lunedì 22 agosto 2011
La Chiesa e le tasse: un invito ad informarsi...
Agevolazioni, ecco la verità:
Ormai è purtroppo consuetudine che almeno un paio di volte l’anno parta una pressante campagna mediatica contro i presunti privilegi di cui godrebbe la Chiesa cattolica. Le occasioni vengono spesso create ad arte con riferimento ad uno specifico aspetto (molto spesso l’esenzione dall’Ici), ma sono poi lo spunto per trattare polemicamente questioni molto diverse tra loro (8 per mille, agevolazioni fiscali, contributi alle attività). In questo modo si fa certo molto clamore, ma sicuramente poca corretta informazione. Cerchiamo quindi di fare chiarezza sul tema delle agevolazioni fiscali, nello specifico l’esenzione dall’Ici e la riduzione dell’Ires.
Prima di esaminare le norme agevolative va però denunziata la duplice scorrettezza che ancora una volta contraddistingue le critiche. Per un verso si insiste ad indicare tra i principali destinatari dei benefici "il Vaticano" (che, tra l’altro, essendo uno Stato estero, non è soggetto all’ordinamento tributario italiano), o "la Conferenza episcopale italiana" (che è solo uno tra le migliaia di enti ecclesiastici e non certo il più conosciuto, neanche presso i credenti), mentre non vengono quasi mai citati i tanti enti della Chiesa cattolica diffusi sul territorio che i cittadini – compresi molti non praticanti – conoscono e apprezzano (come, ad esempio, le parrocchie). Inoltre si presentano le agevolazioni come se riguardassero solo gli enti ecclesiastici e non anche un’ampia platea di enti appartenenti al mondo dei cosiddetti enti non profit.
Va inoltre segnalato come le stime sugli importi che corrisponderebbero alle agevolazioni siano del tutto prive di dati dimostrativi e sospettosamente alte.
Vediamo ora brevemente le agevolazioni in questione.
L’ESENZIONE ICI
La norma contestata è quella che esenta gli immobili nei quali gli enti non commerciali svolgono alcune specifiche e definite attività di rilevante valore sociale, cioè quelli «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a) della legge 20 maggio 1985. n. 222 [le attività di religione o di culto]» (art. 7, c. 1, lett. i, del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504). La norma, quindi, richiede il contestuale verificarsi di due condizioni: gli immobili sono esenti solo se utilizzati da enti non commerciali e se destinati totalmente all’esercizio esclusivo di una o più tra le attività individuate; inoltre, come stabilito dopo le modifiche apportate al testo originario, l’esenzione «si intende applicabile alle attività [...] che non abbiano esclusivamente natura commerciale». (cfr. c. 2-bis dell’art. 7 del D.L.. n. 203/2005, come riformulato dall’art. 39 del D.L. 223/2006).
Partendo dal dato normativo è facile verificare come una parte gran parte delle affermazioni riportate insistentemente sull’argomento siano del tutto errate. Non è vero che l’esenzione sia destinata a favorire solo gli enti appartenenti alla Chiesa cattolica, dal momento che si applica a tutti gli enti non commerciali, categoria nella quale gli enti ecclesiastici rientrano esattamente come molti altri soggetti del mondo del cosiddetto non profit come, ad esempio, le associazioni sportive dilettantistiche e quelle di promozione sociale, le organizzazioni di volontariato e le onlus, le fondazioni e le pro-loco, le organizzazioni non governative e gli enti pubblici territoriali, le aziende sanitarie e gli istituti previdenziali.
Un’ulteriore inesattezza riguarda la delimitazione della tipologia di immobili oggetto di agevolazione: l’esenzione non riguarda tutti gli immobili di proprietà degli enti non commerciali, ma solo quelli destinati – per intero – allo svolgimento delle attività che la legge prevede. In tutti gli altri casi (librerie, ristoranti, hotel, negozi e per le abitazioni concesse in locazione) l’imposta è dovuta.Inoltre, esattamente all’opposto di quanto si continua a sostenere, per usufruire dell’esenzione tutto l’immobile deve essere utilizzato per lo svolgimento dell’attività esente; se in un’unità immobiliare si svolge un’attività rientrante nell’elenco unitamente ad un’attività che, invece, non vi figura, tutto l’immobile perde l’esenzione. Risulta così evidente l’assoluta falsità della denuncia che gli enti ecclesiastici "estorcano" l’esenzione inserendo una cappellina in un immobile non esente. In questi casi, infatti, l’intero immobile va assoggettato all’imposta, compresa la cappellina che, autonomamente considerata, avrebbe invece diritto all’esenzione.
LO SCONTO IRES
Un analogo discorso può essere fatto a proposito della riduzione dell’Ires (l’imposta sui redditi delle persone giuridiche): si tratta di un’agevolazione che riguarda molti enti non profit; l’articolo 6 del D.P.R. 601 del 1973 la prevede infatti, oltre che per gli enti ecclesiastici, per:
1) gli enti di assistenza sociale, le società di mutuo soccorso, gli enti ospedalieri, gli enti di assistenza e beneficenza;
2) gli istituti di istruzione e gli istituti di studio e sperimentazione di interesse generale che non hanno fine di lucro, i corpi scientifici, le accademie, le fondazioni e associazioni storiche, letterarie, scientifiche, di esperienze e ricerche aventi scopi esclusivamente culturali.
