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sabato 20 agosto 2011

I giovani e la razionalità del sacro

"Si fa un gran parlare di giovani. E', in fondo, la forma retorica più antica e consolidata che si conosca. Tanto è vero che si sprecano sempre affermazioni solenni e proverbilai quando non si comprende nulla o quasi di un certo fenomeno. Ben più complesso diviene, invece, il discorso non appena si vuole parlare realmente con cognizione di causa delle nuove generazioni in un contesto, come quello attuale, nel quale non sembra sia più possibile restare nei limiti di una sola cultura o di una specifica civiltà determinata.
Alcuni eventi sono una buona occasione per farlo. Il più espressivo del protagonismo peculiare dei ragazzi è certamente la Giornata Mondiale della Gioventù che si sta svolgendo in questi giorni a Madrid alla presenza di papa Benedetto XVI. Ho avuto modo di sperimentare personalmente di cosa si tratti in uttte le occasioni in cui ho accompagnato Giovanni Paolo II dai primi energici appuntamenti fino agli ultimi più faticosi. E poi anche Benedetto XVI in Germania nel 2005. E' stupefacente che dopo 28 anni non solo non è finita la spinta partecipativa, ma il coinvolgimento sembra perfino aumentato. Quest'anno, il rpofilo essenziale dei partecipanti si esprime così: età media intorno ai 22 anni, il 48% studia, il 40% lavora, il 6% è dsoccupato; uno su dieci è già sposato, il 55% vive in casa coi genitori. Provengono da 187 paesi diversi. La cifra totale dei partecipanti supererà il milione di persone.

Il dato è fin troppo chiaro per essere commentato. E' un campione rappresentativo, vasto ed eterogenero di persone normali. D'altronde, anche in altre occasioni diverse vediamo i giovani raccogliersi insieme per qualche scopo, senza particolari segni distintivi. E' il caso, ad esempio, delle propteste inglesi che hanno messo a ferro e fuoco la città di Londra, o della Primavera araba nel Magreb. Giovani, sempre giovani, differenti gli uni dagli altri, che agiscono in modo peculiare e per motivi comuni imparagonabili. Ma sempre e solo giovani, senza specifiche qualità.

Ecco che, leggendo ogni volta le statistiche, si rimane insoddisfatti, sprovvisti di una spiegazione valida sulle ragioni per cui non un bambino o un adulto, ma un ragazzo non più adolescente decida di dedicare alcuni giorni della proprio vita a stare con altri coetanei che non conosce, in una città che non gli è familiare, a vivere un evento di natura religiosa.
Il citato paragone può, in questo senso, aiutare a capire. I movimenti di ribellione britannica, sono espressione di un moral collapse come ha detto in modo sintetico il premier inglese David Cameron. Una paradossale assenza di finalità e d principi che si traduce in un nichilismo sconfinato. Distruggere, lo si apisce bene, è la quintessenza di una rabbia che trova soddisfazione unicamente nella violenza urbana e nel saccheggiare negozi. In quel caso siamo agli antipodi di Madrid, davanti ad un malessere generazionale che pone interrgoativi duri e chiare responsabilità; direi soprattutto a noi adulti.
Ma anche le rivolte poltiiche in Africa sono animate da una simile spinta generazionele, questa volta positiva. Anche lì sono i giovani a farla da protagonista, non volendo più accettare e tollerare di vivere al di sotto di loro stessi, delle proprie capacità, possibilità, libertà. E' lampante che rispetto al primo caso non è il nichilismo a spingere all'azione, ma una giusta volontà di cambiamneto, un anelito civile a riempire il vuoro sociale in cui si è costretti a vivere.

Paragonare a queste agitazioni di massa, quanto spinge giovani di tutto il mondo a stare alcuni giorni con il Pap è il desiderio di fare un'esperienza opposta e decisiva rispetto ad ogni altra. Anche se, a ben vedere, vi è una medesima opzione motivazionale forte, alternativa al restarsene a casa o al mare. Mi ricordo che proprio in occasione della giornata dei giovani a Roma nel Giubileo del 2000 Indro Montanelli scrisse che una spiegazione, in casi del genere non la dà né la sociologia, né la demografia: bisognerebbe entrare nell'ambito della religione. O esiste un fatto che chiamiamo sacro, oppure in questi casi non si motiva né si capisce niente di niente.

Logicamente, resta particolarmente importante chiarire cosa s'intenda qui con fatto religioso. Perché alcuni dei ragazzi che partecipano alla Giornata non sono credenti; allo stesso modo che non tutti coloro che rimpono le vetrine sono criminali o tutti colore che gridano libertà sono democratici. Mi ricordo di aver indagato in passato sulle ragioni di simile affluenza e di aver trovate delle risposte insolite ma coincidenti tra i ragazzi stessi che vi partecipavano. Alcuni mi rispondevano che nessuno, in società, a scuola o in famiglia, era in grado di dire qualcosa di simile a quello che stavano ascoltando. Alcuni confessavano il dubbio se sarebbero stati in grado di vivere sempre al libello etico che il Papa chiedeva loro, anche se si sentivano per questo, ancora di più, chiamati ad esserci. Tutti con disarmante semplicità affermavano: "ma lui, il papa, ha ragione". Cioè, dice il vero.

Comrpendere giornate intense di preghiera e ascolto, non rpive di sacrifici per i partecipanti significa andare al cuore dell'esperienza religiosa. Richiede di superare in modo drastico quel relativismo imperante che spinge a fare solo ciò che le proprie pulsioni - anche la noia - impongono. Davanti a sé e accanto a sé c'è una ragione che è vera, una spiegazione umana che garantisce di troare la proprio identità, oltre il proprio nulla e oltre i miraggi del conbenzionalismo insipido con cui spesso si presenta la politica.

