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sabato 9 luglio 2011

Acqua bene comune - Democrazia bene comune...

Un intervento alla manifestazione nazionale per l'Acqua bene comune che riattualizza gli eventi di Genova di 10 anni fa, quando di fronte ad un G8 che intendeva spartirsi i beni del mondo privatamente, ci furono numerosi manifestazioni contrarie. La vittoria del referendum è una vittoria di quegli ideali...



Genova 2001, un film sulla responsabilità (ricordate?): Ora o mai più

mercoledì 1 giugno 2011

Sono finiti? Anno zero...

A. Gramellini su La Stampa:
Ieri in Italia sono finiti gli Anni Ottanta. Raramente nella storia umana un decennio era durato così a lungo. Gli Anni Ottanta sono stati gli anni della mia giovinezza, perciò nutro nei loro confronti un dissenso venato di nostalgia. Nacquero come reazione alla violenza politica e ai deliri dell’ideologia comunista. L’individuo prese il posto del collettivo, il privato del pubblico, il giubbotto dell’eskimo, la discoteca dell’assemblea, il divertimento dell’impegno. La tv commerciale - luccicante, perbenista e trasgressiva, ma soprattutto volgarmente liberatoria - ne divenne il simbolo, Milano la capitale e Silvio Berlusconi l’icona, l’utopia realizzata. Nel pantheon dei valori supremi l’uguaglianza cedette il passo alla libertà, intesa come diritto di fare i propri comodi al di fuori di ogni regola, perché solo da questo egoismo vitale sarebbe potuto sorgere il benessere.

Purtroppo anche il consumismo si è rivelato un sogno avvelenato. Lasciato ai propri impulsi selvaggi, ha arricchito pochi privilegiati ma sta impoverendo tutti gli altri: e un consumismo senza consumatori è destinato prima o poi a implodere. Il cuore del mondo ha cominciato a battere altrove, la sobrietà e l’ambientalismo a sussurrare nuove parole d’ordine, eppure in questo lenzuolo d’Europa restavamo aggrappati a un ricordo sbiadito. La scelta di sfidare il Duemila con un uomo degli Anni Ottanta era un modo inconscio di fermare il tempo. Ma ora è proprio finita. Mi giro un’ultima volta a salutare i miei vent’anni. Da oggi si guarda avanti. Che paura. Che meraviglia.

E L'Amaca di ieri di M. Serra:
Ieri, lunedì 30 maggio 2011, verso le quattro del pomeriggio, sono finiti per sempre gli anni Ottanta italiani, il decennio più lungo della storia del mondo. È finita la politica del cerone e delle facce rifatte, delle convention, delle escort, delle olgettine, degli spot, della tivù dei telegatti e delle cerimonie di corte, dell’edonismo fintoallegro, dell’ignoranza caciarona spacciata per genuinità popolare (ingannando atrocemente il popolo). È finita la fiction. Quello che verrà dopo, non lo sappiamo. Ma sappiamo, finalmente, che un dopo esiste, e questo bastava, a Milano e altrove, per abbracciarsi con gli occhi pieni di benedette lacrime. Voglio dedicare questo giorno di felicità e di liberazione ai due o trecento ragazzini salariati che ho incontrato in piazza del Duomo al comizio di chiusura della Moratti: facevano pensare a una vecchia canzone di Gaber: “Non sanno se ridere o piangere, batton le mani”. Il set che, di qui in poi, verrà inesorabilmente smontato era anche il loro set. Vorrei tanto che anche per loro cambiasse qualcosa. Io vengo da una famiglia di destra, e non era una destra così triste. Era una destra onesta, silenziosa, sobria, borghese. È stato un bel luogo dove crescere, e un bel luogo dal quale fuggire verso la mia vita. Quello che Berlusconi ha fatto alla destra italiana è spaventoso. Non gli potrà mai essere perdonato.

martedì 11 gennaio 2011

Morte durante le feste...