3) gli istituti autonomi per le case popolari, comunque denominati, e loro consorzi. Hanno inoltre diritto all’aliquota agevolata anche le ex Ipab, come prevede l’art. 4, comma 2 del D.Lgs. 207 del 2001.
Si può notare che si tratta di soggetti caratterizzati dalla rilevanza sociale delle loro attività in favore della collettività, circostanza che giustifica, anche sotto il profilo costituzionale, la previsione di agevolazioni fiscali.
IN CONCLUSIONE
Da ultimo una riflessione sulla necessità di risanare il bilancio pubblico anche ricorrendo all’eliminazione delle agevolazioni in questione che, come abbiamo visto, riguardano una vasta platea di soggetti non profit. Andrebbe considerato che la rinuncia al gettito da parte dello Stato (o dei comuni nel caso dell’Ici) non costituisce una privazione per la collettività, ma il sostegno a una meritoria opera i cui benefici ricadono innanzitutto sulla stessa comunità e che i bisogni a cui gli enti non riuscirebbero più a dare risposta dovrebbero essere, in un modo o nell’altro soddisfatti dall’ente pubblico, con aggravio dei conti pubblici.
Patrizia Clementi
Quelli che l'Ici e la Chiesa Cattolica:
Quelli che. Quelli che la Chiesa cattolica torni a pagare l’Ici.
Quelli che non sanno che la Chiesa paga già l’Ici, per gli immobili dati in affitto e le strutture alberghiere. Quelli che lo sanno benissimo ma fingono di non saperlo.
Quelli che vorrebbero far pagare l’Ici a chi ancora non la paga, ossia alle mense Caritas, agli oratori, alle sacrestie, ai monasteri… perché sono soltanto loro che ancora non pagano.
Quelli che sul loro giornalone scrivono in 500mila copie che Chiaravalle, alle porte di Milano, è un resort cinque stelle a 300 euro a botta. Quelli che ci credono. Quelli che sanno bene che Chiaravalle è un normale monastero cistercense che per una celletta della foresteria (vedi la foto) e tre pasti frugali al dì chiede un’offerta di 40 euro, ma se uno non li ha, pazienza. Quelli che quando Avvenire smaschera la fandonia si guardano bene dal pubblicare una rettifica, così i loro lettori continuano a credere che Chiaravalle sia un resort, la Chiesa ci lucri e s’indignano.
Quelli che sul loro giornalone da 500 mila copie denunciano con veemenza che la Chiesa italiana nasconde il rendiconto dell’8 per mille. Quelli che, e sono gli stessi, da 20 anni pubblicano il rendiconto in una loro pagina acquistata dalla Chiesa, incassano i soldi e, una volta smascherati, si guardano bene dal correggere la fandonia.
Quelli che la Chiesa possiede il 30 per cento di tutti gli immobili in tutta Italia. Quelli che Luciano Moggi è il testimonial della Chiesa italiana. Quelli che revochiamo per cinque anni il Concordato. Quelli che sanno bene che 8 per mille, esenzione dall’Ici e dimezzamento dell’Ires non sono privilegi, ma lo scrivono ugualmente.
Quelli che sanno bene che all’8 per mille concorrono altre sette confessioni religiose diverse e pure lo Stato, ma evitano di ricordarlo, come se concorresse soltanto la Chiesa cattolica, che riceve quanto i contribuenti italiani le attribuiscono, e se i contribuenti non firmassero più per lei non riceverebbe niente, quindi non ha alcuna garanzia.
Quelli che sanno bene che l’esenzione Ici per gli immobili riguarda tutti, assolutamente tutti gli enti senza scopo di lucro, purché utilizzati per alcune attività di rilevanza sociale, non solo quelli religiosi. Quelli che sanno bene che la riduzione del 50 per cento sull’imposta sul reddito delle società (Ires) si applica agli enti religiosi in quanto questi sono equiparati agli enti aventi fine di beneficenza e di istruzione, e la riduzione non vale per le attività commerciali.
Quelli che sanno tutto questo ma fanno il pesce in barile e lasciano che il popolo italiano se la beva. Quelli che su Facebook scrivono che il 97 per cento della quota 8 per mille dello Stato torna alla Chiesa cattolica. Quelli che più la spari grossa più sei credibile.
Quelli che, non appena il cardinale Bagnasco denuncia la piaga dell’evasione fiscale, attaccano con virulenza la Chiesa cattolica. Quelli che quando scoppia la crisi e la gente mugugna e si agita, cercano un nemico, un mostro, il colpevole del disagio e lo additano alla rabbia popolare.
Quelli che creano il 'mostro' verso cui indirizzare la rabbia popolare per poter governare il malcontento, come fanno tutte le dittature. Quelli che tante panzane messe in fila e ripetute ossessivamente diventano una verità. E infine quelli che, e siamo noi, troppe coincidenze non sono una coincidenza.
Umberto Folena
Un video:
sabato 9 luglio 2011
Acqua bene comune - Democrazia bene comune...
Genova 2001, un film sulla responsabilità (ricordate?): Ora o mai più
martedì 7 giugno 2011
Don Milani sull'acqua bene comune...