D'altronde, tale spinta forte a afferrare con il pensiero, il core e la volontà il senso della vita, è l'essenza della sana ribellione che si chiama "vita interiore" (ecco perché leggere!!!). L'alternativa, non a caso, è il fondamentalismo irrazionale (vedi fatti Norvegesi) e il relativismo cinico, ma mai, in nessun modo, l'esperienza spirituale. Perciò, in definitiva, ad attirare tanti giovani a radunarsi è unicamente la razionalità del sacro: un desiderio di ascoltare la erità e di far parlare la coscienza, che solo può soddisfare le fresche aspirazioni di un giovane ad oltrepassare i circoscritti confini determinati dello spazio e del tempo. E quelli ancora più determinati della banalità...

J. Navarro-Valls, su La Repubblica

mercoledì 30 marzo 2011

Una lectio per non essere solo pieni di noi stessi: Tobia, un libro umanissimo

La condizione di chi ricerca qualcosa, la nostra condizione, affrontata e analizzata nei temi dell'anno tra scelte e vocazione, ci conduce linearmente all'incontro con la Bibbia. E da qui, è stato naturale immaginare qualche incontro di lectio divina.
In tal senso la nostra condizione somiglia a quella di Cristiana, l'interlocutrice della lettera di Lambiasi, che scrive: "Ho cercato Dio, ho trovato la fede, ho scoperto l'amore. Il suo primo nome è Misericordia, il novantanovesimo è Tenerezza; secondo segreto: la fede è un grande amore; terzo, la santità è bellezza. Ma ora ho bisogno di imparare a pregare con la Bibbia; vorrei fare della parola di Dio il viatico quotidiano del mio pellegrinaggio del cuore".
Da qui, alla lectio:

Il primo motivo è quello della nostra ricerca: siamo nella condizione di approfondire il nostro incontro con Dio e la Bibbia è lo strumento migliore di cui possiamo disporre.
Il secondo gli è affine: leggere la Bibbia ci offre un percorso di preghiera ponderato. Ci insegna a pregare, cioè a non riempirci solo di noi stessi; ci allontana dall'egoismo.
Il terzo motivo è che ci offre un esempio migliore di Narciso, cioè di una società fondata su tre equazioni: la gioia coincide con il piacere (a me mi piace); la verità è uguale all'opinione (a me mi pare); la libertà fa rima con spontaneità (a me mi va). Ci offre l'esempio di Gesù. Di un Dio che ci libera dagli idoli vuoti e ci aiuta a capire il nostro posto nel mondo.
Il quarto motivo è quello di un Gesù che diventa luce per la nostra fede e per la nostra vita. E la Bibbia è vita, non semplicemente un libro di carta. E, attraverso la lectio, possiamo affinare il modo di incontrarlo: la lettura diventa uno strumento per trasformare qualcosa che può essere usato per il barbecue, in qualcosa che ci riempa la vita!

Infine, il motivo conclusivo, è che siamo alla fine di un ciclo. E ho ritenuto importante concludere con un percorso che ci dia la possibilità di aprirci al futuro. Leggere la Bibbia assieme non ci rinchiude in noi stessi, ma ci dà uno slancio di crescita per vivere il futuro. E, come leggere e commentare un libro con gli amici è affascinante, così lo sarà anche per questo libro strano che è la Bibbia...

La scelta è caduta sul libro di Tobia, perché è un racconto denso di vita. Perché contiene quello che sperimentiamo nelle nostre vite: le debolezze, le ingiustizie, le nostre buone opere che non vengono colte da nessuno, le nostre preghiere "inascoltate"; c'è un angelo che viene mandato dal Signore a tirarci su per i capelli, a salvarci quando ne abbiamo bisogno, che ci accompagna in un cammino - e manco ci accorgiamo che ci sia... -, e c'è uno sperare contro ogni speranza che dà realtà viva ad un racconto vero. E nello squarcio di vita che si apre, c'è l'incontro con Gesù. 
Un incontro che diventa missione, impegno, esercizio: vita ancora!

Leggere nella Bibbia l'amore di Dio, oltre a farci comprendere la sua presenza nella storia, ci aiuta ad incontrarlo. Ovviamente, come in tutte le cose che si fanno una prima volta, occorre metterci del proprio: occorre mettersi in gioco e crederci un pochino; metterci il cuore. Sennò tutto può venire male; e perdere tempo non ha senso...
L'impegno, per leggere al meglio qualcosa che ci può parlare di noi, è uno sforzo che sicuramente verrà ripagato lautamente.

Inizieremo, quindi, leggendo alcuni brani dei primi 5 capitoli...