Articolo su Il Fatto Quotidiano (ma è anche interessante quello su La Repubblica; più che tanti banali commenti, ci può servire da riflessione:


Un’inchiesta della magistratura contro ignoti, dicono le carte della burocrazia. Ma è una città intera, moralmente, a finire sul registro degli indagati. Una Bologna, come dice il direttore della Caritas Paolo Mengoli, a cui “manca un vero padre di famiglia”. In queste ore si sprecano gli stereotipi sulla civile Bologna che, forse, tanto civile non è più. O almeno non lo è quanto lo è stata trentuno anni fa, quando la gente lasciò le vacanze per tornare a casa e aiutare a scavare tra le macerie della stazione. Qualcosa è successo e non funziona come dovrebbe, perché un bambino di 20 giorni non può morire di stenti in Piazza Maggiore, al gelo, nel frigorifero con le pareti di vetro della Sala Borsa, come se fosse un acquario. Eppure quando la mattina del 4 gennaio Devid Berghi, questo il nome che ha portato nella sua breve esistenza, è stato raccolto da un’ambulanza non c’era già più niente da fare. Lui è morto per una crisi respiratoria. Morto e sepolto in silenzio, forse per la vergogna. Si sono salvati il fratellino gemello e la sorella, di un anno e mezzo più grande.

Una tragedia con pochi precedenti, nel salotto buono di una città, in quella stessa piazza che ha visto 15mila persone festeggiare l’anno nuovo. Eppure in molti l’avevano incrociata quella famiglia, senza però soffermarsi a guardarla. Annamaria Cancellieri, nominata commissario prefettizio dopo le dimissioni da sindaco di Flavio Delbono, dice che era anche stato offerto aiuto alla madre, che però aveva rifiutato. Forse non un valido motivo per morire.

“Tristezza mista a rabbia”, dice Oliviero Diliberto, portavoce della Federazione della sinistra. “Ma che razza di Paese stiamo diventando se persino nella civilissima Bologna avvengono fatti simili? Cosa abbiamo fatto di male per arrivare a tanto? Pensavo di aver letto male, poi di aver travisato, infine, davanti all’evidenza della notizia, mi sono bloccato un attimo a riflettere e riflettendo mi sono chiesto se e quanta colpa ha anche la parte sinistra della politica, alla quale appartengo, quando avvengono fatti del genere. Mi sono risposto: tante”.

Forse la colpa non ha un colore marcato, è collettiva, prima di tutto. Poi di una macchina, quella del Comune di Bologna, con i servizi sociali sbandierati come fiore all’occhiello, che è inceppata da anni di malgoverno e dall’assenza di una guida politica. 5.300 dipendenti comunali, quasi un record, ma che non hanno mantenuto l’eredità di chi ha ceduto loro il posto: se l’Italia si scandalizza oggi è perché a Bologna qualcuno aveva costruito una rete di solidarietà e assistenza che oggi non esiste più. Pierferdinando Casini continua a ripetere che Bologna, è dai tempi di Giorgio Guazzaloca che non ha più un sindaco e un governo, “perché né i cinque anni di Sergio Cofferati né l’anno di Flavio Delbono possono essere considerati tali”. E c’è del vero, anche se i bolognesi col cuore a sinistra rammentano Renzo Imbeni come ultimo sindaco, poi il vuoto.

Annamaria Cancellieri, corteggiata dal Pdl per convincerla a candidarsi, dice che sono in corso accertamenti. In una breve apparizione davanti ai cronisti ha raccontato che “la madre era una povera donna che aveva sempre rifiutato aiuti e assistenza. In passato poi, ha spiegato il commissario, la donna aveva avuto altri due bambini che le erano stati tolti dai servizi e dati in affido”. E aggiunge: “In almeno due occasioni i nostri operatori avevano offerto aiuto alla madre di quei bambini, sicuramente il giorno di Capodanno, quando tutta la famiglia si era presentata alla Caritas per un pasto caldo, a San Luca. Ma la donna ha sempre rifiutato. Comunque dobbiamo fare ulteriori accertamenti sulle dinamiche”.