Caro direttore, a rileggere l’articolo 3 della Costituzione, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…” mi vengono i bordoni. Oggi non volevo parlarti dei paria d’Italia, ma d’un’altra cosa. C’è questa legge 991 (legge per la montagna che garantisce finanziamenti e agevolazioni fiscali, ndr) che pare adempia la promessa del secondo paragrafo dell’articolo 3: “… è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”. A te, cittadino di città, la Repubblica non regala un milione e mezzo, né ti presta i soldi. A noi sì. Basta far domanda… Infatti eravamo già a buon punto perché un proprietario mi aveva promesso di concederci una sua sorgente assolutamente inutilizzata e inutilizzabile per lui, la quale è ricca anche in settembre e sgorga e si perde in un prato poco sopra alla prima casa che vorremmo servire. Due settimane dopo, un piccolo incidente.
Quel proprietario ha un carattere volubile. Una mattina s’è svegliato d’umore diverso e m’ha detto che la sorgente non la concede più. Ho insistito. S’è piccato. Ora non lo scoscendi più neanche colle mine. Ma il guaio è che quando ho chiesto a un legale se c’è verso d’ottenere l’esproprio di quella sorgente, mi ha risposto di no. Sicché la bizzettina di quell’omino, fatto insignificante in sé, ha l’atomico potere di buttar all’aria le nostre speranze d’acqua, il nostro consorzio, la famosa 991, il famoso articolo 3, le fatiche dei 556 costituenti, la sovranità dei loro ventotto milioni di elettori, tanti morti della Resistenza (siamo sul monte Giovi! ho nel popolo le famiglie di quattordici fucilati per rappresaglia). Ma qui la sproporzione tra causa ed effetto è troppa! Un grande edificio che crolla perché un ragazzo gli ha tirato coll’archetto! C’è un baco interiore dunque che svuota la grandiosità dell’edificio di ogni intrinseco significato. Il nome di quel baco tu lo conosci. Si chiama: idolatria del diritto di proprietà. A 1995 anni dalla Buona Novella, a sessantaquattro anni dalla Rerum Novarum, dopo tanto sangue sparso, dopo dieci anni di maggioranza dei cattolici e tanto parlare e tanto chiasso, aleggia ancora vigile onnipresente dominatore su tutto il nostro edificio giuridico. Tabù. Son dieci anni che i cattolici hanno in pugno i due poteri: legislativo ed esecutivo. Per l’uso di quale dei due pensi che saranno più severamente giudicati dalla storia e forse anche da Dio?…
Guai se non avremo almeno mostrato cosa vorremmo fare… Peccatori come gli altri, passi. Ma ciechi come gli altri no… Che i legislatori cattolici prendano dunque in mano la Rerum Novarum e la Costituzione e stilino una 991 molto più semplice in cui sia detto che l’acqua è di tutti. Quando avranno fatto questo, poco male se poi non si riuscirà a mandare due carabinieri a piantar la bandiera della Repubblica su quella sorgente. Morranno di sete e di rancore nove famiglie di contadini. Poco male. Manderanno qualche accidente al governo e ai preti che lo difendono. Poco male. Partiranno per il piano ad allungarvi le file dei disoccupati e dei senza tetto. Non sarà ancora il maggior male. Purché sia salva almeno la nostra specifica vocazione di illuminati e di illuminatori. Per adempire quella basta il solo enunciare leggi giuste, indipendente dal razzolar poi bene o male. Chi non crede dirà allora di noi che pretendiamo di saper troppo, avrà orrore dei nostri dogmi e delle nostre certezze, negherà che Dio ci abbia parlato o che il Papa ci possa precisare la parola di Dio. Dicendo così avrà detto solo che siamo un po’ troppo cattolici. Per noi è un onore. Ma sommo disonore è invece se potranno dire di noi che, con tutte le pretese di rivelazione che abbiamo, non sappiamo poi neanche di dove veniamo o dove andiamo, e qual è la gerarchia dei valori, e qual è il bene e quale il male, e a chi appartengono le polle d’acqua che sgorgano nel prato di un ricco, in un paesino di poveri.
domenica 5 giugno 2011
venerdì 3 giugno 2011
mercoledì 1 giugno 2011
Sono finiti? Anno zero...
Ieri in Italia sono finiti gli Anni Ottanta. Raramente nella storia umana un decennio era durato così a lungo. Gli Anni Ottanta sono stati gli anni della mia giovinezza, perciò nutro nei loro confronti un dissenso venato di nostalgia. Nacquero come reazione alla violenza politica e ai deliri dell’ideologia comunista. L’individuo prese il posto del collettivo, il privato del pubblico, il giubbotto dell’eskimo, la discoteca dell’assemblea, il divertimento dell’impegno. La tv commerciale - luccicante, perbenista e trasgressiva, ma soprattutto volgarmente liberatoria - ne divenne il simbolo, Milano la capitale e Silvio Berlusconi l’icona, l’utopia realizzata. Nel pantheon dei valori supremi l’uguaglianza cedette il passo alla libertà, intesa come diritto di fare i propri comodi al di fuori di ogni regola, perché solo da questo egoismo vitale sarebbe potuto sorgere il benessere.
Purtroppo anche il consumismo si è rivelato un sogno avvelenato. Lasciato ai propri impulsi selvaggi, ha arricchito pochi privilegiati ma sta impoverendo tutti gli altri: e un consumismo senza consumatori è destinato prima o poi a implodere. Il cuore del mondo ha cominciato a battere altrove, la sobrietà e l’ambientalismo a sussurrare nuove parole d’ordine, eppure in questo lenzuolo d’Europa restavamo aggrappati a un ricordo sbiadito. La scelta di sfidare il Duemila con un uomo degli Anni Ottanta era un modo inconscio di fermare il tempo. Ma ora è proprio finita. Mi giro un’ultima volta a salutare i miei vent’anni. Da oggi si guarda avanti. Che paura. Che meraviglia.