domenica 27 marzo 2011

Un progetto educativo: il gruppo dei '93

Capita frequentemente che don Mario chieda a noi educatori quale percorso stiamo compiendo con i ragazzi e, nel rendergli merito del mandato assegnatoci, nell'indicarne le difficoltà, ci invita a condividere con la comunità lo sforzo catechetico di questi anni.
In un periodo storico in cui al maestro abbiamo sostituito l'amico, essere educatori (e, per con­verso, avere degli educatori) in una parrocchia è una possibilità rara, perché il maestro, l'insegnante, il catechista e l'educatore interpongono, rispetto al semplice rapporto orizzontale di amicizia, una distanza che, se da un lato non si risolve nel “dare i buoni consigli” (F. De André, Bocca di Rosa), non è una semplice istruzione intellettuale; si tratta di un coinvolgimento spirituale nella vita dei ra­gazzi, guidato dall'attenzione al condurli verso una meta sicura. Una capacità di lettura dei loro cuo­ri, lontana dal coinvolgimento affettivo dei loro coetanei, per illustrare loro quegli orizzonti delle proprie vite che ancora non vedono e su cui potranno spendere le proprie capacità.
Si capisce facilmente che l'educatore ha un ruolo fondamentale, perché conduce i ragazzi per il giusto sentiero fuori dalla foresta, e gli dà la possibilità di liberarsi dai fantasmi, dagli ospiti inquie­tanti del proprio animo (Lc 8, 32-40; F. Dostoevskij, I Demoni).
Nella necessità di emanciparsi dai precetti dei cattivi maestri, attraverso l'educatore parrocchiale è possibile incontrare il vero Maestro, che realmente ci libera dalle idee-mito del nostro tempo e ci traghetta al di là dell'inquietudine di chi più non capisce e più non si orienta (U. Galimberti, I miti del nostro tempo). Così, alla ricerca dei ragazzi della verità della teoria, che conduce sovente alla tristitia, si accosta l'incontro con quel bene che ci rende veri (Mt 5, 3-12), non solo più giusti, ma che evita anche la nostra frantumazione (Benedetto XVI, Discorso alla Sapienza – 2008).
Sotto questo cappello, con i ragazzi del '93, dopo la professione di Fede e il campo semi-i­tinerante a Monte Sole, riassumendo, ci siamo interrogati sui concetti di responsabilità e libertà: dal Discorso della Montagna (A. Grün, Felicità beata) alle distorsioni della modernità e alle alternative possibili: le azioni di Gesù (le tentazioni, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, fino all'ultima cena) e lo sforzo di creare un'etica condivisa di E. Bianchi. Cercare di stare attorno all'unico pane, è significato distinguere tra la logica consumistica e quella del dono; confrontarsi con le difficoltà dei discepoli (il giovane ricco, il padre misericordioso, i discepoli di Emmaus) ci ha permesso di vedere per immagini l'amore del Padre e il suo progetto di giustizia che si è manifestato in Cristo (Rm 3, 21-22). In questo amore si incontra il motivo guida delle nostre scelte, fino all'incontro con don Mi­lani, alla sua libertà totale nella “paradossale” assenza di libertà, che ci permette di comprendere il comando di Dio come indizio di liberazione (A. Grün. I dieci comandamenti. Segnaletica per la li­bertà). Il campo estivo a L'Aquila è stato la scoperta della gioia nel servizio al di là di ciò che atten­diamo per noi.
Il confronto tra i desideri del nostro animo coi sogni che ci vengono trasmessi dalla pubblicità (quante riviste!), l'interrogarsi sul conformismo e il consumismo (l'abbonamento ad Altroconsumo). E l'incontro con le testimonianze di chi compie servizi per gli emarginati di Bologna, dal carcere all'ambulatorio Biavati, ci ha aperto lo sguardo su una vita diversa. Cioè l'alternativa dell'impegno al disimpegno della società attuale (A. Moravia, Gli indifferenti, Il conformista): la scuola come strumento per cercare un senso alla propria vita, il dominio della parola come possibilità di formarsi ed esprimere davvero le proprie idee e sentimenti (don Milani), la ricerca della vera ricchezza (E. Bianchi, Verae divitiae, in Il dio denaro) in alternativa alla cultura della celebrità che non rende felici. Ci siamo interrogati sul dove cercare la felicità che, con l'aiuto di Riccardo, abbiamo capito non essere nel riempirsi fino allo scoppiare, ma nel dono di sé (Teresa di Calcutta, La gioia di darsi agli altri). Perché, in fondo, vogliamo vivere di passioni intelligenti, non dell'illusione pubblicitaria (Z. Bauman, Vite di corsa). Per riconoscersi ancora amati da Gesù, e di un amore che dà molto frutto (Gv 15, 1-11).
In questo elenco, tutt'altro che esauriente, mi si lasci la possibilità di citare alcune altre cose viste e discusse, dai discorsi di Saviano ed Enzo Bianchi, di Bergonzoni sulla chiusura del Duse, alla vi­sione di film quali Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Il portaborse, Il Grande Dittatore, Blade Runner, Il sorpasso, Draquila, L'uomo che verrà, sempre per citarne solo alcuni.

Parrocchia di

S. Antonio di Savena
GRUPPO GIOVANISSIMI
QUARESIMA
2011
CALENDARIO
Mercoledì 9/3, ore 20.30
Lancio programma Quaresima 2011 Messa delle Ceneri
Domenica – 20/3, ore 9-16
Ritiro di Quaresima a Monte Sole
Venerdì – 1/4, ore 21.00
Via Crucis per le strade
Sabato 16/4, ore 20.00 circa dalla Parrocchia
Serata delle Palme per tutti giovani della Diocesi con processione da Piazza Maggiore
Domenica 17/4, ore 11.30
Professione di Fede
Giovedì Santo – 21/4, ore 20.30
S. Messa in Cena Domini
Venerdì Santo – 22/4, ore 8 circa
Lodi e momento di condivisione
Sabato Santo – 23/4, ore 8 circa
Lodi e momento di condivisione
Sabato Santo – 23/4, ore 22.00
Pasqua di Resurrezione

giovedì 24 febbraio 2011

La verità ci farà liberi e felici?

Testo dell'allocuzione che il Santo Padre Benedetto XVI avrebbe pronunciato nel corso della Visita all’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma, prevista per il 17 gennaio, poi annullata in data 15 gennaio 2008:

Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!

È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.

È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

martedì 11 gennaio 2011

Jack Frusciante è uscito dal gruppo (2)

Film sui disagi adolescenziali, forse? E' tratto da questo libro; e ne abbiamo già parlato qui.

E poi chi è uscito dal gruppo? Martino, Aidi, il protagonista??? E cosa significa uscito???

giovedì 23 dicembre 2010

Buon Natale: una novità!

Non crediate che l'amore, per essere autentico, debba essere straordinario. Quello di cui abbiamo bisogno è di amare senza stancarci.
Come arde una lampada?
Mediante il continuo alimento di piccole gocce d'olio. Se le gocce d'olio finiscono, la luce della lampada cesserà, e lo sposo dirà: "Non ti conosco!"
Che cosa sono queste goce d'olio delle nostre lampade?
Sono le piccole cose della vita di ogni giorno: la fedeltà, la puntualità, le piccole parole amabili, un pensiero per gli altri, il nostro modo di fare silenzio, di guardare, di parlare e di agire.
Ecco le vere gocce d'amore che mantengono accesa la nostra vita religiosa con una fiamma molto viva.

