Doc. 1, E. Raimondi, Camminare nel tempo:
L'esperienza dell'insegnamente e dell'apprendimento più che ad una trasmissione di nozioni equivale ad un'esperienza dello stare insieme. Coincide con il condividere qualcosa con altri. E insisterei proprio sulla parola insieme. La lezione per me, sia da allievo sia da docente, ha sempre coinciso con il gusto di stare insieme e di non essere solo, nella prefigurazione di quella che si vorrebbe fosse sempre l'esistenza: un incontro con altre persone, fare insieme qualcosa, trovarsi d'accordo, sentire che esistono ragioni per cui vale la pena di essere insieme, camminare insieme. A proposito dell'insegnare e dell'imparare insisto su questo motivo dell'andare e dello stare insieme e, se possibile, di suscitare nell'altro uno stimolo, trovando il modo non di sovrapporre nell'altro qualcosa di mio, ma di far crescere nell'altro quello che inconsapevolmente è già dentro di lui. E l'orgoglio, il piacere istintivo è quello di fare diventare l'altro più se stesso. La classe è una comunità con le sue personalità fresche, libere, talvolta intorpidite che vanno svegliate.
Doc 2. Dante: su Brunetto Latini, la cara e buona immagine paterna/ di voi quando nel mondo a ora a ora/ m'insegnavate come l'uom s'etterna.
Doc. 3, O. Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray:
Adoperare la propria influenza su una creatura è una cosa affascinante. Nessuna attività puà esserle paragonata. Modellare il proprio spirito su una forma squisita, e lasciarvelo indugiare. Ascoltare la propria anima riflessa da un'eco e arricchita di tutta la musica della passione e della giovinezza. Permeare la propria personalità in un'altra, come se fosse un fluido, o un sottile profumo. Era un meraviglioso individuo il ragazzo incontrato per caso: si sarebbe potuto plasmarlo: se ne poteva fare un titano o un burattino.
(L'esempio qui è negativo per eccellenza, ma non credete che possa valere anche per i cattivi maestri della noia: per quelli che, annoiati da tutto e da loro stessi, vi abituano a pensare male, cioè in modo banale?)
A. Camus, Il primo uomo:
Col Sig. Bernard, le lezioni erano sempre interessanti, per la semplice ragione che lui amava apassionatamente il proprio mestiere, appagava una sete ancor più essenziale per il ragazzo che per l'adulto, la sete della scoperta. Certo, anche nelle altre classi insegnavano molte cose, ma un po' come si ingozzano le oche. Si presentava un cibo preconfezionato e si invitavano i ragazzi ad inghiottirlo. Nella classe del Sig. Bernard, per la prima volta in vita loro, sentivano invece di esistere e di essere oggetto della più alta considerazione, li si giudicava degni di scoprire il mondo.
B. Obama, Discorso inaugurale per l'inizio dell'anno scolastico, 18.9.09:
Ora, io ho fatto un sacco di discorsi sull’istruzione. E ho molto parlato di responsabilità. Della responsabilità degli insegnanti che devono motivarvi all’apprendimento e ispirarvi. Della responsabilità dei genitori che devono tenervi sulla giusta via e farvi fare i compiti e non lasciarvi passare la giornata davanti alla tv. Ho parlato della responsabilità del governo che deve fissare standard adeguati, dare sostegno agli insegnanti e togliere di mezzo le scuole che non funzionano, dove i ragazzi non hanno le opportunità che meritano. Ma alla fine noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire.
Questo è quello che voglio sottolineare oggi: la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione. Parto da quella che avete nei confronti di voi stessi. Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire. Avete la responsabilità di scoprirlo. Questa è l’opportunità offerta dall’istruzione. Magari sapete scrivere bene, abbastanza bene per diventare autori di un libro o giornalisti, ma per saperlo dovete scrivere qualcosa per la vostra classe d’inglese. Oppure avete la vocazione dell’innovatore o dell’inventore, magari tanto da saper mettere a punto il prossimo i Phone o una nuova medicina o un vaccino, ma non potete saperlo fino a quando non farete un progetto per la vostra classe di scienze.
Oppure potreste diventare un sindaco o un senatore o un giudice della Corte suprema ma lo scoprirete solo se parteciperete a un dibattito studentesco. Non è solo importante per voi e per il vostro futuro. Che cosa farete della vostra possibilità di ricevere un’istruzione deciderà il futuro di questo Paese, nulla di meno. Ciò che oggi imparate a scuola domani sarà decisivo per decidere se noi come nazione sapremo raccogliere le sfide che ci riserva il futuro. Avrete bisogno della conoscenza e della capacità di risolvere i problemi che imparate con le scienze e la matematica per curare malattie come il cancro e l’Aids e per sviluppare nuove tecnologie ed energie e proteggere l’ambiente. Avrete bisogno delle capacità di analisi e di critica che si ottengono con lo studio della storia e delle scienze sociali per combattere la povertà e il disagio, il crimine e la discriminazione e rendere la nostra nazione più corretta e più libera.