E L'Amaca di ieri di M. Serra:
Ieri, lunedì 30 maggio 2011, verso le quattro del pomeriggio, sono finiti per sempre gli anni Ottanta italiani, il decennio più lungo della storia del mondo. È finita la politica del cerone e delle facce rifatte, delle convention, delle escort, delle olgettine, degli spot, della tivù dei telegatti e delle cerimonie di corte, dell’edonismo fintoallegro, dell’ignoranza caciarona spacciata per genuinità popolare (ingannando atrocemente il popolo). È finita la fiction. Quello che verrà dopo, non lo sappiamo. Ma sappiamo, finalmente, che un dopo esiste, e questo bastava, a Milano e altrove, per abbracciarsi con gli occhi pieni di benedette lacrime. Voglio dedicare questo giorno di felicità e di liberazione ai due o trecento ragazzini salariati che ho incontrato in piazza del Duomo al comizio di chiusura della Moratti: facevano pensare a una vecchia canzone di Gaber: “Non sanno se ridere o piangere, batton le mani”. Il set che, di qui in poi, verrà inesorabilmente smontato era anche il loro set. Vorrei tanto che anche per loro cambiasse qualcosa. Io vengo da una famiglia di destra, e non era una destra così triste. Era una destra onesta, silenziosa, sobria, borghese. È stato un bel luogo dove crescere, e un bel luogo dal quale fuggire verso la mia vita. Quello che Berlusconi ha fatto alla destra italiana è spaventoso. Non gli potrà mai essere perdonato.
venerdì 27 maggio 2011
Quello che non sappiamo ancora dei quesiti referendari
Il 12 e 13 giugno siamo convocati ad un Referendum abrogativo su quattro quesiti distinti, ma di interesse generale e su cui, anche se non abiamo raggiunto la maggiore età, conviene essere informati. A leggere i quesiti, infatti, ci si accorge che interrogano la cittadinanza su punti specifici che, in punta di diritto, evidentemente, sono limitati rispetto ai grandi temi su cui sarebbe interessante riflettere e su cui tutti devono avere un'idea.
Un buon sito, sintetico sui punti, è questo: prima dice qualcosa sul Referendum in sé: il voto è un dovere civico (art. 48) a cui tutti accedono raggiunta la maggiore età (ibid.); il referendum si indice per abrogare una legge (art. 75). Lo stato deve agevolare la partecipazione di tutti, deve garantire un'informazione adeguata (art. 3: rimozione degli ostacoli ... che limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione)!
I QUESITI
L'ACQUA. Due i quesiti sull'acqua "pubblica". Il primo interviene sull'articolo 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n.112, convertita in legge Legge 6 agosto 2008, n. 133, modificata LEGGE 23 luglio 2009, n. 99 attraverso una legge che dispone un diverso utilizzo dell'energia e dell'acqua, e modificata da altre due leggi, l'articolo 15 della legge 25 settembre 2009, n.135, convertito in legge il 20 novembre 2009, n.166. I testi in sé non sono semplicisissimi, e i diversi rimandi non semplificano le cose. Per chi volesse guardare i link, l'articolo 15 del settembre 2009 è certamente uno di quelli più ricco di cose.
Questo quesito si interroga sull'obbligo della gara e l'affidamento della gestione dell'acqua a privati (poi aggiungo qualcosa).
Il secondo quesito interroga sull'abrogazione di una riga del primo comma dell'articolo 154 del decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152. Nello specifico di quella sull'adeguatezza dela remunerazione del capitale investito. Si tatta, quindi, di eliminare dalla tariffa dell'acqua gestita dai privati il guadagno del capitale investito. A me pare evidente che, togliendo questa riga, venga meno l'interesse speculativo: non è che l'acqua sarebbe gratis, ma resterebbe la tariffa solo per il costo del servizio di gestione. Gli extra-profitti sarebbero limitati.
Sull'acqua si deve discutere parecchio, perché la legge ha trasformato una cosa che l'ONU ha recentemente definito un diritto fondamentale dell'uomo in un bene (in una merce: lo Stato che trasforma in merci ciò che gli appartiene, è uno Stato mercificato, in cui la politica è succube dell'economia). Anche il papa, nell'enciclica Caritas in Veritate ha indicato nell'acqua un diritto fondamentale per la vita. Ed è evidente che un diritto non possa essere considerato un bene.
Un sito interessante, benché puntiglioso, sui quesiti del referendum è LaVoce: due economisti ci ricordano che non è che con l'abrogazione della legge l'acqua resterà pubblica o viceversa, perché l'acqua è pubblica (lo dice anche questa legge), ma la gestione sarà privata. A me alcune cose non tornano del loro discorso, ma le questioni sollevate solo interessanti. Tuttavia credo che non si risolve il problema degli sprechi dell'acqua solo affidandola ai privati: la legge eccede il problema. Inoltre la gestione renderebbe i privati proprietari. Nel sito, guardatevi anche i commenti: alcuni sollevano questioni interessanti e le risposte ai commenti.
