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sabato 20 novembre 2010

Il consumismo ti consuma; la sobrietà non è povertà e l'accumulo non è felicità


Noto slogan, citato tra l'altro da Z. Bauman in Vite di corsa, esemplifica tra la condizione attuale che viviamo in Italia, in cui la pubblicità e gli atteggiamenti della pubblicità dominano sulla politica e in tutti i campi della vita dell'uomo. Si assiste al detrimento del nostro essere uomini, perché il consumismo vive sulla "vegetazione" di desideri inappagati: la non soddisfazione è la realizzazione apicale del consumismo.
Inapaggati e inappagabili, poiché inseriti in un flusso continuo di novità e di cambiamento in cui i soggetti non hanno più appiglio cui aggrapparsi e non hanno più tempo per sé; entro questo flusso casuale (che riguarda non solo pochi ambiti della società, ma la maggior parte di essa) creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive è sempre più difficile e i frammenti prendono il sopravvento e le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell'inarrestabile corrente del denaro. La società dei consumi, la nostra, ci inserisce all'interno di un flusso in cui manca la sostanzialità delle cose. Di conseguenza anche i nostri sentimenti vengono bruciati perché eguagliati a tutto il resto: spazzatura e affetto si somigliano nel rapido vortice del consumismo.
Spreco, eccesso e inganno vanno di pari passo. E la nostra vita, caratterizzata dalla brevità, dal transitorio e dall'oblio, è un incerto vagare tra mille cose, tutte inutili e incapaci di permetterci di conoscere noi stessi.
Annegati nel mare del superfluo, in cui è il denaro a indicarci quale via seguire, si vive in condizioni di straziante ed incurabile incertezza, perché minacciati di restare indietro, di venire esclusi dal gioco della società, ecc. Prendere la vita a frammenti non può essere la nostra soluzione, né farci governare dal denaro...

lunedì 21 settembre 2009

Campo a Monte Sole: riflessione + video

In fondo il video di sabato sera, chiaro che vederlo dal vivo ha un altro effetto...

Come affrontare la vita. Campo semi-itinerante a Monte Sole.
25agosto/2settembre 2009


Tornando dai campi, così come da una vacanza, capita di sentirsi interrogare sul come sia andata. Rispondere non è mai facile, soprattutto per un campo come il Semi-itinerante a MonteSole. Forse il modo migliore è quello di dire come si era prima di partire e cosa è cambiato al ritorno.
Io non ci volevo andare, non ne avevo voglia e potevo trovare numerosi motivi validi da usare come scusa. Però il tema, la lotta tra bene e male, la presenza del male nel mondo e la vittoria del bene, era molto stimolante; don Mario, inoltre, aveva sempre elogiato questo campo; pure qualcos'altro e qualcun altro ha influito. Mi sono fidato e mi sono affidato.
Così come hanno fatto quanti sono venuti: dovevano fidarsi che le camminate con gli zaini in spalla erano fattibili, che gli incontri con i testimoni delle uccisioni e delle stragi sarebbero stati indimenticabili, che ci saremmo divertiti, che saremmo cresciuti e che qualcosa sarebbe cambiato al ritorno. Ma chi poteva dar senso pieno alla loro fiducia?
Alla fine è andata realmente bene. Non perché non si sia fatta fatica, ma perché quella fatica ha prodotto uno stare insieme straordinario. Guardare dall'esterno questo gruppo di 45 ragazzi il primo giorno, e stare in mezzo a loro due giorni dopo dava prova di un mutamento, tanto che in molti si sono trovati contenti per qualcosa del campo per cui non avrebbero mai pensato: chi per gli incontri di gruppo, chi per la veglia, chi per il ritiro, chi per l'adorazione: quella fiducia era stata ripagata con un grande avanzo.
Io ero partito dubbioso; sì, il campo sarebbe stato bello, ma da soli, noi educatori, come avremmo fatto a far venir davvero bene il campo; cioè, al di là del semplice resoconto storico o della lezioncina solita?
È sempre la presenza del Signore a dare un senso di piacevolezza alle cose che si fanno: è quella presenza che si avverte quando qualcosa viene meglio del previsto, è quel di più che colma la misura laddove si incontrano le manchevolezze umane, il dolore e la morte. È l'affidarsi a Lui che dà valore al nostro operare. Non tutto capita per caso. Quegli incontri così belli (soprattutto quello con Pirini, testimone oculare dell'eccidio, con quello sguardo, quel modo di raccontare sorridendo, quella sicurezza nell'importanza di un perdono maturato con fatica. Ne siamo rimasti tutti coinvolti, tanto che, dopo l'incontro, tutti i ragazzi non discutevano più delle morti e delle stragi, ma di quel gesto d'amore; tanto che, due giorni dopo, in un gioco di ruolo, chi si era detto sicuro dell'impossibilità di un proprio perdono, ha difeso la necessità di quel gesto con grande abilità!), quella capacità di condividere le proprie fatiche, le proprie ansie, trovando negli altri un orecchio premuroso ed attento, non sono avvenimenti successi per caso: era quella fiducia che dava i suoi frutti. In questo si avvertiva la presenza superiore di qualcuno che ci aiutava e ci sorreggeva.
Affidarsi a Gesù, stare con Lui portando in spalla le nostre fatiche e i nostri dolori (da quello banale di chi si è fatto male in modo stupido alla caviglia, ad angosce ben più indelebili) ci ha mostrato una via di vita sensata, unica e incantevole: la via dell'amore che sconfigge la morte. La via di chi può non temere perché attraverserà i fiumi senza esserne sommerso e camminerà sul fuoco senza consumarsi. Ma è veramente così? Perché, allora, c'è il male nel mondo, perché c'è la morte, di chi è la colpa, ci si può chiedere.
Di sicuro un campo non basta per trovare una risposta, per trovare un po' di pace nel cuore; però, dopo Monte Sole, forse si può intravedere una luce da cui farsi guidare. Abbiamo capito che siamo chiamati a portare la nostra croce, talvolta a «completare con le nostre sofferenze quello che manca ai patimenti di Cristo». Non perché lo vogliamo, ma perché serve alla purificazione di tutti, cioè all'opera di resurrezione e di costruzione di una strada – un senso – nel deserto, così come alcuni interventi dei ragazzi aprivano una strada negli animi affaticati dei catechisti. Resta il dolore, ma sappiamo che in Cristo è sconfitto, perché l'amore trionfa. È, certo, un percorso lungo, difficile e tortuoso; diventa necessario quel faro incontrato a Monte Sole, affinché illumini la nostra selva oscura.

È veramente importante volerci stare, così come abbiamo fatto al campo. Avere fiducia nelle cose grandi, come abbiamo mostrato nelle cose minute. Essere luce, a nostra volta, verso i nostri fratelli. Nella consapevolezza, lo ripeto, che le cose non capitano a caso, e che, quindi, occorra viverle affidandosi. Perché un certo timore può essere un ostacolo all'incontro col Signore.
Forse è difficile pensare che un campo possa averci dato questa forza, ma allora quello che abbiamo visto negli occhi e che abbiamo sentito dai ragionamenti dei 45 ragazzi ce lo siamo immaginato.


giovedì 17 settembre 2009

Lollino

E' anche carina l'idea di un video di traverso: era nel verso giusto, ma l'ho girato io con grande difficoltà...

Grazie ragazze (un'idea di Armaroli)

Guardate Giulia quanto ci mette ad accorgersene...