La famiglia era entrata in contatto anche con il servizio mobile dell’associazione Piazza Grande: “Da quest’estate venivano in stazione quando distribuivamo generi alimentari”, spiega il responsabile, Alessandro Tortorelli. Quello che non è chiaro, è se la famiglia avesse effettivamente una casa oppure no. Noi sapevamo che di giorno stavano in Sala Borsa ma non ci hanno mai detto di essere senza casa. L’attuale compagno della donna però ci aveva chiesto di avviare le pratiche per la residenza in via Mariano Tuccella (una via fittizia dove prendono la residenza i clochard bolognesi, ndr) e il 31 dicembre era tutto pronto per accoglierli nell’albergo di via del Pallone, ma hanno rifiutato”, spiega ancora il responsabile dell’associazione. Non sappiamo ancora da chi il 31 dicembre, cinque giorni prima che il bambino morisse, era stata fatta l’offerta. E se realmente era stata fatta. “Il problema è che lavoriamo per pezzetti e non c’è comunicazione tra i diversi servizi”, spiega Monica Brandoli del settore Sociale del Comune di Bologna. “Inoltre, di fronte a un’offerta d’aiuto che non viene accolta non sappiamo neppure come comportarci”.

Un ufficio che poteva fare qualcosa c’era, l’Ufficio Tutela minori: è partito con l’ex vice sindaco con delega ai servizi sociali, Adriana Scaramuzzino, magistrato minorile, e doveva fare da interfaccia tra Procura, Tribunale dei minori e Comune. L’ufficio non è mai stato reso operativo, né durante la fase Delbono, né col commissario Cancellieri.

Se la donne è stata seguita in passato, come ha ammesso il commissario, come è possibile che un persona già considerata in difficoltà, al punto da vedersi sottratti due minori, possa esporre i propri figli a pericolo di morte, a spasso con le temperature sottozero della città? Come mai non si è adottata una qualsiasi misura preventiva per tutelare i minori? Come mai non sono state predisposte delle misure anche forzate per tutelare chi non poteva difendersi? Sembra proprio che negli uffici pubblici qualcosa non abbia funzionato. Eppure quei bambini dormivano alla Sala Borsa, la biblioteca. Il commissario continua a dichiarare su ogni questione che “non vi sono i soldi”. Certo non ci sono i soldi e quelli che ci sono, a volte, sono spesi male.

sabato 25 dicembre 2010

Natale3 (orgia di consumi???)

Intervista a Enzo Bianchi su L'Espresso:
Se il Natale è diventato un’orgia consumista priva di spiritualità, non dipende anche dalla sua origine? In fondo è la meno cristiana delle ricorrenze, connotata da una matrice pagana di gran lunga precedente la nascita di Gesù. E il bambinello non vi è forse celebrato come un’antica divinità antropomorfa?

