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lunedì 19 settembre 2011
mercoledì 30 marzo 2011
Una lectio per non essere solo pieni di noi stessi: Tobia, un libro umanissimo
La condizione di chi ricerca qualcosa, la nostra condizione, affrontata e analizzata nei temi dell'anno tra scelte e vocazione, ci conduce linearmente all'incontro con la Bibbia. E da qui, è stato naturale immaginare qualche incontro di lectio divina.
In tal senso la nostra condizione somiglia a quella di Cristiana, l'interlocutrice della lettera di Lambiasi, che scrive: "Ho cercato Dio, ho trovato la fede, ho scoperto l'amore. Il suo primo nome è Misericordia, il novantanovesimo è Tenerezza; secondo segreto: la fede è un grande amore; terzo, la santità è bellezza. Ma ora ho bisogno di imparare a pregare con la Bibbia; vorrei fare della parola di Dio il viatico quotidiano del mio pellegrinaggio del cuore".
Da qui, alla lectio:
Il primo motivo è quello della nostra ricerca: siamo nella condizione di approfondire il nostro incontro con Dio e la Bibbia è lo strumento migliore di cui possiamo disporre.
Il secondo gli è affine: leggere la Bibbia ci offre un percorso di preghiera ponderato. Ci insegna a pregare, cioè a non riempirci solo di noi stessi; ci allontana dall'egoismo.
Il terzo motivo è che ci offre un esempio migliore di Narciso, cioè di una società fondata su tre equazioni: la gioia coincide con il piacere (a me mi piace); la verità è uguale all'opinione (a me mi pare); la libertà fa rima con spontaneità (a me mi va). Ci offre l'esempio di Gesù. Di un Dio che ci libera dagli idoli vuoti e ci aiuta a capire il nostro posto nel mondo.
Il quarto motivo è quello di un Gesù che diventa luce per la nostra fede e per la nostra vita. E la Bibbia è vita, non semplicemente un libro di carta. E, attraverso la lectio, possiamo affinare il modo di incontrarlo: la lettura diventa uno strumento per trasformare qualcosa che può essere usato per il barbecue, in qualcosa che ci riempa la vita!
Infine, il motivo conclusivo, è che siamo alla fine di un ciclo. E ho ritenuto importante concludere con un percorso che ci dia la possibilità di aprirci al futuro. Leggere la Bibbia assieme non ci rinchiude in noi stessi, ma ci dà uno slancio di crescita per vivere il futuro. E, come leggere e commentare un libro con gli amici è affascinante, così lo sarà anche per questo libro strano che è la Bibbia...
La scelta è caduta sul libro di Tobia, perché è un racconto denso di vita. Perché contiene quello che sperimentiamo nelle nostre vite: le debolezze, le ingiustizie, le nostre buone opere che non vengono colte da nessuno, le nostre preghiere "inascoltate"; c'è un angelo che viene mandato dal Signore a tirarci su per i capelli, a salvarci quando ne abbiamo bisogno, che ci accompagna in un cammino - e manco ci accorgiamo che ci sia... -, e c'è uno sperare contro ogni speranza che dà realtà viva ad un racconto vero. E nello squarcio di vita che si apre, c'è l'incontro con Gesù.
In tal senso la nostra condizione somiglia a quella di Cristiana, l'interlocutrice della lettera di Lambiasi, che scrive: "Ho cercato Dio, ho trovato la fede, ho scoperto l'amore. Il suo primo nome è Misericordia, il novantanovesimo è Tenerezza; secondo segreto: la fede è un grande amore; terzo, la santità è bellezza. Ma ora ho bisogno di imparare a pregare con la Bibbia; vorrei fare della parola di Dio il viatico quotidiano del mio pellegrinaggio del cuore".
Da qui, alla lectio:
Il primo motivo è quello della nostra ricerca: siamo nella condizione di approfondire il nostro incontro con Dio e la Bibbia è lo strumento migliore di cui possiamo disporre.
Il secondo gli è affine: leggere la Bibbia ci offre un percorso di preghiera ponderato. Ci insegna a pregare, cioè a non riempirci solo di noi stessi; ci allontana dall'egoismo.
Il terzo motivo è che ci offre un esempio migliore di Narciso, cioè di una società fondata su tre equazioni: la gioia coincide con il piacere (a me mi piace); la verità è uguale all'opinione (a me mi pare); la libertà fa rima con spontaneità (a me mi va). Ci offre l'esempio di Gesù. Di un Dio che ci libera dagli idoli vuoti e ci aiuta a capire il nostro posto nel mondo.
Il quarto motivo è quello di un Gesù che diventa luce per la nostra fede e per la nostra vita. E la Bibbia è vita, non semplicemente un libro di carta. E, attraverso la lectio, possiamo affinare il modo di incontrarlo: la lettura diventa uno strumento per trasformare qualcosa che può essere usato per il barbecue, in qualcosa che ci riempa la vita!