Di rilievo l'impegno di Alex Zanotelli sull'acqua pubblica e 2. Occorre chiedersi se vogliamo davvero mercificare tutto, o se resta qualcosa al di fuori del mercato. In fondo, io non vedo grandi motivazioni nella "privatizzazione", credo che sia possibile migliorare la qualità dell'acqua lasciandola in mano al pubblico.
IL NUCLEARE. Ancora il sito con il quesito. Tutto sommato, le cose qui sono più semplici dal punto di vista del diritto. Tuttavia qualche considerazione possiamo farla. Intanto due siti: 1, 2. Un video di Grillo dall'intervista ad AnnoZero. Secondo me occorre chiedersi se sia sensato ricorrere ad una teconologia che nessuno realizza più (nessuno costruisce più centrali nucleari) e che sembra aver raggiunto il proprio picco di funzionalità e che aprirebbe a diverse problematiche, intanto dalla localizzazione del sito di costruzione, inoltre a quello per lo smaltimento delle scorie radiattive, infine al fatto che dobbiamo importare l'uranio e, ultimo ma non ultimo, l'elevato consumo energetico della centrale nucleare. Aggiungo anche: siamo in grado di costruire centrali, ne abbiamo il know-how o dovremmo importarlo? A chi conviene sviluppare una tecnologia superata, che però permette di accumulare ingenti quantità di denaro? (Ci rassegneremo ad un presidente-costruttore...) Chi dovrebbe regolamentare l'uso di una tecnologia che comporta rischi mondiali?
LEGITTIMO IMPEDIMENTO. Ancora il sito e un altro generale. Nonostante quello che si può ritenere, considero questo punto meno rilevante degli altri, anche se, com'è ovvio, è un referendum contro Berlusconi che ha fortemente voluto questa legge e che ne usufruirà più di tutti. In effetti se in sé le cose non cambieranno, se non che si appesentirà la magistratura (e si dice tanto che vogliono il processo breve) per qualcosa di inutile, perché resteranno i magistrati a decidere sulla liceità della richiesta; tuttavia far passare anche questa significherebbe far credere a Berlusconi che può permettersi di combinare quello che vuole perché per gli italiani il rispetto della legge non è di rilievo. Si potrà poi giudicare se il legittimo impedimento sia necessario per i cittadini o se sia conveniente per pochi...
Considerate, qualora il referendum fallisca, che il governo si sentirà autorizzato a procedere e sfrutterà il fallimento ben oltre i limiti di queste leggi. Informarsi e partecipare è, quindi, estremamente importante, perché permette di riaprire un dialogo (sia con lo stato che anche tra noi) che in fase parlamentare è mancato. E, su temi così vitali, invece, sarebbe fondamentale!
Discuterne e dibatterne lontano dai modelli televisivi, diventa un modo per riappropriarci della politica e trasformare questa società...
domenica 27 marzo 2011
Conoscere e pensare, oltre agli scherzi...
martedì 15 marzo 2011
sabato 5 febbraio 2011
domenica 2 gennaio 2011
martedì 28 dicembre 2010
lunedì 24 maggio 2010
Libertà di informazione o dall'informazione???
Articolo sulla libertà d'informazione.
Ddl intercettazioni, Pace: In gioco una libertà costituzionale
di Alessandro Pace, da Repubblica, 23 maggio 2010
Merita di essere evidenziato che ciò che viene pregiudicato dal disegno di legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione, non è tanto il diritto del cittadino ad essere informato – che, come tale, raramente può essere fatto valere davanti ad un giudice – ma è soprattutto la così detta «libertà istituzionale dell´informazione».
La quale, come «valore» di fondo dell´ordinamento costituzionale, è stata ripetutamente affermata dal Tribunale costituzionale federale tedesco ed è rintracciabile anche nella giurisprudenza della Corte suprema degli Stati Uniti, del Conseil constitutionnel francese, del Tribunal constitucional spagnolo e della nostra Corte costituzionale. Quest´ultima, alludendo al generico «diritto all´informazione», si riferisce infatti sia al pluralismo delle imprese informative (e quindi al pluralismo delle fonti di informazione), sia all´interesse generale dei cittadini ad essere informati.
In altre parole, la libertà «della» informazione si realizza anche nel nostro ordinamento mediante un «processo (circolare) di comunicazione»: dall´esercizio della libertà d´informare nasce, di fatto, la «libertà d´informarsi». Questa libertà si nutre dell´esercizio di quella. Il potere (politico, giudiziario o economico) colpendo l´una, colpisce anche l´altra. Una restrizione della pluralità delle fonti notiziali (quale che ne sia la causa: una legge eversiva - come nella specie -, un accordo tra imprenditori o il tentativo di un soggetto di monopolizzare il «mercato delle idee») concretizza, nel contempo, anche una violazione della libertà d´informarsi.
La libertà d´informarsi, pur non costituendo un diritto tutelato in via diretta dall´articolo 21 della Costituzione, è tuttavia ormai presente, a livello costituzionale, anche nel nostro ordinamento, grazie: a) all´articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell´uomo, secondo la quale «Ogni persona ha diritto alla libertà d´espressione: tale diritto include la libertà d´opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee…»; b) al fatto che il primo comma dell´articolo 117 della Costituzione impone al legislatore di rispettare gli obblighi internazionale; c) alla più recente giurisprudenza della Corte costituzionale che ha reso effettivo tale vincolo (sentenze numero 348 e 349 del 2008).