So di non scandalizzare il priore del Monastero di Bose, Enzo Bianchi, avanzandogli obiezioni radicali come questa. Dialogare con gli ebrei e con i non credenti è per lui un’abitudine quotidiana. Così come godersi lo stupore del forestiero quando giunge qui sulla Serra morenica fra Ivrea e Biella, specie d’inverno, con i prati ricoperti dalla galaverna e sullo sfondo, bianchissimi, i ghiacciai alpini. Il visitatore non si aspetta la raffinatezza di un centro di studio e di preghiera nel quale la povertà si traduce in cura del bello, la sobrietà del cibo diviene prelibatezza, la liturgia e l’esegesi promanano libertà intellettuale.
Figuriamoci dunque se si arrabbia, padre Enzo Bianchi, davanti ai miei dubbi sul suo amatissimo Natale cristiano. Proprio lui che ha fondato più di quarant’anni fa una regola monastica senza chiedere nessun riconoscimento ufficiale alla Chiesa. Tanto più che ci lega un’affettuosa confidenza, resa più intensa da quando ci unisce il richiamo del Monferrato in cui Enzo è nato e dove io sono andato a vivere. Prima di rispondermi, quindi, si proceda con i cardi nella fonduta, il risotto ai funghi di Bose e gli involtini e la pesca sciroppata e il grignolino di Vignale, a celebrazione monferrina dei ricordi natalizi di cui è ricco il suo ultimo libro “Ogni cosa alla sua stagione” (Einaudi), dove Bianchi si racconta come mai aveva fatto prima. Dapprima ritrovo i luoghi e i vecchi del nostro circondario, come la selvatica formaggiaia Teresina del Muchèt che puzzava delle sue capre ma coltivava profumatissime erbe aromatiche. E a me ricorda la traversata nella neve del 25 dicembre per raggiungere la vecchia Angela che viveva tutta sola in una cascina di là del bosco dalla mia, per farle un po’ di compagnia e riceverne una bottiglia imbevibile ma preziosissima, perché frutto della mia stessa vigna lavorata da suo marito cinquant’anni prima. Poi i falò sulla collina di Enzo che noi facciamo ancor oggi per bruciare l’anno vecchio, riempiendo di paglia una tuta di operai senza lavoro ritornati a fare i contadini. Ma infine arriva la memoria più intima e tormentata, non credevo che Enzo ce l’avrebbe fatta a vincere la sua discrezione piemontese: l’incomprensione prolungata col padre e con la matrigna, dopo la morte della mamma che l’aveva lasciato orfano a soli otto anni. La fatica di far accettare nel suo paesino, dove la miseria guardava con sospetto la cultura, una vocazione precoce allo studio e una fede naturale. Le meravigliose figure di Cocco e Etta, la postina e la maestra, che intuiscono e coltivano sapientemente il talento dell’orfanello, ne assecondano la religiosità critica, si sacrificano per farlo proseguire fino all’università. Entrambe verranno a trascorrere qui a Bose i loro ultimi anni.
“Che male c’è se il Natale è festa accogliente per i pagani?”, mi sorride con gli occhi furbi da contadino il priore di Bose. “Non ce lo insegna pure l’Antico Testamento? Nel Tempio di Gerusalemme i sacerdoti avevano pensato il cortile dei goyim, cioè un luogo adibito a ricevervi i non ebrei. Ed era uno spazio più grande di quello riservato a Israele nel Tempio”.

Dunque tu immagini un Natale rivolto ai pagani?
“A tutte le genti, direi meglio. Mio padre, che non era cristiano e che avversò a lungo la mia scelta monacale, è ancora lì che mi ammonisce a non giudicare mai le persone suddividendole fra credenti e non credenti. Lottare contro gli idoli che disumanizzano e alienano la relazione con gli altri è un’esperienza che ci accomuna ben oltre affiliazioni schematiche”.

Ma chi dovremmo festeggiare la notte del 24 dicembre? Un poco verosimile Dio bambino?
“Gesù è nato uomo, completamente uomo. Egli giungerà a raccontarci Dio ma attraverso il suo percorso di vita umana. La sua testimonianza è straordinaria grazie, per l’appunto, alla sua straordinaria umanità. Dunque chi deifica Gesù sulla terra commette un errore, lo deifica troppo presto”.

Ciò che dici conforta il mio punto di vista ebraico, così come mi è piaciuta nel libro la tua definizione dell’”uomo Gesù che ha raccontato Dio”. Ciò consente di recepire senza pregiudizi il suo messaggio, come messaggio di un profeta ebreo…
“Gesù era uomo, totalmente uomo, e questo in effetti si può dire anche degli altri profeti, da Isaia a Ezechiele. Perché no?”.

Ma allora che senso ha adorare Gesù come incarnazione divina? Io non provo questa necessità di un Dio che si faccia uomo come precondizione a instaurare una relazione intensa con Lui.
“Perché abbisogna pensare un Dio che si faccia uomo, attraverso Gesù? Forse ti stupirò, ma accetto questa tua obiezione. Non abbisogna necessariamente. Tanto è vero che la fede ebraica si è mantenuta, il cristianesimo non l’ha annullata. Noi cristiani proviamo la necessità di alzare il velo sulla relazione misteriosa che congiunge l’uomo a Dio, e raccontarci Dio attraverso l’esperienza medesima della carne umana. Ma non è vero che senza Cristo, cade Dio”.