Infine, il motivo conclusivo, è che siamo alla fine di un ciclo. E ho ritenuto importante concludere con un percorso che ci dia la possibilità di aprirci al futuro. Leggere la Bibbia assieme non ci rinchiude in noi stessi, ma ci dà uno slancio di crescita per vivere il futuro. E, come leggere e commentare un libro con gli amici è affascinante, così lo sarà anche per questo libro strano che è la Bibbia...
La scelta è caduta sul libro di Tobia, perché è un racconto denso di vita. Perché contiene quello che sperimentiamo nelle nostre vite: le debolezze, le ingiustizie, le nostre buone opere che non vengono colte da nessuno, le nostre preghiere "inascoltate"; c'è un angelo che viene mandato dal Signore a tirarci su per i capelli, a salvarci quando ne abbiamo bisogno, che ci accompagna in un cammino - e manco ci accorgiamo che ci sia... -, e c'è uno sperare contro ogni speranza che dà realtà viva ad un racconto vero. E nello squarcio di vita che si apre, c'è l'incontro con Gesù.
Un incontro che diventa missione, impegno, esercizio: vita ancora!
Leggere nella Bibbia l'amore di Dio, oltre a farci comprendere la sua presenza nella storia, ci aiuta ad incontrarlo. Ovviamente, come in tutte le cose che si fanno una prima volta, occorre metterci del proprio: occorre mettersi in gioco e crederci un pochino; metterci il cuore. Sennò tutto può venire male; e perdere tempo non ha senso...
L'impegno, per leggere al meglio qualcosa che ci può parlare di noi, è uno sforzo che sicuramente verrà ripagato lautamente.
Inizieremo, quindi, leggendo alcuni brani dei primi 5 capitoli...
Leggere nella Bibbia l'amore di Dio, oltre a farci comprendere la sua presenza nella storia, ci aiuta ad incontrarlo. Ovviamente, come in tutte le cose che si fanno una prima volta, occorre metterci del proprio: occorre mettersi in gioco e crederci un pochino; metterci il cuore. Sennò tutto può venire male; e perdere tempo non ha senso...
L'impegno, per leggere al meglio qualcosa che ci può parlare di noi, è uno sforzo che sicuramente verrà ripagato lautamente.
Inizieremo, quindi, leggendo alcuni brani dei primi 5 capitoli...
sabato 12 marzo 2011
Le tentazioni che ci allontanano dalla vocazione
Matteo 4, prima domenica di Quaresima:
"Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, / ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, / ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, / perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo/ e a lui solo rendi culto».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano."
Commento (qui un altro)
Nessun altro era presente; prima di incominciare il proprio ministero pubblico, lo Spirito spinge e guida Gesù in un deserto di preghiera e digiuno. Utile sì per incontrare il Padre e relazionarsi al meglio con lui, ma è ascesi faticosa: trascorsi quaranta giorni è affamato ed indebolito. In quel momento si avvicina il diavolo per tentarlo. Lo stesso capita all'uomo, quando la fiacchezza spirituale (sovente di chi si riempie di cose, ma si svuota d'animo) torna a farsi pressante in noi.
Le tre tentazioni sono quelle proprie del ministero di Gesù: la prima riguarda la fame. Gesù, pane di vita eterna, nel progetto del diavolo rischia di diventare un fornaio piuttosto che il Salvatore. La sua consapevolezza, la sua forza consiste nel sapere qual è il pane che sfama davvero la nostra penuria, e non di confondere le pietre per cibo. Il pane vero è altro: c'è un cibo più grande e c'è un'umanità più profonda, che va al di là del proprio stomaco. Alla prima tentazione, si risponde con l'intelligenza della distinzione: Gesù ci chiede di resistere al desiderio viscerale e cercare nel cibo spirituale la salvezza.
La seconda riguarda l'impegno nella propria vita. Noi sappiamo che per realizzare qualcosa di sé, occorrerà impegnarci e affrontare momenti di sofferenza. Il diavolo qui propone a Gesù una scorciatoia "gloriosa". Tuttavia quella demoniaca è una scorciatoia senza via d'uscita, sembra più facile, ma non realizza davvero la vita dell'uomo; lo conduce nel gorgo dell'abisso, lo imprigiona. L'esempio di Gesù ci mostra che solo sapendo affrontare le difficoltà, anche noi sapremo condurre bene la nostra vita, trovando il vero bene. Nell'adorazione del Signore troviamo la via per una felicità beata.