Non certcate Gesù lontano da voi: Egli non sta lontano. Sta in voi.
Mantenete accesa la lampada e lo riconoscerete.

Madre Teresa, La gioia di darsi agli altri, p. 131

domenica 19 dicembre 2010

Dietro le mode o dietro la vita: Signore, da chi andremo?

Ritiro di Avvento, 19/12/2010

La vera ricchezza:
Forse alcuni pensano che essere santi non sia per loro. Lasciatemi spiegare cosa intendo dire. Quando si è giovani, si è soliti pensare a persone che stimiamo e ammiriamo, persone alle quali vorremmo assomigliare. Potrebbe trattarsi di qualcuno che incontriamo nella nostra vita quotidiana e che teniamo in grande stima. Oppure potrebbe essere qualcuno di famoso. Viviamo in una cultura della celebrità ed i giovani sono spesso incoraggiati ad avere come modello figure del mondo dello sport o dello spettacolo. Io vorrei farvi questa domanda: quali sono le qualità che vedete negli altri e che voi stessi vorreste maggiormente possedere? Quale tipo di persona vorreste davvero essere?

Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi di seconde scelte. Vi sto chiedendo di non perseguire un obiettivo limitato, ignorando tutti gli altri. Avere soldi rende possibile essere generosi e fare del bene nel mondo, ma, da solo, non è sufficiente a renderci felici. Essere grandemente dotati in alcune attività o professioni è una cosa buona, ma non potrà mai soddisfarci, finché non puntiamo a qualcosa di ancora più grande. Potrà renderci famosi, ma non ci renderà felici. La felicità è qualcosa che tutti desideriamo, ma una delle grandi tragedie di questo mondo è che così tanti non riescono mai a trovarla, perché la cercano nei posti sbagliati. La soluzione è molto semplice: la vera felicità va cercata in Dio.
Benedetto XVI agli studenti inglesi, 17/9/2010)



Come canne sbattute dal vento? (Leggi e rifletti su Mt 11,2-11)
Cosa cercare? (Leggi e rifletti su Gv 1,35-51)
Signore da chi andremo? (Leggi e rifletti su Gv 6,60-69)



Peccato manchi il discorso di Riccardo, se qualcuno vuole aggiungere qualcosa a commento...










Parole chiave: eccesso, inganno, spreco, consumismo, desideri, essenzialità, autenticità, l'altro, interesse, impegno, scuola... (poi?) ...................................................................................................................

mercoledì 8 dicembre 2010

Facendo i compiti di Fred: riflettendo su scuola, interessi, fare e studiare...

Doc. 1, E. Raimondi, Camminare nel tempo:
L'esperienza dell'insegnamente e dell'apprendimento più che ad una trasmissione di nozioni equivale ad un'esperienza dello stare insieme. Coincide con il condividere qualcosa con altri. E insisterei proprio sulla parola insieme. La lezione per me, sia da allievo sia da docente, ha sempre coinciso con il gusto di stare insieme e di non essere solo, nella prefigurazione di quella che si vorrebbe fosse sempre l'esistenza: un incontro con altre persone, fare insieme qualcosa, trovarsi d'accordo, sentire che esistono ragioni per cui vale la pena di essere insieme, camminare insieme. A proposito dell'insegnare e dell'imparare insisto su questo motivo dell'andare e dello stare insieme e, se possibile, di suscitare nell'altro uno stimolo, trovando il modo non di sovrapporre nell'altro qualcosa di mio, ma di far crescere nell'altro quello che inconsapevolmente è già dentro di lui. E l'orgoglio, il piacere istintivo è quello di fare diventare l'altro più se stesso. La classe è una comunità con le sue personalità fresche, libere, talvolta intorpidite che vanno svegliate.

Doc 2. Dante: su Brunetto Latini, la cara e buona immagine paterna/ di voi quando nel mondo a ora a ora/ m'insegnavate come l'uom s'etterna.

Doc. 3, O. Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray:

Adoperare la propria influenza su una creatura è una cosa affascinante. Nessuna attività puà esserle paragonata. Modellare il proprio spirito su una forma squisita, e lasciarvelo indugiare. Ascoltare la propria anima riflessa da un'eco e arricchita di tutta la musica della passione e della giovinezza. Permeare la propria personalità in un'altra, come se fosse un fluido, o un sottile profumo. Era un meraviglioso individuo il ragazzo incontrato per caso: si sarebbe potuto plasmarlo: se ne poteva fare un titano o un burattino.
(L'esempio qui è negativo per eccellenza, ma non credete che possa valere anche per i cattivi maestri della noia: per quelli che, annoiati da tutto e da loro stessi, vi abituano a pensare male, cioè in modo banale?)

A. Camus, Il primo uomo:
Col Sig. Bernard, le lezioni erano sempre interessanti, per la semplice ragione che lui amava apassionatamente il proprio mestiere, appagava una sete ancor più essenziale per il ragazzo che per l'adulto, la sete della scoperta. Certo, anche nelle altre classi insegnavano molte cose, ma un po' come si ingozzano le oche. Si presentava un cibo preconfezionato e si invitavano i ragazzi ad inghiottirlo. Nella classe del Sig. Bernard, per la prima volta in vita loro, sentivano invece di esistere e di essere oggetto della più alta considerazione, li si giudicava degni di scoprire il mondo.

B. Obama, Discorso inaugurale per l'inizio dell'anno scolastico, 18.9.09:

Ora, io ho fatto un sacco di discorsi sull’istruzione. E ho molto parlato di responsabilità. Della responsabilità degli insegnanti che devono motivarvi all’apprendimento e ispirarvi. Della responsabilità dei genitori che devono tenervi sulla giusta via e farvi fare i compiti e non lasciarvi passare la giornata davanti alla tv. Ho parlato della responsabilità del governo che deve fissare standard adeguati, dare sostegno agli insegnanti e togliere di mezzo le scuole che non funzionano, dove i ragazzi non hanno le opportunità che meritano. Ma alla fine noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire.