La «fondamentalità» della libertà di informarsi deriva poi anche dal fatto, comunemente avvertito dagli studiosi, di essere una delle «precondizioni» della stessa democrazia. Un percorso ulteriore in questa stessa direzione è infatti tracciato, in Costituzione, da quelle norme che affermano che la sovranità appartiene al popolo, che impegnano la Repubblica a rimuovere gli ostacoli per una effettiva libertà di tutti, che impegnano la Repubblica a sviluppare la cultura e la ricerca scientifica, che tutelano l´arte e la scienza, che impongono la pubblicità dei lavori parlamentari e dei procedimenti amministrativi (articoli 1, 3, 9, 33, 64, 97 ecc. della Costituzione).
Norme, tutte queste, che nel prefigurare la posizione giuridica del «cittadino» nello Stato democratico, ne delineano la sua posizione di fronte ai pubblici poteri. Da esse discende infatti che, per poter esercitare consapevolmente i diritti politici (ma non solo!) i cittadini dovrebbero essere liberi di informarsi. Il flusso delle informazioni non dovrebbe mai essere colpevolmente interrotto o comunque difficultato senza valide ragioni (si pensi al divieto - che si vorrebbe ora imporre - di pubblicare notizie fino al termine dell´udienza preliminare; al perdurante segreto di Stato ultratrentennale che impedisce di conoscere la verità su talune stragi ecc.). Il flusso delle informazioni dovrebbe anzi essere agevolato dai pubblici poteri che dovrebbero porre i cittadini in grado di essere sempre compiutamente informati. L´opposto, perciò, di quel che si pretende con il criticatissimo disegno di legge sulle intercettazioni.
sabato 22 maggio 2010
E se l'obbedienza non fosse una virtù?
Martedì abbiamo svolto un incontro sul famoso scritto di don Milani; avevate da leggere a casa la lettera che questi spedì ai cappellani militari (rileggetela al link). Costoro accusarono gli obiettori di coscienza, cioè quanti si rifiutavano di svolgere il servizio militare perché ritenevano che fosse in contraddizione con i propri valori, di viltà e di estraneità al valore dell'amore cristiano. La risposta di don Milani è vibrante: ripercorre la Costituzione e la storia, indicando come le guerre svolte non siano mai state un fiore all'occhiello per la Nazione, a meno che non siano guerre di liberazione da un invasore. La divisione che i cappellani militari fanno tra patrioti e stranieri, viene ripresa da don Milani, che reclama, sempre guidato dalla Costituzione, "il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto".
Dall'altro lato rivendica la necessità della critica intellettuale, e quindi la necessità di esercitare il proprio ingegno nella conoscenza delle cose: si è liberi se non si è subalterni, cioè se si ha una coscienza da esercitare che renda responsabili. La vera lotta di don Milani consiste nel ritenere tutti adatti a ricevere un'educazione che li renda liberi e responsabili, che ne faccia dei cittadini senza che possano essere ingannati dai padroni o dalla televisione. Che siano opinione critica e non solo un pubblico plaudente.
Don Milani viene citato in giudizio per apologia di reato e, portato davanti al tribunale, risponde con una bellissima lettera ai giudici che abbiamo letto quasi interamente martedì sera. (Tenetela presente, coltivatene i contenuti, perché vi torneranno davvero utili!)
Credo che vari siano i temi esplicitati: quelli politici della coscienza individuale e del valore della legge e della sua operatività (art. 3 della Costituzione), quello della responsabilità del cittadino di fronte alla violenza dello Stato (e, mi dispiace, anche di fronte alla violenza del fratello: ne siamo responsabili, così come siamo responsabili della povertà del povero). Dell'obbedienza agli ordini illegittimi, che abbiamo incontrato nel campo a Monte Sole: "A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore". Quest'ultimo punto è decisivo.
Don Milani ci insegna il primato della coscienza: siamo liberi davvero solo nel momento in cui la nostra scelta è una scelta cosciente e quando è guidata dalla nostra educazione e non dagli istinti o dall'ordine di qualcun altro (o qualcos'altro). Il valore della liberà è immesso nella relazione comunitaria con l'altro, per cui vale solo se è rispetto delle regole di convivenza, nella convinzione che quelle leggi si possano migliorare civilmente: tramite voto e sciopero, appunto.
Così la libertà, che ci pare limitata dalla legge (la nostra libertà termina dove inizia la libertà dell'altro) è, in realtà una libertà totale laddove l'altro non è un nemico che mi svuota dei miei diritti, ma l'unico tramite per la realizzazione completa della legge, che posso incontrare nel dialogo. La libertà diventa tale solo d'innanzi alla legge che la coscienza si dà. La legge non è più un'imposizione di ordini altrui, ma il proprio volere che si è fatto ragione e che si fa comunità. L'esempio degli obiettori di coscienza non è di chi rifiuta la legge in quanto tale, ma di chi ama la legge e per migliorarla è disposto a pagarne le conseguenze. L'obbedienza cieca non è una virtù; è un virtù l'amore della legge, cioè la comprensione che la Legge (da quella umana, fino alla legge divina) è l'espressione di un amore e che tale vincolo sia primario rispetto alla legge presa singolarmente. Vi è la convinzione che l'amore per la Legge sia profondo, sia un amore per la legge del cuore. E di un cuore puro, liberato dalle tenebre.