Anche la terza tentazione è umanissima: mettere alla prova l'amore di Dio per noi. Nelle intenzioni del demonio, però, c'è di più: il tentativo di mutare la nostra relazione di figli con Dio, plasmandola secondo i nostri desideri. Ci invita a fare un idolo di Dio, affinché possa poi subentrargli e sostituirsi a lui per guidarci. E' la ricerca della reiterazione della tentazione: lontani da Dio, spaventati nel mondo, gli uomini cercano un appiglio e le attenzioni del diavolo ci sviano dalla buona strada. Non che Dio non ci cerchi con la stessa costanza, al contrario. Ma noi, avendolo cacciato dai nostri cuori e sostituito con un dio-stracchino, non lo riconosciamo più.
Il diavolo esiste e cerca di allontanarci dalla nostra vita, cioè dall'amore di Dio, dalla nostra vocazione. Gesù, tuttavia, sa quello a cui andremo incontro e ci mostra un modo per superare le tentazioni. Durante la Quaresima in particolare siamo chiamati a oltrepassare le tentazioni, nell'attesa del Pane che ci sfami...
"Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, / ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, / ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, / perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo/ e a lui solo rendi culto».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano."
Commento (qui un altro)
Nessun altro era presente; prima di incominciare il proprio ministero pubblico, lo Spirito spinge e guida Gesù in un deserto di preghiera e digiuno. Utile sì per incontrare il Padre e relazionarsi al meglio con lui, ma è ascesi faticosa: trascorsi quaranta giorni è affamato ed indebolito. In quel momento si avvicina il diavolo per tentarlo. Lo stesso capita all'uomo, quando la fiacchezza spirituale (sovente di chi si riempie di cose, ma si svuota d'animo) torna a farsi pressante in noi.
Le tre tentazioni sono quelle proprie del ministero di Gesù: la prima riguarda la fame. Gesù, pane di vita eterna, nel progetto del diavolo rischia di diventare un fornaio piuttosto che il Salvatore. La sua consapevolezza, la sua forza consiste nel sapere qual è il pane che sfama davvero la nostra penuria, e non di confondere le pietre per cibo. Il pane vero è altro: c'è un cibo più grande e c'è un'umanità più profonda, che va al di là del proprio stomaco. Alla prima tentazione, si risponde con l'intelligenza della distinzione: Gesù ci chiede di resistere al desiderio viscerale e cercare nel cibo spirituale la salvezza.
La seconda riguarda l'impegno nella propria vita. Noi sappiamo che per realizzare qualcosa di sé, occorrerà impegnarci e affrontare momenti di sofferenza. Il diavolo qui propone a Gesù una scorciatoia "gloriosa". Tuttavia quella demoniaca è una scorciatoia senza via d'uscita, sembra più facile, ma non realizza davvero la vita dell'uomo; lo conduce nel gorgo dell'abisso, lo imprigiona. L'esempio di Gesù ci mostra che solo sapendo affrontare le difficoltà, anche noi sapremo condurre bene la nostra vita, trovando il vero bene. Nell'adorazione del Signore troviamo la via per una felicità beata.
Anche la terza tentazione è umanissima: mettere alla prova l'amore di Dio per noi. Nelle intenzioni del demonio, però, c'è di più: il tentativo di mutare la nostra relazione di figli con Dio, plasmandola secondo i nostri desideri. Ci invita a fare un idolo di Dio, affinché possa poi subentrargli e sostituirsi a lui per guidarci. E' la ricerca della reiterazione della tentazione: lontani da Dio, spaventati nel mondo, gli uomini cercano un appiglio e le attenzioni del diavolo ci sviano dalla buona strada. Non che Dio non ci cerchi con la stessa costanza, al contrario. Ma noi, avendolo cacciato dai nostri cuori e sostituito con un dio-stracchino, non lo riconosciamo più.
Il diavolo esiste e cerca di allontanarci dalla nostra vita, cioè dall'amore di Dio, dalla nostra vocazione. Gesù, tuttavia, sa quello a cui andremo incontro e ci mostra un modo per superare le tentazioni. Durante la Quaresima in particolare siamo chiamati a oltrepassare le tentazioni, nell'attesa del Pane che ci sfami...
martedì 1 marzo 2011
Il cuore cerca comunque dove posarsi: nella gioia?
Acclamazione al Vangelo
(Mt 16,25) Alleluia, alleluia.
Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, dice il Signore;
chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Vangelo: Mc 10,28-31
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Pietro disse a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”.
Gesù gli rispose: “In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi”.