Questo è quello che voglio sottolineare oggi: la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione. Parto da quella che avete nei confronti di voi stessi. Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire. Avete la responsabilità di scoprirlo. Questa è l’opportunità offerta dall’istruzione. Magari sapete scrivere bene, abbastanza bene per diventare autori di un libro o giornalisti, ma per saperlo dovete scrivere qualcosa per la vostra classe d’inglese. Oppure avete la vocazione dell’innovatore o dell’inventore, magari tanto da saper mettere a punto il prossimo i Phone o una nuova medicina o un vaccino, ma non potete saperlo fino a quando non farete un progetto per la vostra classe di scienze.

Oppure potreste diventare un sindaco o un senatore o un giudice della Corte suprema ma lo scoprirete solo se parteciperete a un dibattito studentesco. Non è solo importante per voi e per il vostro futuro. Che cosa farete della vostra possibilità di ricevere un’istruzione deciderà il futuro di questo Paese, nulla di meno. Ciò che oggi imparate a scuola domani sarà decisivo per decidere se noi come nazione sapremo raccogliere le sfide che ci riserva il futuro. Avrete bisogno della conoscenza e della capacità di risolvere i problemi che imparate con le scienze e la matematica per curare malattie come il cancro e l’Aids e per sviluppare nuove tecnologie ed energie e proteggere l’ambiente. Avrete bisogno delle capacità di analisi e di critica che si ottengono con lo studio della storia e delle scienze sociali per combattere la povertà e il disagio, il crimine e la discriminazione e rendere la nostra nazione più corretta e più libera.

Vi occorreranno la creatività e l’ingegno che vengono coltivati in tutti i corsi di studio per fondare nuove imprese che creeranno posti di lavoro e faranno fiorire l’economia. So che non è sempre facile far bene a scuola. So che molti di voi devono affrontare sfide tali da rendere difficile concentrarsi sui compiti e sull’apprendimento. [...]
Il vostro obiettivo può essere molto semplice: fare tutti i compiti, fare attenzione a lezione o leggere ogni giorno qualche pagina di un libro. Potreste decidere di intraprendere qualche attività extracurricolare o fare del volontariato. Potreste decidere di difendere i ragazzi che vengono presi in giro o che sono vittime di atti di bullismo per via del loro aspetto o delle loro origini perché, come me, credete che tutti i bambini abbiano diritto a un ambiente sicuro per studiare e imparare. Potreste decidere di avere più cura di voi stessi per rendere di più e imparare meglio.

E in tutto questo, spero vi laviate molto le mani e ve ne stiate a casa se non state bene in modo da evitare il più possibile il contagio dell’influenza quest’inverno. Qualunque cosa facciate voglio che vi ci dedichiate. So che a volte la tv vi dà l’impressione di poter diventare ricchi e famosi senza dover davvero lavorare, diventando una star del basket o un rapper, o protagonista di un reality. Ma è poco probabile, la verità è che il successo è duro da conquistare.

Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. È giusto così. Alcune tra le persone di maggior successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti. Il primo Harry Potter di JK Rowling è stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente pubblicato. Michael Jordan fu espulso dalla squadra di basket alle superiori e perse centinaia di incontri e mancò migliaia di canestri durante la sua carriera. Ma una volta disse: «Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ecco perché ce l’ho fatta».

Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. Non sei mai un grande atleta la prima volta che tenti un nuovo sport. Non azzecchi mai ogni nota la prima volta che canti una canzone. Occorre fare esercizio. Con la scuola è lo stesso. Può capitare di dover fare e rifare un esercizio di matematica prima di risolverlo o di dover leggere e rileggere qualcosa prima di capirlo, o dover scrivere e riscrivere qualcosa prima che vada bene. La storia dell’America non è stata fatta da gente che ha lasciato perdere quando il gioco si faceva duro ma da chi è andato avanti, ci ha provato di nuovo e con più impegno e ha amato troppo il proprio Paese per fare qualcosa di meno che il proprio meglio.

sabato 20 novembre 2010

Il consumismo ti consuma; la sobrietà non è povertà e l'accumulo non è felicità


Noto slogan, citato tra l'altro da Z. Bauman in Vite di corsa, esemplifica tra la condizione attuale che viviamo in Italia, in cui la pubblicità e gli atteggiamenti della pubblicità dominano sulla politica e in tutti i campi della vita dell'uomo. Si assiste al detrimento del nostro essere uomini, perché il consumismo vive sulla "vegetazione" di desideri inappagati: la non soddisfazione è la realizzazione apicale del consumismo.
Inapaggati e inappagabili, poiché inseriti in un flusso continuo di novità e di cambiamento in cui i soggetti non hanno più appiglio cui aggrapparsi e non hanno più tempo per sé; entro questo flusso casuale (che riguarda non solo pochi ambiti della società, ma la maggior parte di essa) creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive è sempre più difficile e i frammenti prendono il sopravvento e le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell'inarrestabile corrente del denaro. La società dei consumi, la nostra, ci inserisce all'interno di un flusso in cui manca la sostanzialità delle cose. Di conseguenza anche i nostri sentimenti vengono bruciati perché eguagliati a tutto il resto: spazzatura e affetto si somigliano nel rapido vortice del consumismo.
Spreco, eccesso e inganno vanno di pari passo. E la nostra vita, caratterizzata dalla brevità, dal transitorio e dall'oblio, è un incerto vagare tra mille cose, tutte inutili e incapaci di permetterci di conoscere noi stessi.
Annegati nel mare del superfluo, in cui è il denaro a indicarci quale via seguire, si vive in condizioni di straziante ed incurabile incertezza, perché minacciati di restare indietro, di venire esclusi dal gioco della società, ecc. Prendere la vita a frammenti non può essere la nostra soluzione, né farci governare dal denaro...

venerdì 5 novembre 2010

Pubblicità, consumismo, conformismo

Qualche riflessione sull'incontro di ieri o su qualcosa che non è stato detto? Se avete materiale (video o testi), mandate...