Riconosci quindi il Natale come festa intrisa di reminiscenze pagane?
“Lo riconosco senza esserne turbato, perché il Natale è la nostra festa che meglio dimostra l’inculturazione della cultura cristiana. Ciò sarebbe impensabile nella Pasqua, che celebra il mistero della morte e resurrezione tanto più difficile da accettare, eppure decisivo. Mentre la nascita di un bambino, ne converrai, è sempre motivo di festa per tutti. Il Natale ha una portata antropologica molto forte, non a caso, soprattutto in Occidente”.

Anche perché vi ricomprende le tradizioni pre-cristiane, vero?
“Certo, pensalo nel nostro Monferrato cosa significa, appena superato il solstizio d’inverno, celebrare la vittoria del sole sulla notte, la luce, le giornate che ricominciano a allungarsi. Ovvio che le luminarie di Natale precedono il cristianesimo, perché precedente è il bisogno di vincere il buio. Anche l’impiego del vischio, quando la terra è congelata, era già un’abitudine celtica da noi ereditata. Nel momento più duro dell’anno naturale la famiglia si raccoglie e per contrasto festeggia, si consola scambiandosi doni. In questo senso il Natale è più antropologico, mentre a Pasqua la storia prevale sulla natura”.

Anche tu, però, nel libro, critichi “l’ideologia del Natale”. La tua indulgenza per i pagani non arriva a giustificare l’orgia consumistica contemporanea.
“Un conto è il presepe, la capanna della natività che esercita un richiamo meraviglioso perfino su uomini sapienti che non avevano la fede nel Dio d’Israele: i magi. Penso a loro, capaci di una ricerca, di una lotta anti-idolatrica, di inseguire una speranza che abita tutta la storia umana…

Mi stai dicendo che si può essere pagani e anti-idolatri nello stesso tempo?
“Ma certo, di nuovo è mio padre che me l’ha insegnato. C’è il giusto e l’ingiusto, mica il battezzato e il non battezzato. L’idolatria del Natale contemporaneo è bel altra cosa dalle sue origini pagane. Fa prevalere l’arroganza di chi ha rispetto a chi non ha, il misurarsi sulla quantità dei doni. Fino a rendere questo Natale invivibile alle persone sole, agli emarginati, ai più poveri. E’ assurdo, ma in questi giorni di una festa mal vissuta aumentano perfino i suicidi”.

Se ben capisco, devi ai pochi anni trascorsi con tua madre la fede cristiana che ha fatto di te uno studioso della Bibbia e il fondatore di una comunità monastica.
“E’ così, ma se n’è andata troppo presto e quindi il suo impulso spirituale non sarebbe bastato senza l’apporto di Cocco e Etta, le due donne al tempo stesso pie e curiose, aperte, che si presero cura di me dopo la morte della mamma. Un commiato che aleggia in ciascuna delle mie notti, perché la camera da letto era unica nella nostra casa dignitosa ma povera; e io ricordo le sue crisi asmatiche, ogni volta col dubbio di risvegliarmi al mattino senza che lei ci fosse più. Sono passati più di sessant’anni ma tuttora non amo andare a letto, fatico a addormentarmi”.

Ricordi il Natale con tua madre?
“Lo ricordo con gioia e lo perpetuo nella sua ferma volontà che la cena natalizia preveda diciassette portate, non una di meno! Bisognava che si facesse festa dello stare insieme. E siccome in famiglia eravamo solo tre mentre –come diceva la mamma- la tavola ha quattro lati, c’era sempre il posto per chi era rimasto vedovo da poco, o per il girovago delle nostre campagne. Proprio come fate voi ebrei nella cena pasquale, quando apparecchiate un coperto in più per il profeta Elia”.

Natale2 (rinascita o consumi?)