Commento:
Pietro e gli altri sono rimasti sconcertati dalla dura reazione di Gesù all'abbandono del giovane ricco che pensa di avere troppo da rinunciare per seguire davvero il Signore (nota bene: ha chiesto a Gesù la ricetta per la felicità, il Signore gliela da e a lui non va bene!). Gesù, sconsolato, ci confida che la ricchezza è un grande rischio, un pericolo per chi voglia davvero trovare la felicità, Sconcerto tra gli apostoli: non che nessuno abbia problemi di ricchezza: l'unico, Matteo, ha venduto tutto e non gli importa più nulla del denaro. Pietro, timidamente (ma probabilmente già immagina la risposta!) chiede conferma di questa teoria: loro hanno lasciato tutto, quindi sono a posto, no?
No, Pietro, anch'io sono dalla tua parte, ma non è proprio così. La ricchezza è questione di atteggiamento del cuore, non di spessore del portafoglio, la ricchezza può essere un'attaccamento eccessivo a un pensiero, a una persona, a un progetto e Gesù dice: l'unico che può colmare davvero il cuore sono io. Non è una minaccia, quella del Maestro, è una promessa: lui pretende di essere più di ogni bene, più di ogni affetto, più di ogni desiderio. La ricchezza, in questo, è perniciosa e ingannevole perché difficilmente realizza quella felicità che promette.
Ho incontrato persone riuscite e realizzate scontrarsi, nella vita, con la difficile realtà che la felicità è nei nostri cuori e il nostro desiderio è infinito. Gesù incoraggia Pietro: se davvero hai lasciato tutto, Pietro, riceverai cento volte tanto. Pietro non sa se essere contento o preoccupato, non sa ancora che dovrà staccarsi dalla cosa più difficile: l'immagine di se stesso buon apostolo, apostolo fedele. Solo nella fatica della sconfitta, nell'umiliazione del tradimento Pietro, infine, scoprirà di avere lasciato l'ultima cosa cui era legato: un falso amor proprio e lì, all'indomani della resurrezione, sul lago di Tiberiade, potrà – finalmente! – dire con verità che ora l'unica cosa che gli importa è quell'amore che ha visto negli occhi di Gesù mentre cercava di attirare a se il giovane ricco...
No, non abbiamo lasciato tutto Signore, e anche lasciare poco ci costa fatica. Ma tu insisti, Maestro buono e paziente, finché il nostro cuore capisca che solo in te trova riposo.
(Mt 16,25) Alleluia, alleluia.
Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, dice il Signore;
chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Vangelo: Mc 10,28-31
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Pietro disse a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”.
Gesù gli rispose: “In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi”.
Commento:
Pietro e gli altri sono rimasti sconcertati dalla dura reazione di Gesù all'abbandono del giovane ricco che pensa di avere troppo da rinunciare per seguire davvero il Signore (nota bene: ha chiesto a Gesù la ricetta per la felicità, il Signore gliela da e a lui non va bene!). Gesù, sconsolato, ci confida che la ricchezza è un grande rischio, un pericolo per chi voglia davvero trovare la felicità, Sconcerto tra gli apostoli: non che nessuno abbia problemi di ricchezza: l'unico, Matteo, ha venduto tutto e non gli importa più nulla del denaro. Pietro, timidamente (ma probabilmente già immagina la risposta!) chiede conferma di questa teoria: loro hanno lasciato tutto, quindi sono a posto, no?
No, Pietro, anch'io sono dalla tua parte, ma non è proprio così. La ricchezza è questione di atteggiamento del cuore, non di spessore del portafoglio, la ricchezza può essere un'attaccamento eccessivo a un pensiero, a una persona, a un progetto e Gesù dice: l'unico che può colmare davvero il cuore sono io. Non è una minaccia, quella del Maestro, è una promessa: lui pretende di essere più di ogni bene, più di ogni affetto, più di ogni desiderio. La ricchezza, in questo, è perniciosa e ingannevole perché difficilmente realizza quella felicità che promette.
Ho incontrato persone riuscite e realizzate scontrarsi, nella vita, con la difficile realtà che la felicità è nei nostri cuori e il nostro desiderio è infinito. Gesù incoraggia Pietro: se davvero hai lasciato tutto, Pietro, riceverai cento volte tanto. Pietro non sa se essere contento o preoccupato, non sa ancora che dovrà staccarsi dalla cosa più difficile: l'immagine di se stesso buon apostolo, apostolo fedele. Solo nella fatica della sconfitta, nell'umiliazione del tradimento Pietro, infine, scoprirà di avere lasciato l'ultima cosa cui era legato: un falso amor proprio e lì, all'indomani della resurrezione, sul lago di Tiberiade, potrà – finalmente! – dire con verità che ora l'unica cosa che gli importa è quell'amore che ha visto negli occhi di Gesù mentre cercava di attirare a se il giovane ricco...
No, non abbiamo lasciato tutto Signore, e anche lasciare poco ci costa fatica. Ma tu insisti, Maestro buono e paziente, finché il nostro cuore capisca che solo in te trova riposo.
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