L'obbedienza cieca annulla l'uomo, lo rende un automa, gli toglie il cuore infarcendolo dei suoi più biechi desideri e ne annega la coscienza e l'intelletto.
Al contrario di quanti, soprattutto oggi, violano la legge per vantaggi personali, eventualmente anche cambiandola per dar libero sfogo ai propri interessi a scapito degli altri; l'esempio degli obiettori di coscienza è di chi ama la legge e riconosce che la vita senza legge sia una vita immiserita, una vita da schiavi: le democrazie vivono se ciascuno si fa carico degli interessi generali (quanto è rousseauiano).
Se questo ci deve far riflettere, desidero che un altro punto sia di stimolo: l'attenzione di don Milani per quei 31 ragazzi incarcerati per obiezione di coscienza, "Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode, che leggono giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione. Un mio figliolo ha per professore di religione all'Istituto Tecnico il capo di quei militari cappellani che han scritto il comunicato. Mi dice di lui che in classe parla spesso di sport. Che racconta di essere appassionato di caccia e di judo. Che ha l'automobile. Non toccava a lui chiamare «vili e estranei al comandamento cristiano dell'amore» quei 31 giovani. I miei figlioli voglio che somiglino più a loro che a lui. E ciò nonostante non voglio che vengano su anarchici.
Ritengo che l'insegnamento più grande sia che l'avere delle regole ci tiene al riparo (badate, non lontani, ma al riparo) da egoismi, individualità, dal consumismo e dalle mode e ci faccia più vicini agli altri, agli ultimi e alla verità. E non è un caso se la via maestra di questo percorso è offerta dalla scuola, dall'educazione e dalla cultura.
sabato 8 maggio 2010
Una lezione alla scuola di Barbiana. (una sola?)
Gita giovanissimi 1/2 maggio 2010
Salire sul monte di Barbiana, sabato mattina, per incontrare i luoghi di don Lorenzo Milani, con un gruppo di 40 giovanissimi, mi ha ricordato l'ascesa a Monte Sole di quest'estate. E se i luoghi di Monte Sole, con la loro tragedia, ci urlano il dolore provocato dall'uomo che si sostituisce a Dio e che uccide il povero e il contadino: che uccide chi è ultimo perché ritenuto inferiore, secondo un ordine e una giustizia propri e totalmente umani; Barbiana, al contrario, ci sussurra la possibilità alternativa di un mondo in cui non trionfino le società dei consumi, le società dell'individualismo sfrenato, dell'invidia e della guerra. È la possibilità di una comunità in cui, attraverso un'educazione e una formazione guidate dall'amore per il prossimo, si aiuta l'ultimo a sentirsi fratello: gli ultimi e i poveri non più considerati quali oggetti da sfruttare, ma liberi di liberarsi dalla propria condizione di subalternità.
Barbiana diviene il Monte in cui l'espressione della giustizia divina, vaticinata dal profeta Amos, teorizzata da S. Paolo, ma raffigurata dal Gesù dei vangeli, e delle Beatitudini in particolare, trova forma. In primis nello stare con gli ultimi e nell'essere al servizio dei poveri, perché presso di loro è possibile incontrare Gesù che si è fatto ultimo per noi; nel fare comunità e nel darsi per gli altri; infine, nella convinzione che l'eguaglianza non si realizza facendo “parti uguali tra diseguali”.
A noi giovanissimi poteva interessare il discorso sulla Scuola: l'accusa di don Milani alle ingiustizie di una scuola che fomentava la competizione, invece che favorire l'istruzione e l'aiuto reciproco, e di cui individuava i limiti, tuttora attuali, nella difficoltà educativa. Di certo non per lamentarci del brutto voto o del professore cattivo, ma per prendere don Milani da esempio e portarlo nella nostra società e nella nostra scuola per renderle migliori. Un discorso non solo scolastico, ma politico, totale. Per essere lontani dalla politica che rifiuta la cultura o che propone il facile successo di matrice televisiva come obiettivo in cui l'uomo è specchio di se stesso; nella volontà di crescere, di migliorare assieme agli altri, di uscire assieme dai problemi. Perché la scuola di Barbiana non è solo scuola, non riguarda solo chi educa, ma è un monito a tutta la società e ad ogni parte (carisma) delle nostre comunità.
Ed è un cammino che dobbiamo compiere, una salita che ci libera il cuore dalle pesantezze del mondo: facendoci incontrare il povero, l'ultimo, lo riconosciamo come fratello, ci riconosciamo in lui e ci riconosciamo come fratelli, quindi come figli. Stare con l'ultimo, nel tentativo di liberarlo, se non dall'indigenza economica, almeno da quella del cuore: dalla solitudine e dall'abbandono, libera anche noi. Non come merito nostro: in quel fare comunità si incontra Gesù, il liberatore vero.
È un cammino in salita, non facile, perché la libertà a cui conduce non è quella della società di massa: un perdersi nel nulla; è un trovarsi nell'altro, nell'escluso, nel diverso e nell'Altro, il maledetto che pende dal legno. È una libertà di chi ha scelto la vita in Gesù.
È il cammino dell'edu-care, dalla croce uncinata alla croce di Cristo, da Monte Sole a Barbiana, dalla giustizia ingiusta dell'uomo a quella misericordiosa dell'amore di Dio, al Golgota, passando per la Montagna di Matteo 5-7 in cui centrale è il Padre Nostro. Al monte che Egli ci ha indicato (Mt 28, 16).
mercoledì 28 aprile 2010
La libertà è partecipazione
Da quello che ci dicevamo ieri sera, la libertà è la possibilità di auto-determinarsi: si è liberi nel momento in cui si può decidere su se stessi.