Il Cardinal Martini su Il Corriere:

Oggi il Natale ha quasi perduto il suo senso originario. Lo «celebrano» anche uomini di altre religioni. Perfino parecchi non credenti vivono in questo giorno una qualche forma di liturgia profana. Non v' è alcuno che rifiuti per Natale qualche dono o almeno una buona cena. Per questo non parlo volentieri del Natale. Da quando ho conosciuto un po' meglio la Sacra Scrittura, è la Pasqua che mi attrae e mi pone dinnanzi a un preciso programma di vita. Benché il Natale sia una splendida manifestazione della gloria di Dio in Cristo e del suo amore per noi, i discorsi che si fanno a partire dal Natale sanno spesso di buonismo e di speranza a buon mercato. Essi sono un segno di poca lealtà con se stessi e con gli altri. Infatti diciamo delle cose che non sono vere e a cui nessuno crede. Ci auguriamo a vicenda lunga vita, felicità, successo, ci facciamo doni che vogliono dire l' affetto che ci portiamo, ma per lo più sappiamo che non è così. La prima lettera espone bene questo stato di cose. Il Natale fa emergere le storture della politica, la gravissima crisi economica che stiamo attraversando, le violenze quotidiane fisiche e psicologiche. E si potrebbero aggiungere tante altre cose ancora. Molti uomini e donne attendono in questo giorno qualcosa, un evento o magari una persona che li tiri su, che restituisca loro l' ottimismo ingenuo che hanno irrevocabilmente perduto; qualcosa di nuovo e di grande, che potrebbe farli tornare indietro. Ma questa speranza è fallace, perché si basa solo sulle nostre forze e dimentica lo Spirito di Dio, il solo capace di aiutarci in maniera efficace. Dopo i giorni delle feste tutto ritorna più o meno come prima. È come un dirsi reciprocamente «ce la faremo», pur sapendo tutti che non è vero. Per vivere bene il Natale e ricavarne quel conforto che è giusto attendersi da questa festa, è necessario sforzarsi di capire ciò che viene detto nei Vangeli. In essi, soprattutto nel Vangelo secondo Luca, emerge un progetto di uomo che vive il dono di Dio nella meraviglia, nella gratitudine e nel distacco. Questo uomo nuovo può essere o un semplice come i pastori o uno studioso come i Magi. Tutti sono chiamati a partecipare all' esperienza dei pastori a cui fu detto: «Vi annunzio una grande gioia» (Lc 2,10). Chi partecipa di questa gioia, si difenderà da quel pericolo che è il Natale del consumismo, che ci impone di non sfigurare davanti ad amici e parenti con costosi regali. Pur avendo la coscienza che molte famiglie fanno fatica a far quadrare il bilancio del mese, si continua a spendere denaro pubblico e privato nella maniera più folle. Si tratta di una gioia semplice, intima, che può convivere anche con momenti di sofferenza e di strazio. Il bambino Gesù è l' immagine di questa fiducia e abbandono alla Provvidenza. Qui va ricordata la parola di Gesù: «chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15). Se noi riusciamo ad affidarci alla Provvidenza di Dio, accettiamo ogni cosa con fiducia, perché fa parte del disegno del Padre. Il Natale guarda alla Pasqua e il presepio contiene allusioni alla morte e risurrezione di Gesù. Esse erano presenti nella riflessione dei Padri. Così, ad esempio, il tema del legno della croce veniva ricordato dalla culla di legno in cui giace Gesù. Le pecore offerte dai pastori ricordano l' agnello immolato. Anche la Madre che si curva sul Figlio ci richiama alla pietà di Maria che tiene tra le braccia il Figlio morto. La liturgia ambrosiana si esprime così: «L' Altissimo viene tra i piccoli, si china sui poveri e salva». Dunque, il senso del Natale ci riporta al centro della nostra redenzione e ci procura una gioia che non avrà mai fine. Un simile atteggiamento positivo può convivere anche con grandi dolori e penosi distacchi. So bene che questi sentimenti di dolore sono i segni di grandi ferite, che si riaprono soprattutto in questi giorni. Quando si vede a tavola un posto vuoto, riemerge il mistero del Crocefisso con le sue piaghe. Ci sarebbe ancora da trattare di come il presepio può essere contemplato anche da non credenti e da atei. Io penso che questo fascino derivi dall' atmosfera profondamente umana che in esso si respira. Una umanità che sa guardare anche al lato invisibile della realtà e si compendia nella preghiera «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama». Buon Natale a tutti!