Nella pubblicità, più forte della passione è l'illusione...

mercoledì 22 settembre 2010

Diamoci la carica: scuola, studio e vita – 21/IX/2010

Matteo 25, 14-30
14 «Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. 16 Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. 17 Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. 18 Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone.
19 Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: "Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque". 21 Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore".
22 Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: "Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". 23 Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore".
24 Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo". 26 Il suo padrone gli rispose: "Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. 29 Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. 30 E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridore dei denti".

Riflessione e silenzio



“L'aspetto più sconcertante della vostra scuola è che vive fine a se stessa. Anche il fine dei vostri ragazzi è un mistero. Forse non esiste, forse è volgare. Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle belle cose che studiano. Lingue, storia, scienze, tutto diventa voto e null'altro. Dietro a quei fogli di carta c'è solo l'interesse individuale. Il diploma è quattrini. [...] Per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere arrivisti a 12 anni."

(Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa)

La scuola è diversa dall'aula di tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l'arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall'altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)."
(don Milani, Lettera ai giudici, 18.10.1965, in L'obbedienza non è più una virtù)




Riflessione: aggiungere due parole, soprattutto al primo brano di don Milani è necessario. La situazione della lettera alla professoressa è nota: i ragazzi della scuola di Barbiana, dopo essere stati bocciati agli esami scolastici, scrissero in questo testo famosissimo le differenze tra come si intendeva la scuola pubblica e come era la loro scuola. La Lettera è d'una bellezza sconcertante, sia perché è capace di evidenziare tutti i limiti della scuola, e nel brano riportato questi limiti sono ben evidenti, sia perché si nota la grandissima abilità delle classi più umili (i figli di contadini) di raccontarsi e di spiegare come pochi altri hanno saputo fare il motivo per cui esiste la scuola. Si va a scuola per imparare, non per essere promossi o bocciati: il voto è una conseguenza di quello che lì si è fatto. Preoccuparsi solo del voto significa, oltre a tutto, pensare solo a se stessi, non aver colto il significato profondo della scuola, che è quello di imparare assieme, di essere comunità e di aiutarsi gli uni con gli altri.
Sapere questo e ricordarselo all'interno della festa della Comunità è un passaggio decisivo per vivere diversamente la scuola, per portarvi quella differenza cristiana, per portarvi quello che riceviamo dall'essere Comunità in parrocchia. Per portare quella serenità e quella carica che non troviamo in noi stessi, ma che gratuitamente riceviamo e possiamo mettere a disposizione per gli altri.
Detto questo, forse, studiare volentieri diventa possibile, perché non si studia più solo per primeggiare sugli altri o per vincere la competizione con insegnanti distanti da noi; non prevale la rabbia per insegnamenti noiosi, ma ci si può interessare di tutte le cose. Fino a capire che a scuola, conoscendo - e sbagliando - si impara a conoscere se stessi, a crescere con gli altri e a differenziarsi dagli altri senza aver paura di non dire la propria idea, bensì esprimendola con i dovuti modi a fratelli e non ad estranei.

La riflessione è solamente iniziata... 

giovedì 29 luglio 2010

Campo a L'Aquila

Cari ragazzi,
ci siamo!

Il campo sarà dal 24 agosto al 3 settembre.
Come sapete ci recheremo in un campo Caritas in cui, presumibilmente, saremo assieme a tantissimi altri giovani provenienti da tutta Italia. Ci verrà chiesto di svolgere diversi servizi: ogni mattina ci divideremo per andare a fare ciò che ci viene richiesto; ovviamente il campo verrà bene se riusciremo a non stare solo tra di noi, ma se ci divideremo e a coppie sapremo mescolarci con tutti gli altri.

Vi chiedo di prestare attenzione a diverse cose:
il ritrovo per la partenza è alle 11.00 all'autostazione del 24/8. Mi raccomando puntuali; andremo giù in pullman. Il ritorno sarà il 3 settembre in stazione verso le 18.30.

Tra le cose da portare non ci sono richieste particolari, salvo il modulo e il sacco a pelo. Soprattutto è necessario portarsi POCA roba: gli spazi sono pochi e non è necessario portarsi troppi vestiti. Mi raccomando, prestate particolare attenzione a questo. Inoltre è necessario portare la Bibbia, la Liturgia delle ore e un quaderno o qualche foglio. Anche la macchina fotografica è cosa gradita.

Tra quelli che sono andati nel campo a Pile è buona usanza portare vestiti da lasciare o generi di conforto (cibi in scatola, ma non pasta). Sarebbe opportuno che ognuno di noi si portasse dietro qualcosa da lasciare alla Caritas del campo, cose che verranno consegnate agli abitanti del capoluogo. Ok? (Per intenderci: va bene vestiario usato ma non troppo, escluderei biancheria intima; cibi in scatola tipo tonno o simili.)

Infine, vi chiediamo di portare altri 30 euro alla partenza da consegnarmi, perché i biglietti sono costati un pelo più del previsto e perché, restando qualche giorno in più, mi sembra ovvio lasciare un'offerta maggiore dato che avremo vitto (Giulia, sembra abbondante!!!) e alloggio.

Soprattutto è importante venire al campo con grande spirito di volontà, impegno ed attenzione verso gli altri! Come per ogni cosa siete voi a fare il campo e sarà il vostro mettervi in gioco a premiarvi con la buona riuscita di un campo che è molto particolare. L'invito è, infine, quello di avere attenzione verso le diversità che sono raccolte all'interno del campo Caritas in cui saremo e verso una popolazione che avrà senz'altro voglia di raccontare la realtà della propria esperienza; realtà che, come ci ha raccontato Martino, è molto diversa da quella della tv.

Forza e coraggio!!!
Ci vediamo il 24 mattina.

sabato 22 maggio 2010

E se l'obbedienza non fosse una virtù?

Martedì abbiamo svolto un incontro sul famoso scritto di don Milani; avevate da leggere a casa la lettera che questi spedì ai cappellani militari (rileggetela al link). Costoro accusarono gli obiettori di coscienza, cioè quanti si rifiutavano di svolgere il servizio militare perché ritenevano che fosse in contraddizione con i propri valori, di viltà e di estraneità al valore dell'amore cristiano. La risposta di don Milani è vibrante: ripercorre la Costituzione e la storia, indicando come le guerre svolte non siano mai state un fiore all'occhiello per la Nazione, a meno che non siano guerre di liberazione da un invasore. La divisione che i cappellani militari fanno tra patrioti e stranieri, viene ripresa da don Milani, che reclama, sempre guidato dalla Costituzione, "il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto".
Dall'altro lato rivendica la necessità della critica intellettuale, e quindi la necessità di esercitare il proprio ingegno nella conoscenza delle cose: si è liberi se non si è subalterni, cioè se si ha una coscienza da esercitare che renda responsabili. La vera lotta di don Milani consiste nel ritenere tutti adatti a ricevere un'educazione che li renda liberi e responsabili, che ne faccia dei cittadini senza che possano essere ingannati dai padroni o dalla televisione. Che siano opinione critica e non solo un pubblico plaudente.

Don Milani viene citato in giudizio per apologia di reato e, portato davanti al tribunale, risponde con una bellissima lettera ai giudici che abbiamo letto quasi interamente martedì sera. (Tenetela presente, coltivatene i contenuti, perché vi torneranno davvero utili!)

Credo che vari siano i temi esplicitati: quelli politici della coscienza individuale e del valore della legge e della sua operatività (art. 3 della Costituzione), quello della responsabilità del cittadino di fronte alla violenza dello Stato (e, mi dispiace, anche di fronte alla violenza del fratello: ne siamo responsabili, così come siamo responsabili della povertà del povero). Dell'obbedienza agli ordini illegittimi, che abbiamo incontrato nel campo a Monte Sole: "A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore". Quest'ultimo punto è decisivo.

Don Milani ci insegna il primato della coscienza: siamo liberi davvero solo nel momento in cui la nostra scelta è una scelta cosciente e quando è guidata dalla nostra educazione e non dagli istinti o dall'ordine di qualcun altro (o qualcos'altro). Il valore della liberà è immesso nella relazione comunitaria con l'altro, per cui vale solo se è rispetto delle regole di convivenza, nella convinzione che quelle leggi si possano migliorare civilmente: tramite voto e sciopero, appunto.

Così la libertà, che ci pare limitata dalla legge (la nostra libertà termina dove inizia la libertà dell'altro) è, in realtà una libertà totale laddove l'altro non è un nemico che mi svuota dei miei diritti, ma l'unico tramite per la realizzazione completa della legge, che posso incontrare nel dialogo. La libertà diventa tale solo d'innanzi alla legge che la coscienza si dà. La legge non è più un'imposizione di ordini altrui, ma il proprio volere che si è fatto ragione e che si fa comunità. L'esempio degli obiettori di coscienza non è di chi rifiuta la legge in quanto tale, ma di chi ama la legge e per migliorarla è disposto a pagarne le conseguenze. L'obbedienza cieca non è una virtù; è un virtù l'amore della legge, cioè la comprensione che la Legge (da quella umana, fino alla legge divina) è l'espressione di un amore e che tale vincolo sia primario rispetto alla legge presa singolarmente. Vi è la convinzione che l'amore per la Legge sia profondo, sia un amore per la legge del cuore. E di un cuore puro, liberato dalle tenebre.
L'obbedienza cieca annulla l'uomo, lo rende un automa, gli toglie il cuore infarcendolo dei suoi più biechi desideri e ne annega la coscienza e l'intelletto.
Al contrario di quanti, soprattutto oggi, violano la legge per vantaggi personali, eventualmente anche cambiandola per dar libero sfogo ai propri interessi a scapito degli altri; l'esempio degli obiettori di coscienza è di chi ama la legge e riconosce che la vita senza legge sia una vita immiserita, una vita da schiavi: le democrazie vivono se ciascuno si fa carico degli interessi generali (quanto è rousseauiano).

Se questo ci deve far riflettere, desidero che un altro punto sia di stimolo: l'attenzione di don Milani per quei 31 ragazzi incarcerati per obiezione di coscienza, "Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode, che leggono giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione. Un mio figliolo ha per professore di religione all'Istituto Tecnico il capo di quei militari cappellani che han scritto il comunicato. Mi dice di lui che in classe parla spesso di sport. Che racconta di essere appassionato di caccia e di judo. Che ha l'automobile. Non toccava a lui chiamare «vili e estranei al comandamento cristiano dell'amore» quei 31 giovani. I miei figlioli voglio che somiglino più a loro che a lui. E ciò nonostante non voglio che vengano su anarchici.

Ritengo che l'insegnamento più grande sia che l'avere delle regole ci tiene al riparo (badate, non lontani, ma al riparo) da egoismi, individualità, dal consumismo e dalle mode e ci faccia più vicini agli altri, agli ultimi e alla verità. E non è un caso se la via maestra di questo percorso è offerta dalla scuola, dall'educazione e dalla cultura.

martedì 11 maggio 2010

Una lettera di una figura importantissima

«Voglio confessare qui molto semplicemente una cosa: credo che soltanto la Bibbia sia la risposta a tutte le nostre domande e che abbiamo solo bisogno di domandare con insistenza e con un po' di umiltà per ricevere da essa la risposta. Non possiamo infatti leggere semplicemente la Bibbia così come leggiamo altri libri. Dobbiamo essere pronti a porle realmente delle domande. Solo così essa si dischiude a noi. Solo se ci attendiamo dalla Bibbia risposte ultime, essa ce le fornisce.
Ciò dipende appunto dal fatto che nella Bibbia ci parla Dio. E su Dio non possiamo appunto riflettere semplicemente per conto nostro, bensì dobbiamo porgli domande. Solo se lo cerchiamo, egli ci risponde.
Naturalmente possiamo anche leggere la Bibbia come qualsiasi altro libro, vale a dire dal punto di vista della critica testuale, ecc. Non c'è nulla da eccepire al riguardo. Solo il fatto che questo non è l'uso che dischiude l'essenza della Bibbia, bensì unicamente la sua superficie.
Come non è innanzitutto analizzandola che accogliamo la parola di una persona che ci è cara, bensì acconsentendovi in maniera pura e semplice, e come tale parola risuona poi in noi per giorni semplicemente come la parola di quest'uomo che amiamo. E come in questa parola si dischiude poi sempre più colui che l'ha pronunciata quanto più noi la “meditiamo nel nostro cuore” a somiglianza di Maria (Lc 2,19), così dobbiamo comportarci con la parola della Bibbia.
Soltanto se osiamo ascoltare la Bibbia come se in essa ci parlasse realmente Dio. Che ci ama e non vuole lasciarci soli con le nostre domande, ne gioiremo.»

(D. Bonhoeffer, Lettera a Rüdiger Schleicher, 8 aprile 1936)

mercoledì 28 aprile 2010

La libertà è partecipazione

Da una discussione sulla libertà, o se sono libero quando faccio quello che mi pare o quando posso scegliere.

Da quello che ci dicevamo ieri sera, la libertà è la possibilità di auto-determinarsi: si è liberi nel momento in cui si può decidere su se stessi.
Una importante difficoltà sovviene qualora ci interroghiamo sull'atto deliberativo che qualifica la nostra libertà; cioè se siamo liberi in quanto vogliamo qualcosa o se siamo liberi in quanto, pur volendo qualcosa, possiamo guidare quel volere e compiere una scelta. I due atti paiono simili: sono sempre io che desidero qualcosa e c'è un oggetto del mio desiderio; nel primo caso, però, la mia volontà è "indifferenziata", cioè non subisce alcuna specificazione da parte della mia ragione, ma viene attratta dall'oggetto esterno. E' volontà pura dell'oggetto. Nel secondo caso la volontà è determinata dall'intelletto che le propone l'oggetto così come lo conosce, rendendola davvero libera.
Nel primo caso, infatti, la volontà, che noi identifichiamo immediatamente con libertà (se voglio, sono libero), è succube di un oggetto esteriore: individuando in esso il limite a cui si tende, lo trasforma in idolo, rendendoci schiavi. Ne deriva che la nostra libertà, che ci è data nella possibilità di scegliere, non si realizza nella condizione del volere in sé: non è questo il fine delle nostre azioni. Non siamo liberi solo perché vogliamo, perché, se così fosse, saremmo in una ricerca insaziabile e senza posa: non godremmo mai di nulla. La libertà del "mi va" è una falsa libertà, ci rende schiavi perché non ci fa felici.

Siamo liberi nella possibilità di scegliere. Ma lo siamo se ci accorgiamo che il nostro volere deve essere guidato affinché non cada in errore e non ci renda schiavi. Sono libero nell'atto della scelta, nella capacità che ho di soppesare e calcolare le differenti opzioni. In questo senso la nostra libertà è necessitata e limitata dalle nostre conoscenze, o, viceversa, noi siamo liberi solo nella capacità costruttiva del pensiero. Solo in quanto vogliamo, sono gli istinti ad essere resi liberi, ma noi siamo guidati da quelli e tendiamo a fare di ogni oggetto esterno un mezzo per la nostra felicità. Ritenere, al contrario, che siamo liberi nel momento in cui possiamo specificare attraverso un pensiero ordinato i vincoli del volere per calcolarne i limiti e soppesarne le differenti scelte, ci rende liberi in quanto fautori della nostra libertà. Nel primo caso siamo guidati e vaghiamo ad occhi chiusi, nel secondo apriamo gli occhi e, responsabilmente, consideriamo le condizioni di ogni nostro volere.
Questa libertà ci realizza, perché ci rende possibile, attraverso la conoscenza del Bene e del nostro bene legato a quello, realizzarci completamente; va da sé che ci sia richiesto di essere intelligenti: se vogliamo essere liberi, dobbiamo avere gli strumenti per valutare le scelte. Sennò si cade in errori peggiori rispetto a quando ci facevamo guidare dagli altri e brancolavamo nel buio. E', però, più entusiasmante, perché ci offre la possibilità di costruire la nostra vita... Sapere aude!

Così l'essere liberi non è fare qualsiasi cosa ci passi per la testa (come si suol dire), ma riflettere bene su ciò che ci capita: scegliere il bene senza sapere perché lo si sceglie non è un merito, né conduce ad una buona vita: il fine non giustifica i mezzi e ci è chiesto di conoscere i mezzi e saperli valutare. La libertà è, così, condizione del nostro pensiero e del nostro ragionar bene; ed è condizionata dal nostro vivere sociale, a cui siamo portati dalla nostra ragione. E questo si riassume nell'aforisma, "la mia libertà termina dove inizia la libertà dell'altro", o la mia libertà si esaurisce e si completa nella libertà dell'altro.
I limiti (politici) alla nostra libertà di espressione valgono per il motivo attraverso cui abbiamo definito cos'è libertà (J.S. Mill ne scrisse un saggio molto rilevante in cui vi espone la ragione dei limiti: c'è un limite alla legittima ingerenza dell'opinione collettiva sull'indipendenza individuale ... il solo e unico fine che autorizzi l'umanità ad interferire con la libertà di azione di uno qualunque dei suoi membri, è quello di proteggere se stessa).

(e vi evito di mettervi le meravigliose lettere di Descartes in merito...)

venerdì 23 aprile 2010

Barbiana, arriviamo?

Faremo conoscenza con DON MILANI, un uomo testimone di temi di grande attualità oggi: le istanze di giustizia...
Pace
Scuola: “agli svogliati basta dare uno scopo”
rapporto con i poveri
politica: “… insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è l’avarizia…”
obbedienza: “...non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. …”
Chiesa: un rapporto di obbedienza, di amore, ma anche di coraggiosa testimonianza.