Una importante difficoltà sovviene qualora ci interroghiamo sull'atto deliberativo che qualifica la nostra libertà; cioè se siamo liberi in quanto vogliamo qualcosa o se siamo liberi in quanto, pur volendo qualcosa, possiamo guidare quel volere e compiere una scelta. I due atti paiono simili: sono sempre io che desidero qualcosa e c'è un oggetto del mio desiderio; nel primo caso, però, la mia volontà è "indifferenziata", cioè non subisce alcuna specificazione da parte della mia ragione, ma viene attratta dall'oggetto esterno. E' volontà pura dell'oggetto. Nel secondo caso la volontà è determinata dall'intelletto che le propone l'oggetto così come lo conosce, rendendola davvero libera.
Nel primo caso, infatti, la volontà, che noi identifichiamo immediatamente con libertà (se voglio, sono libero), è succube di un oggetto esteriore: individuando in esso il limite a cui si tende, lo trasforma in idolo, rendendoci schiavi. Ne deriva che la nostra libertà, che ci è data nella possibilità di scegliere, non si realizza nella condizione del volere in sé: non è questo il fine delle nostre azioni. Non siamo liberi solo perché vogliamo, perché, se così fosse, saremmo in una ricerca insaziabile e senza posa: non godremmo mai di nulla. La libertà del "mi va" è una falsa libertà, ci rende schiavi perché non ci fa felici.
Siamo liberi nella possibilità di scegliere. Ma lo siamo se ci accorgiamo che il nostro volere deve essere guidato affinché non cada in errore e non ci renda schiavi. Sono libero nell'atto della scelta, nella capacità che ho di soppesare e calcolare le differenti opzioni. In questo senso la nostra libertà è necessitata e limitata dalle nostre conoscenze, o, viceversa, noi siamo liberi solo nella capacità costruttiva del pensiero. Solo in quanto vogliamo, sono gli istinti ad essere resi liberi, ma noi siamo guidati da quelli e tendiamo a fare di ogni oggetto esterno un mezzo per la nostra felicità. Ritenere, al contrario, che siamo liberi nel momento in cui possiamo specificare attraverso un pensiero ordinato i vincoli del volere per calcolarne i limiti e soppesarne le differenti scelte, ci rende liberi in quanto fautori della nostra libertà. Nel primo caso siamo guidati e vaghiamo ad occhi chiusi, nel secondo apriamo gli occhi e, responsabilmente, consideriamo le condizioni di ogni nostro volere.
Questa libertà ci realizza, perché ci rende possibile, attraverso la conoscenza del Bene e del nostro bene legato a quello, realizzarci completamente; va da sé che ci sia richiesto di essere intelligenti: se vogliamo essere liberi, dobbiamo avere gli strumenti per valutare le scelte. Sennò si cade in errori peggiori rispetto a quando ci facevamo guidare dagli altri e brancolavamo nel buio. E', però, più entusiasmante, perché ci offre la possibilità di costruire la nostra vita... Sapere aude!
Così l'essere liberi non è fare qualsiasi cosa ci passi per la testa (come si suol dire), ma riflettere bene su ciò che ci capita: scegliere il bene senza sapere perché lo si sceglie non è un merito, né conduce ad una buona vita: il fine non giustifica i mezzi e ci è chiesto di conoscere i mezzi e saperli valutare. La libertà è, così, condizione del nostro pensiero e del nostro ragionar bene; ed è condizionata dal nostro vivere sociale, a cui siamo portati dalla nostra ragione. E questo si riassume nell'aforisma, "la mia libertà termina dove inizia la libertà dell'altro", o la mia libertà si esaurisce e si completa nella libertà dell'altro.
I limiti (politici) alla nostra libertà di espressione valgono per il motivo attraverso cui abbiamo definito cos'è libertà (J.S. Mill ne scrisse un saggio molto rilevante in cui vi espone la ragione dei limiti: c'è un limite alla legittima ingerenza dell'opinione collettiva sull'indipendenza individuale ... il solo e unico fine che autorizzi l'umanità ad interferire con la libertà di azione di uno qualunque dei suoi membri, è quello di proteggere se stessa).
(e vi evito di mettervi le meravigliose lettere di Descartes in merito...)
domenica 11 ottobre 2009
Sulle primarie del Pd
Come alcuni sapranno, il 25 ottobre ci sono le primarie del PD: è un momento di voto in cui i cittadini hanno la possibilità di scegliere chi sarà il segretario (chi darà la linea al partito) del Partito Democratico. E' un momento di democrazia molto importante, perché è il momento in cui i cittadini si tolgono la loro veste privata e hanno un ruolo pubblico-politico, dando forza alle proprie idee affinché esse vengano rappresentate.
Per chi fosse interessato, lo invito ad informarsi: votare è senz'altro un momento di maturità personale.
Vi metto tre link ai video-intervista fatti con i tre candidati alle primarie:
Franceschini
Bersani
Marino
Sono video senz'altro lunghi, ma che mostrano già alcune differenze e indicano alcune possibilità di scelta su alcuni temi...
In più: l'intervita delle Iene: