavia, la Repubblica di Salò, fino ai mercenari ucraini e baltici impiegati dappertutto per i compiti più sporchi (mai per il combattimento), ed ai Sonderkommandos di cui dovremo parlare. Ma i collaboratori che provengono dal campo avversario, gli ex nemici, sono infidi per essenza: hanno tradito una volta e possono tradire ancora. Non basta relegarli in compiti marginali; il modo migliore di legarli è caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più è possibile: così avranno contratto coi mandanti il vincolo della correità, e non potranno più tornare indietro. Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l'altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni '70.
In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto più è dura l'oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere. Anche questa disponibilità è variegata da infinite sfumature e motivazioni: terrore, adescamento ideologico, imitazione pedissequa del vincitore, voglia miope di un qualsiasi potere, anche ridicolmente circoscritto nello spazio e nel tempo, viltà, fino a lucido calcolo inteso a eludere gli ordini e l'ordine imposto. Tutti questi motivi, singolarmente o fra loro combinati, sono stati operanti nel dare origine a questa fascia grigia, i cui componenti, nei confronti dei non privilegiati, erano accomunati dalla volontà di conservare e consolidare il loro privilegio.
Prima di discutere partitamente i motivi che hanno spinto alcuni prigionieri a collaborare in varia misura con l'autorità dei Lager, occorre però affermare con forza che davanti a casi umani come questi è imprudente precipitarsi ad emettere un giudizio morale. Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare. È un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si è trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso che cosa significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva bene il Manzoni: "I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano 1'animo degli offesi". La condizione di offeso non esclude la colpa, e spesso questa è obiettivamente grave, ma non conosco tribunale umano a cui delegarne la misura.
Se dipendesse da me, se fossi costretto a giudicare, assolverei a cuor leggero tutti coloro per cui il concorso nella colpa è stato minimo, e su cui la costrizione è stata massima. Intorno a noi, prigionieri senza gradi, brulicavano i funzionari di basso rango. Costituivano una fauna pittoresca: scopini, lava-marmitte, guardie notturne, stiratori dei letti (che sfruttavano a loro minuscolo vantaggio la fisima tedesca delle cuccette rifatte piane e squadrate), controllori di pidocchi e di scabbia, portaordini, interpreti, aiutanti degli aiutanti. In generale, erano poveri diavoli come noi, che lavoravano a pieno orario come tutti gli altri, ma che per mezzo litro di zuppa in più si adattavano a svolgere queste ed altre funzioni "terziarie": innocue, talvolta utili, spesso inventate dal nulla. Raramente erano violenti, ma tendevano a sviluppare una mentalità tipicamente corporativa, ed a difendere con energia il loro "posto di lavoro" contro chi, dal basso o dall'alto, glie lo insidiava. Il loro privilegio, che del resto comportava disagi e fatiche supplementari, fruttava loro poco, e non li sottraeva alla disciplina ed alle sofferenze degli altri; la loro speranza di vita era sostanzialmente uguale a quella dei non privilegiati. Erano rozzi e protervi, ma non venivano sentiti come nemici.
Il giudizio si fa più delicato e più vario per coloro che occupavano posizioni di comando: i capi (Kapos: il termine tedesco deriva direttamente da quello italiano, e la pronuncia tronca, introdotta dai prigionieri francesi, si diffuse solo molti anni dopo, divulgata dall'omonimo film di Pontecorvo, e favorita in Italia proprio per il suo valore differenziale) delle squadre di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, fino al mondo (a quel tempo da me neppure sospettato) dei prigionieri che svolgevano attività diverse, talvolta delicatissime, presso gli uffici amministrativi del campo, la Sezione Politica (di fatto, una sezione della Gestapo), il Servizio del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi, grazie alla loro abilità o alla fortuna, hanno avuto accesso alle notizie più segrete dei rispettivi Lager, e, come Hermann Langbein ad Auschwitz, Eugen Kogon a Buchenwald, e Hans Marsalek a Mauthausen, ne sono poi diventati gli storici. Non si sa se ammirare di più il loro coraggio personale o la loro astuzia, che ha concesso loro di aiutare concretamente i loro compagni in molti modi, studiando attentamente i singoli ufficiali delle SS con cui erano a contatto, ed intuendo quali fra questi potessero essere corrotti, quali dissuasi dalle decisioni più crudeli, quali ricattati, quali ingannati, quali spaventati dalla prospettiva di un redde rationem a guerra finita. Alcuni fra loro, ad esempio i tre nominati, erano anche membri di organizzazioni segrete di difesa, e perciò il potere di cui disponevano grazie alla loro carica era controbilanciato dal pericolo estremo che correvano, in quanto "resistenti" e in quanto detentori di segreti.
I funzionari ora descritti non erano affatto, o erano solo apparentemente, dei collaboratori, bensì piuttosto degli oppositori mimetizzati. Non così la maggior parte degli altri detentori di posizioni di comando, che si sono rivelati esemplari umani da mediocri a pessimi. Piuttosto che logorare, il potere corrompe; tanto più intensamente corrompeva il loro potere, che era di natura peculiare.
Il potere esiste in tutte le varietà dell'organizzazione sociale umana, più o meno controllato, usurpato, investito dall'alto o riconosciuto dal basso, assegnato per merito o per solidarietà corporativa o per sangue o per censo: è verosimile che una certa misura di dominio dell'uomo sull'uomo sia inscritta nel nostro patrimonio genetico di animali gregari. Non è dimostrato che il potere sia intrinsecamente nocivo alla collettività. Ma il potere di cui disponevano i funzionari di cui si parla, anche di basso grado, come i Kapos delle squadre di lavoro, era sostanzialmente illimitato; o per meglio dire, alla loro violenza era imposto un limite inferiore, nel senso che essi venivano puniti o destituiti se non si mostravano abbastanza duri, ma nessun limite superiore. In altri termini, erano liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno: fino a tutto il 1943, non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo, senza che questo avesse da temere alcuna sanzione. Solo più tardi, quando il bisogno di mano d'opera si era fatto più acuto, vennero introdotte alcune limitazioni: i maltrattamenti che i Kapos potevano infliggere ai prigionieri non dovevano ridurne permanentemente la capacità lavorativa; ma ormai il mal uso era invalso, e non sempre la norma venne rispettata.
Si riproduceva così, all'interno dei Lager, in scala più piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall'alto, ed in cui un controllo dal basso è quasi impossibile. Ma questo "quasi" è importante: non è mai esistito uno Stato che fosse realmente "totalitario" sotto questo aspetto. Una qualche forma di retroazione, un correttivo all'arbitrio totale, non è mai mancato, neppure nel Terzo Reich né nell'Unione Sovietica di Stalin: nell'uno e nell'altra hanno fatto da freno, in maggiore o minor misura, l'opinione pubblica, la magistratura, la stampa estera, le chiese, il sentimento di umanità e giustizia che dieci o vent'anni di tirannide non bastano a sradicare. Solo entro il Lager il controllo dal basso era nullo, ed il potere dei piccoli satrapi era assoluto. È comprensibile come un potere di tale ampiezza attirasse con prepotenza quel tipo umano che di potere è avido: come vi aspirassero anche individui dagli istinti moderati, attratti dai molti vantaggi materiali della carica; e come questi ultimi venissero fatalmente intossicati dal potere di cui disponevano.
Chi diventava Kapo? Occorre ancora una volta distinguere. In primo luogo, coloro a cui la possibilità veniva offerta, e cioè gli individui in cui il comandante del Lager o i suoi delegati (che spesso erano buoni psicologi) intravedevano la potenzialità del collaboratore: rei comuni tratti dalle carceri, a cui la carriera di aguzzini offriva un'eccellente alternativa alla detenzione; prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze, o comunque moralmente debilitati; più tardi, anche ebrei, che vedevano nella particola di autorità che veniva loro offerta l'unico modo di sfuggire alla "soluzione finale". Ma molti, come accennato, aspiravano al potere spontaneamente: lo cercavano i sadici, certo non numerosi ma molto temuti, poiché per loro la posizione di privilegio coincideva con la possibilità di infliggere ai sottoposti sofferenza ed umiliazione. Lo cercavano i frustrati, ed anche questo è un lineamento che riproduce nel microcosmo del Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all'autorità gerarchica, conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro.
Su questa mimesi, su questa identificazione o imitazione o scambio di ruoli fra il soverchiatore e la vittima, si è molto discusso. Si sono dette cose vere e inventate, conturbanti e banali, acute e stupide: non è un terreno vergine, anzi, è un campo arato maldestramente, scalpicciato e sconvolto. La regista Liliana Cavani, a cui era stato chiesto di esprimere in breve il senso di un suo film bello e falso, ha dichiarato: "Siamo tutti vittime o assassini e accettiamo questi ruoli volontariamente. Solo Sade e Dostoevskij l'hanno compreso bene"; ha detto anche di credere "che in ogni ambiente, in ogni rapporto, ci sia una dinamica vittima-carnefice più o meno chiaramente espressa e generalmente vissuta a livello non cosciente".
Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi se ne intendono, e che questi pochi sono più cauti; non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità. So che in Lager, e più in generale sul palcoscenico umano, capita tutto, e che perciò l'esempio singolo dimostra poco. Detto chiaramente tutto questo, e riaffermato che confondere i due ruoli significa voler mistificare dalle basi il nostro bisogno di giustizia, restano da fare alcune considerazioni.
Rimane vero che, in Lager e fuori, esistono persone grige, ambigue, pronte al compromesso. La tensione estrema del Lager tende ad accrescerne la schiera; esse posseggono in proprio una quota (tanto più rilevante quanto maggiore era la loro libertà di scelta) di colpa, ed oltre a questa sono i vettori e gli strumenti della colpa del sistema. Rimane vero che la maggior parte degli oppressori, durante o (più spesso) dopo le loro azioni, si sono resi conto che quanto facevano o avevano fatto era iniquo, hanno magari provato dubbi o disagio, od anche sono stati puniti; ma queste loro sofferenze non bastano ad arruolarli fra le vittime. Allo stesso modo, non bastano gli errori e i cedimenti dei prigionieri per allinearli con i loro custodi: i prigionieri dei Lager, centinaia di migliaia di persone di tutte le classi sociali, di quasi tutti i paesi d'Europa, rappresentavano un campione medio, non selezionato, di umanità: anche se non si volesse tener conto dell'ambiente infernale in cui erano stati bruscamente precipitati, è illogico pretendere da loro, ed è retorico e falso sostenere che abbiano sempre e tutti seguito, il comportamento che ci si aspetta dai santi e dai filosofi stoici.
P. Levi, I sommersi e i salvati
da M.Chiara