Vi occorreranno la creatività e l’ingegno che vengono coltivati in tutti i corsi di studio per fondare nuove imprese che creeranno posti di lavoro e faranno fiorire l’economia. So che non è sempre facile far bene a scuola. So che molti di voi devono affrontare sfide tali da rendere difficile concentrarsi sui compiti e sull’apprendimento. [...]
Il vostro obiettivo può essere molto semplice: fare tutti i compiti, fare attenzione a lezione o leggere ogni giorno qualche pagina di un libro. Potreste decidere di intraprendere qualche attività extracurricolare o fare del volontariato. Potreste decidere di difendere i ragazzi che vengono presi in giro o che sono vittime di atti di bullismo per via del loro aspetto o delle loro origini perché, come me, credete che tutti i bambini abbiano diritto a un ambiente sicuro per studiare e imparare. Potreste decidere di avere più cura di voi stessi per rendere di più e imparare meglio.
E in tutto questo, spero vi laviate molto le mani e ve ne stiate a casa se non state bene in modo da evitare il più possibile il contagio dell’influenza quest’inverno. Qualunque cosa facciate voglio che vi ci dedichiate. So che a volte la tv vi dà l’impressione di poter diventare ricchi e famosi senza dover davvero lavorare, diventando una star del basket o un rapper, o protagonista di un reality. Ma è poco probabile, la verità è che il successo è duro da conquistare.
Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. È giusto così. Alcune tra le persone di maggior successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti. Il primo Harry Potter di JK Rowling è stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente pubblicato. Michael Jordan fu espulso dalla squadra di basket alle superiori e perse centinaia di incontri e mancò migliaia di canestri durante la sua carriera. Ma una volta disse: «Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ecco perché ce l’ho fatta».
Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. Non sei mai un grande atleta la prima volta che tenti un nuovo sport. Non azzecchi mai ogni nota la prima volta che canti una canzone. Occorre fare esercizio. Con la scuola è lo stesso. Può capitare di dover fare e rifare un esercizio di matematica prima di risolverlo o di dover leggere e rileggere qualcosa prima di capirlo, o dover scrivere e riscrivere qualcosa prima che vada bene. La storia dell’America non è stata fatta da gente che ha lasciato perdere quando il gioco si faceva duro ma da chi è andato avanti, ci ha provato di nuovo e con più impegno e ha amato troppo il proprio Paese per fare qualcosa di meno che il proprio meglio.
mercoledì 8 dicembre 2010
Facendo i compiti di Fred: riflettendo su scuola, interessi, fare e studiare...
martedì 23 novembre 2010
sabato 20 novembre 2010
Il consumismo ti consuma; la sobrietà non è povertà e l'accumulo non è felicità
Noto slogan, citato tra l'altro da Z. Bauman in Vite di corsa, esemplifica tra la condizione attuale che viviamo in Italia, in cui la pubblicità e gli atteggiamenti della pubblicità dominano sulla politica e in tutti i campi della vita dell'uomo. Si assiste al detrimento del nostro essere uomini, perché il consumismo vive sulla "vegetazione" di desideri inappagati: la non soddisfazione è la realizzazione apicale del consumismo.
Inapaggati e inappagabili, poiché inseriti in un flusso continuo di novità e di cambiamento in cui i soggetti non hanno più appiglio cui aggrapparsi e non hanno più tempo per sé; entro questo flusso casuale (che riguarda non solo pochi ambiti della società, ma la maggior parte di essa) creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive è sempre più difficile e i frammenti prendono il sopravvento e le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell'inarrestabile corrente del denaro. La società dei consumi, la nostra, ci inserisce all'interno di un flusso in cui manca la sostanzialità delle cose. Di conseguenza anche i nostri sentimenti vengono bruciati perché eguagliati a tutto il resto: spazzatura e affetto si somigliano nel rapido vortice del consumismo.
Spreco, eccesso e inganno vanno di pari passo. E la nostra vita, caratterizzata dalla brevità, dal transitorio e dall'oblio, è un incerto vagare tra mille cose, tutte inutili e incapaci di permetterci di conoscere noi stessi.
Annegati nel mare del superfluo, in cui è il denaro a indicarci quale via seguire, si vive in condizioni di straziante ed incurabile incertezza, perché minacciati di restare indietro, di venire esclusi dal gioco della società, ecc. Prendere la vita a frammenti non può essere la nostra soluzione, né farci governare dal denaro...
venerdì 5 novembre 2010
Pubblicità, consumismo, conformismo
Qualche riflessione sull'incontro di ieri o su qualcosa che non è stato detto? Se avete materiale (video o testi), mandate...
Nella pubblicità, più forte della passione è l'illusione...
giovedì 28 ottobre 2010
lunedì 25 ottobre 2010
domenica 24 ottobre 2010
Nel dolore per Davide, accettiamo di essere fragili
Quando un essere umano si toglie la vita, levento ci agghiaccia, ci turba, calamita i nostri "cosmici" interrogativi. Se è il suicidio di qualcuno a noi vicino, può insorgere la rabbia per un atto "egoistico" che provoca lo strazio di chi reta, oppure si fa largo il senso di colpa di non avere intuito, impedito, fatto abbastanza. C'è chi pianifica la propria fuga, e chi la mette in atto senza premeditarla (il più delle volte). Qualunque siano le ragioni di un gesto così irreparabile, siamo tutti chiamati, in primo luogo, a rispettare l'insostenibilità del dolore che deborda e che fa sì che la vita, sulla bilancia, valga meno del suo contrario. Se a "fuggire" è un ragazzo, forse la cosa più importante da chiedersi è perché noi adulti non sappiamo parlare della paura.
Paura di vivere, già. Paura del domani, paura che il futuro sia un grande buco nero, che ci sia ben poco da aspettarsi, che occorra essere dei superuomini per conquistarsi uno spazio. Chi li ha caricati di paura? Non sarebbe meglio, allora, parlare della fragilità, e non della forza, come di un fondamentale valore di scambio?
UN ragazzo di quindici anni che si toglie la vita provoca un trauma così annichilente che la comunità si stringe, accoglie quel dolore spiazzante: non lo capisce ma lo fa suo. E' questo che va fatto. Pacatamente, a bassa voce, consapevoli che non c'è una risposta, e che il rebus resterà irrisolto (perché si tratta della vita, non di un romanzo giallo).
Alcuni ragazzi del liceo Fermi si chiedono come è possibile che un loro coetaneo senza ombre, che se ne va ribadendo il suo affetto, senza additare colpe, il classico ragazzo "che mai te lo saresti immaginato", che "altri sì, ma lui no", "il ragazzo che aveva tutto", insospettabile, apparentemente sereno, si sia ucciso.
Tanti anni fa, un amico mi raccontò che un suo compagno di liceo, bello, intelligente, felice, un giorno spinse l'acceleratore contro un grosso Tir, deliberatamente. E anche lì si disse: "Ma come? Aveva tutto!"
Ma cos'è questo tutto?
Qui c'è un padre che dice: "Aiutatemi a capire!", e la televisione gli risponde: "Parlate ai vostri figli!", come se fosse uno slogan.
Il problema è che della morte, del dolore, persino del dolore di non provare dolore, non sappiamo parlare ai ragazzi. Essi sono attanagliati dall'ansia di sbagliare, di competere, di emozionarsi, possedere cose, avere un'immagine. Possibile che solo Vasco Rossi spieghi loro che la vita forse non ha senso, am che quel senso vale la pena cercarlo? Non c'è da stupirsi se la confusione, i dubbi, lo stress, si traducono, in certi casi estremi, nel deprezzamenteo della vita come atto di silenzio antagonistico al rumore più assordante, al caos più indecifrabile. Un silenzio, quello di Davide, che è fine dei tormenti e delle gioie.
Non possiamo entrare in quel tormento, che resterà sempre insoluto. Possiamo solo sforzarci di spiegare ai ragazzi come lui che essere forti significa accettare di essere deboli, perché siamo umani, fallibili, imperfetti, e che l'unica forza possibile è condividere le nostre debolezze.
Davide non ha trovato un altro modo di reagire. Per quanto ci sembri assurdo, per quanto dolore provochi, prima di ogni analisi sociologica è alla sua vita e alla sua morte che dobbiamo portare rispetto, che è anche il rispetto verso noi stessi, e verso la nostra immensa, imperscrutabile fragilità.
martedì 19 ottobre 2010
Preghiera + Incontro domenica!!!
| Al termine della strada. Al termine della strada, non c’è la strada ma il traguardo. Al termine della scalata, non c’è la scalata ma la sommità. Al termine della notte, non c’è la notte ma l’aurora. Al termine dell’inverno, non c’è l’inverno, ma la primavera. Al termine della disperazione, non c’è la disperazione, ma la speranza. Al termine della morte, non c’è la morte ma la vita. Al termine dell’umanità, non c’è l’uomo, ma c’è l’Uomo –Dio J. Folliet | DOMENICA 24, ORE 18.00, INCONTRO CON I GENITORI!!! A SEGUIRE, ORE 19.30, CENA ASSIEME: PORTATE IL SALATO!!! |
lunedì 11 ottobre 2010
lunedì 27 settembre 2010
sabato 25 settembre 2010
Servizio al campo Caritas di Pile, L'Aquila
E' difficile trarre delle conclusioni da quello che sono stati questi 11 giorni di servizio a L'Aquila: per quanto mi riguarda, sono stata là abbastanza per capire che devo ancora capire molte cose. Sono stati giorni intensi, non solo e non tanto per la fatica fisica quanto per quella psicologica: sono tornata con parecchio “materiale” su cui riflettere e con la sensazione di aver vissuto ogni singolo momento. A ognuno di noi sono rimaste impressioni a volte molto diverse tra loro e quindi mi limito a tentare di esprimere le mie, in cui so che alcuni si riconosceranno, altri meno.
Ero partita spinta prima di tutto dal desiderio di toccare con mano la situazione a distanza di più di un anno dal terremoto e non mi facevo troppe illusioni sul contributo che avrei potuto dare: convinta che l'esperienza diretta valga più di mille discorsi, volevo soprattutto immergermi in quella realtà mettendomi in gioco e in discussione, per riportarla a casa nei racconti e nei ricordi ma anche per lasciare là qualcosa di me.
Siamo stati catapultati a L'Aquila in una settimana particolare, per via della festa della Perdonanza e di tutto ciò che l'ha preceduta: la salma di Celestino V che girava per le parrocchie e che era arrivata proprio quel giorno sotto il tendone/chiesa del nostro campo, la Marcia della Pace del Sermig...perfino un concerto di Fiorella Mannoia (della quale noi ragazze siamo diventate da quel momento fan sfegatate)! Questo ha fatto sì che al campo ci fossero ritmi serrati e una certa tensione, dovuti al gran numero di lavori e spostamenti da organizzare, e l'accoglienza non è stata delle migliori, cosa che inizialmente mi ha un po' spiazzata. Oltre a questo, siccome le serate erano tutte occupate dagli eventi a cui ho accennato prima, a cui abbiamo partecipato facendo anche servizio di sicurezza, all'inizio si è sentita la mancanza di momenti di condivisione e conoscenza con gli altri abitanti del campo.
Ma a parte l'inizio burrascoso (e a parte il trauma quotidiano della sveglia alle sei), tutto il resto, in particolare durante la seconda settimana, è stato per me un motivo continuo di entusiasmo e riflessione, a partire dai lavori manuali (come pulire le aule che ospiteranno l'università o sistemare il giardino di una scuola elementare) per arrivare alle serate passate a cantare e scherzare ma anche ad ascoltare le testimonianze dei volontari in arrivo o in partenza e dei “fissi”, che sono là da mesi o da più di un anno. Alcuni di loro hanno alle spalle una storia che non sospetteresti conoscendoli adesso (chi ha una passato di tossicodipendenza, chi di vagabondaggio...); ancora una volta ho potuto constatare che spesso nel servizio si riceve più di ciò che si dà.
Una sera hanno partecipato alla serata anche i parrocchiani di Pile, che per la maggior parte sono arrivati lì dopo il terremoto; ricorderò sempre una donna che, pur avendo perso la casa, ringraziava per il dono di poter ancora guardare ogni mattina negli occhi verdi di suo figlio. Ho conosciuto persone veramente in gamba, come Sara, che ho accompagnato nei cosiddetti “giri”, durante i quali andava a visitare varie persone registrate dalla Caritas, per portare aiuti e assistenza ma spesso anche “solo” un po' di compagnia. Questa è una delle attività principali dei fissi: hanno suddiviso L'Aquila, che come Comune comprende un territorio molto esteso (Onna, per esempio, è una sua frazione), in nove zone e ognuno si occupa di una di esse, aggiornando continuamente su un quaderno l'evolversi della situazione degli assistiti. Prima del terremoto, per l'intera città dell'Aquila c'erano solo tre assistenti sociali. Per questo, subito dopo il sisma sono emerse situazioni di grosso disagio preesistenti; una delle prime iniziative della Caritas è stata quindi quella di entrare in contatto, nelle tendopoli e anche all'infuori di esse (tra coloro che erano rimasti in casa, perlopiù anziani), con queste persone, continuando a seguirle anche dopo la chiusura dei campi. Sara era al campo da più di un anno ed erano i suoi ultimi giorni lì; è stato commovente vedere l'affetto col quale tutti i suoi “assistiti” la salutavano e il rapporto che aveva creato con loro.
Nonostante i miei momenti di nervosismo, dovuto alla stanchezza, è stato fondamentale per me essere andata là con gli amici, quelli che mi conoscono da una vita e che considero la base su cui poter contare. Condividendo la fatica l'ho sentita di meno e, anzi, mi sono divertita molto e ho avuto la conferma del valore di ognuno di loro.
Ci siamo messi in gioco, quindi ci dividevamo nelle varie attività e per la maggior parte della giornata non ci vedevamo, ma è stato bello trovarsi tutti insieme a pranzo (o solo a cena, per chi era al Grest, una specie di Estate Ragazzi) con tante esperienze diverse da raccontare e con la voglia di prendere fiato in compagnia, suonando e cantando sotto il gazebo.
Ci siamo messi in gioco e abbiamo vinto insieme: devo per metà a loro la riuscita di questo campo.
L'altra metà è merito del campo in sé, della bellezza del servizio. A un certo punto del nostro giro, Sara mi ha detto una frase che mi ha colpito molto: “La gente si stupisce del fatto che stiamo qui da così' tanto, ma in realtà la cosa difficile non è rimanere, ma decidere di partire e riprendere la propria vita”. In effetti mi sono bastati undici giorni là per uscire completamente dal mio mondo e abituarmi alla vita del campo, come se fosse la normalità; non mi è difficile capire la scelta di chi ci è rimasto per così tanto. Il rientro a casa, a settembre, con l'inizio della scuola ormai incombente, i mille impegni, il rumore, la routine e la noia in agguato, non è stato facile, ho sofferto un po' di “mal d'Aquila”, di nostalgia per quelle giornate piene in cui ogni minuto era davvero speso per qualcosa di utile e bello. Spero di essermi portata un po' di quell'energia qua a Bologna. Intanto penso di aver iniziato a fare la mia parte raccontando quello che ho vissuto là e che...spero di rivivere, quando ci torneremo nelle vacanze di Natale!
La “situazione”
Quando sono tornata, in molti mi hanno chiesto della “situazione aquilana”. Vorrei poter descrivere un quadro generale, ma non ho dati sufficienti; posso però affermare con sicurezza che la realtà è molto diversa e più complessa di quello che ci hanno fatto vedere i media.
Un esempio? Le prime case del progetto C.A.S.E. (che là chiamano “le case di Berlusconi”) sono state consegnate a partire dal 29 settembre 2010 (anche se gli ultimi edifici sono stati completati il 19 febbraio, in base ai dati del sito della Protezione Civile), ma l'ultima tendopoli, quella di Piazza d'Armi, è stata chiusa definitivamente solo il 25 novembre. Degli alloggi costruiti dal Governo, dalla Protezione Civile o da donatori come le Regioni (che comprendono i MAP, cioè le casette in legno, e blocchi abitativi del progetto C.A.S.E.) hanno usufruito circa 18˙000 persone (dati tratti da “Il centro”, quotidiano locale), altre 25˙000 invece godono del contributo di autonoma sistemazione (CAS), cioè si sono arrangiate contando su un assegno governativo; i finanziamenti però sono a singhiozzo e non arrivano più da aprile (per alcuni comuni, addirittura da gennaio). Alcune migliaia di persone, tra cui molti anziani, sono ancora negli hotel sulla costa (che dista 70 km dall'Aquila).
Ma non bastano un tetto e un piatto di pasta per vivere. L'economia all'Aquila non è mai stata molto sviluppata e dal terremoto in poi è rimasta congelata; neanche le vie di comunicazione col resto d'Italia sono particolarmente agevoli. Un'importante fattore economico era costituito dall'università, che contando 30˙000 studenti (sui circa 100˙000 abitanti) creava un certo giro, ma dopo il sisma ovviamente non tutte le facoltà hanno riaperto e comunque molti se ne sono dovuti andare. Il tessuto sociale si è sfilacciato, molti sono stati costretti a trasferirsi lontano dal loro paese d'origine e dalla loro casa, mancano luoghi di ritrovo perchè il centro è chiuso (ad eccezione di una strada che lo attraversa da parte a parte e su cui sono aperti sì e no una decina di negozi, quasi tutti bar): a quanto mi hanno detto, ora il punto di riferimento giovanile è il nuovo centro commerciale “L'Aquilone”.
In centro, sulle transenne sono appesi cartelloni e foto di protesta per come è stata gestita la ricostruzione; nella piazza del duomo (l'unica aperta) c'è un tendone con su scritto “Riprendiamoci la città”, ed è lì da subito dopo il terremoto. L'iniziativa locale è stata soffocata fin dall'inizio, tutti gli interventi sono stati prerogativa della Protezione Civile, ma il centro è ancora chiuso per il 90% e i tempi della ricostruzione aumentano continuamente: ho conosciuto una signora, che vive in un garage col pavimento di terra battuta, a cui avevano promesso che la sua casa sarebbe stata pronta un anno fa.
La gente ha provato a trovare una nuova normalità, ma adesso è tornata la paura: negli ultimi mesi uno sciame sismico ha portato una nuova ondata di scosse che hanno messo tutti in allerta, tra le quali una di magnitudo 3.6 proprio quando eravamo là (ma che io non ho sentito). Il giorno dopo abbiamo fatto il giro a parlare con la gente: tutti ne parlavano, erano angosciati; il centro è stato chiuso completamente, perchè gli edifici sono solo puntellati e rischiano ancora il crollo, un paesino è stato evacuato e alcuni hanno ricominciato a dormire in macchina. Giuliani, che aveva previsto il terremoto del 2009, sostiene che c'è il rischio di un'altra forte scossa; alcuni con cui ho parlato quasi speravano che arrivasse subito: come si fa a ricostruire se tutto può crollare di nuovo?
E' difficile comprendere davvero la tragedia del terremoto, per noi che non l'abbiamo vissuto in prima persona. Ma mentre camminavo nell'unica strada aperta, fiancheggiata dalle transenne, e guardando in alto sembrava che gli edifici avessero pareti invisibili, perchè si vedeva l'interno delle stanze, con tutti gli oggetti rimasti dov'erano quella notte; mentre buttavo l'occhio aldilà della recinzione arancione flash, che delimita il vuoto lasciato da quella che era la Casa dello Studente; mentre leggevo le locandine di film usciti più di un anno fa, ho provato a immaginare come sarebbe stato se tutto questo fosse successo a Bologna, alla mia città, la città che amo.
Ho pensato che se mi fosse andata fatta bene, se i miei cari fossero tutti sopravvissuti, se la mia casa fosse rimasta in piedi, anche così avrei perso per sempre un pezzo di me e della mia vita. Mi vedo camminare per via Rizzoli, guardandomi intorno: le facciate dei palazzi sono puntellate da travetti di legno e acciaio, il fondo stradale lastricato è sollevato in più punti, come un'onda congelata; andando avanti, do un'occhiata a sinistra: piazza Nettuno è vuota, un silenzio irreale svuota lo spazio, la Salaborsa è chiusa e comunque ormai non ci sono più studenti a cui possa servire. Anche piazza Maggiore è inagibile. Provo ad avvicinarmi alle transenne e tutto quello che vedo è un cumulo di macerie; anzi no, la facciata di San Petronio è ancora in piedi... è tutto il resto della chiesa che non c'è più. Basta, basta così, fa già abbastanza male, non serve vedere altro. Tornando sui miei passi l'occhio segue la linea della strada: una strana sensazione, qualcosa non quadra. Mi blocco, ho capito: le Due Torri sono crollate, al loro posto ci sono due moncherini circondati da detriti, come due mozziconi di sigaretta spenti nelle loro stesse ceneri. Capisco quanto erano importanti tante piccole cose che davo per scontate, il sabato sera in via Zamboni, i pomeriggi passati a gironzolare nelle viuzze del centro, l'atmosfera ovattata e surreale della biblioteca; a ogni luogo erano legati dei ricordi, che adesso sono irriconoscibili sotto la polvere di cemento. I miei amici non li vedo quasi mai, molti se ne sono andati, alcuni per sempre. Non c'è più vita, non c'è futuro qui.
Questo è l'unico modo che ho trovato per sentire, anche solo per un istante, quello che dev'essere stata la quotidianità dei cittadini aquilani da quella notte. La speranza di questa città ha un tempo limitato, tutto deve ripartire in questi primi anni, prima che la gente si costruisca una nuova vita da un'altra parte. Non so, davvero, cosa possiamo fare noi, se non testimoniare quello che abbiamo visto, tenerci informati sugli sviluppi e appoggiare tutte le iniziative che possano donarle al più presto un nuovo volto, aiutando chi, nella rassegnazione generale, non ha ancora gettato la spugna.
M. Chiara
mercoledì 22 settembre 2010
L'Aquila, l'ultimo custode della città distrutta - Un'analisi sul terremoto e sui danni della politica
Commento su La Repubblica di un libro di Erbani sull'Aquila: Disastro...
Il racconto parte dalla notte del 6 aprile 2009 e arriva fino ad oggi. Passando per le speculazioni degli affaristi, le new town, il rischio di diventare come Pompei. ll silenzio non mi fa paura. Mi fa paura la città che muore. In poche ore, dopo il sisma, 45 mila persone sono scomparse dalla città. Da oltre un anno sono l´unico abitante del centro storico». Raffaele Colapietra, anni 80, una vita passata a insegnare storia all´università di Salerno, è il simbolo di un´Aquila che dopo il terremoto ha difeso la propria identità e cercato un futuro. È anche il “testimone chiave” de Il disastro. L´Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe, scritto da Francesco Erbani, edizioni Laterza. Questa almeno l´impressione, dopo la lettura delle 164 pagine. Il racconto parte da quella notte del 6 aprile 2009 e arriva ai giorni nostri. Ci sono la morte e il dolore, «la cricca» che ride, gli affari, le new town che sorgono e deturpano le campagne e le montagne, i vecchi che negli hotel della costa e del Gran Sasso aspettano un ritorno a casa che non arriverà mai. Ma il professor Colapietra resta sempre “dentro”, e anche quando Francesco Erbani scrive del Friuli e dell´Irpinia, delle scelte fatte in questi luoghi lontani, viene naturale chiedersi: che direbbe, il professore?
Un appartamento a piano terra, in un palazzina bassa costruita a metà del Novecento. Questo il “fortino” di Raffaele Colapietra, il suo punto di osservazione di una città che rischia di diventare come Pompei. «Per cacciarmi hanno minacciato di usare la forza. Sono venuti quelli della Protezione civile e i vigili del fuoco. Un giorno mi hanno mandato anche uno psicologo. Ma io ho detto: il terremoto non c´è più, resto qui». Dalle finestre la vista del Gran Sasso e delle altre abitazioni abbandonate. «Molti di questi edifici con pochi soldi si sarebbero potuti riparare fin da subito. Tanta gente avrebbe potuto tornare a casa a giugno, luglio o anche a settembre del 2009. Quanti soldi avrebbe potuto risparmiare lo Stato che invece manteneva migliaia di persone negli alberghi di Giulianova o a Lanciano? E che valore simbolico avrebbe avuto il rientro in città di cento, cinquanta o anche solo dieci famiglie?». Ha continuato a lavorare, il professore. Dopo il sisma ha scritto, assieme a Mario Centofanti, Aquila, dalla fondazione alla renovatio urbis. Della propria città conosce ogni pietra e ogni documento. Quando esce, per mangiare un boccone in un hotel ancora pieno di sfollati o per comprare il cibo per i suoi gatti, cerca di non vedere i turisti del macabro. «In centro ora si vede molta più gente di un anno fa, ma sono tutti con il naso all´insù, guardano i palazzi crepati, vengono anche gruppi di turisti con la guida. Contemplano. Ecco, il centro dell´Aquila diventerà una struttura da contemplare».
Chi conosce la storia non accetta l´impotenza di oggi di fronte a chi, venuto da fuori, vuole decidere il futuro della città. «Il 2 febbraio 1703 ci fu un devastante terremoto ma l´Aquila non fu sgomberata. Quindici giorni dopo il sisma nella piazza del mercato c´erano già cinquanta baracche con commercianti e artigiani. Una baracca ospitava il Comune e lì venne eletto il nuovo sindaco, essendo il precedente morto sotto le macerie. Ho trovato io il documento. Poi fu nominato un vicario generale addetto alla ricostruzione, Marco Garofalo della Rocca, che già a maggio se ne andò perché i cittadini avevano avviato da soli la riedificazione dei palazzi. Per dieci anni restò in vigore l´esenzione fiscale e il centro fu ricostruito integralmente».
All´Aquila sono invece arrivate le new town, le «case di Berlusconi», e la città è stata trasformata in un set con mille luci per raccontare all´Italia e al mondo le magnificenze del governo. Francesco Erbani racconta ogni momento di questo angosciante post-terremoto, iniziato con le risate di chi, a Roma, già sperava di fare affari. Racconta una città che ha consegnato le proprie chiavi a una Protezione civile che ha deciso di decidere tutto. Ha ascoltato chi, nei sismi precedenti, ha compiuto scelte completamente diverse. Ha ricordato le frasi di chi veniva a promettere miracoli. «La new town sarà un ghetto? Macché. Sarà un quartiere nuovo per giovani senza casa. Le case distrutte, invece, saranno tutte ricostruite. Andate a vedere Milano 2 e Milano 3 e poi ditemi se sono ghettizzati (Silvio Berlusconi nel giorno dei funerali)». I risultati si sono visti. «I bambini dell´Aquila – dice il professor Colapietra – cresceranno senza sapere com´era fatta la loro città».
J. Meletti
Diamoci la carica: scuola, studio e vita – 21/IX/2010
“L'aspetto più sconcertante della vostra scuola è che vive fine a se stessa. Anche il fine dei vostri ragazzi è un mistero. Forse non esiste, forse è volgare. Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle belle cose che studiano. Lingue, storia, scienze, tutto diventa voto e null'altro. Dietro a quei fogli di carta c'è solo l'interesse individuale. Il diploma è quattrini. [...] Per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere arrivisti a 12 anni."
sabato 18 settembre 2010
Servire nella gioia - Campo a L'Aquila
Cos'è una città? Non L'Aquila. Girare per l'unica strada aperta del centro e vedere i segni del terremoto: le crepe e gli sfregi, i pali e i tiranti che sorreggono ciò che resta dei palazzi, spiare dalle vetrine gli interni pieni di macerie, non può che confermare quella risposta. Allora c'è bisogno. Allora si può andare a dare una mano. Allora si può sentire dalla Caritas per organizzare un campo di servizio con un gruppetto di ragazzi al seguito.
Si parte, quindi, con le proprie buone intenzioni e le proprie convinzioni, sperando di poter fare finalmente qualcosa di utile e di sentirsi importanti. Poi qualcosa succederà. In realtà è avvenuto molto di più.
I primi giorni sono stati duri perché pareva di essere in un mondo a parte e nel campo Caritas regnava la disorganizzazione più totale; perché avevamo abbandonato le nostre comodità e la sveglia alle 6 e la fila al bagno-container non facilitavano il risveglio; perché non conoscevamo nessuno; perché i lavori sembravano scelti a caso: non erano i più urgenti, né i più rilevanti, a occhio lo si capiva. E, soprattutto, dov'era la popolazione?
Eravamo pesci fuor d'acqua, in un ambiente diverso e in cui non sono più io a gestire l'impiego del mio tempo, ma un altro dalle dubbie qualità: capitava di stare fermi per 2 ore senza far nulla e poi dover fare una cosa senza che nessuno te ne spiegasse il perché. Eppure l'aria era buona e una certa luce di contentezza nei volontari contenti accendeva la nostra speranza; se tutti tornano a casa con la voglia di ritornare all'Aquila, un motivo ci dev'essere, basta cercarlo bene e vivere pienamente dando tutto se stessi in ciò che ci veniva chiesto.
Ci si accorgeva di come le cose, al di là di tutto, funzionassero, come se si potesse avvertire la presenza di una mano provvidenziale che aiutava e mandava avanti la baracca (nel vero senso della parola). E piano piano, nell'accorgerci che ogni responsabilità acquista valore quando guidata dallo Spirito, anche per noi il clima è cambiato.
Abbiamo smesso di notare solo la disorganizzazione, perché gestire da 15 mesi un campo che ospita fino a 500 persone alla volta in una situazione di emergenza in cui sono tantissime le cose da fare e le persone da incontrare, non è come decidere se fare i compiti al pomeriggio o restare a dormire ancora un po'. Abbiamo smesso di pensare che fosse una fatica inutile. Abbiamo iniziato ad ascoltare i racconti dei volontari fissi, cioè di coloro che sono lì dall'inizio e che ormai conoscono tutto del luogo. Ci siamo accorti che servire non è arrivare in un posto e voler porsi subito al centro dell'attenzione accentrando su di sé gli sguardi nel mostrare i propri meriti; abbiamo capito che per servire occorre mettere da parte il proprio orgoglio e predisporsi a svolgere compiti umili, spesso all'apparenza non utili e non appaganti.
Sono, in realtà, lavori che servono e che nessun altro farebbe, come spazzare l'interno di una chiesa semi-distrutta e che, per forza di cose, occorrerà pulire ancora il giorno successivo, quando migliaia di fedeli verranno in visita; come tagliare le sterpaglie nelle scuole-capannoni che hanno ricostruito dopo che delle vecchie non sono rimaste che pietre; come ripulire i vialetti dei piccoli borghi dall'erba che s'insinua tra i sanpietrini. Non sono lavori inutili, e i comuni non hanno soldi per appaltarli a qualcun altro, perché permettono di ristabilire quella quotidianità che il terremoto ha spazzato via.
E questo servire produce gioia, ce se ne accorge facilmente nei ringraziamenti degli anziani che si va ad incontrare, negli sguardi di chi capisce che non sei a L'Aquila solo per turismo, o impegno politico o per lavarti la coscienza dopo un'estate di gozzoviglie. La gioia è anche personale, non solo provocata dalla gratitudine altrui; ed è nello stare insieme durante le giornate sia svolgendo i diversi lavori, sia ritrovandosi la sera per la messa, la cena e la serata. È data dalla presenza ordinatrice di Dio che, nella preghiera, dà qualità al nostro faticare la giornata e rendendoci comunità, ci rende famiglia e ci fa essere felici in ciò che facciamo. Servire nella cornice della preghiera, infatti, «è vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze e delle perplessità; allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prende più sul serio solo se stessi, ma si vive davvero, allora si veglia con Cristo nel Getsemani»: questa è la fede e servire nella gioia a L'Aquila ci ha mostrato questa via a Gesù.
Le nostre buone intenzioni sono mutate e le nostre convinzioni si sono rivelate monche o fallaci; da come eravamo partiti torniamo a casa con un'esperienza di vita: abbiamo visto come nel servire ci sia la vita, e come possa essere una vita di gioia.
martedì 14 settembre 2010
Appuntamenti Festa della comunità
Sabato 18, ore 21 spettacolo per i 25 anni della Festa della comunità...
Domenica 19, ore 11.00 S. Messa dei giovani!!! segue il pranzo tutti assieme (mi dovete confermare la presenza il prima possibile): come l'anno scorso è un bell'appuntamento e una bella occasione di passare assieme una domenica mattina. Cerchiamo di esserci. Il primo è offerto e ognuno di noi dovrà portare un secondo.
Martedì 21, ore 17.30 breve momento sulla scuola. A seguire siamo a disposizione in cucina: è la serata in cui siamo noi a cucinare, quindi dobbiamo esserci e dobbiamo ricordarci di invitare più gente possibile!!!
Giovedì 23, ore 21.00 momento di adorazione in chiesa!
Domenica 26, ore 17.30: raduno e serata delle dopo-campo. Possiamo invitare sia quanti di Bologna e dintorni che abbiamo conosciuto a L'Aquila, sia i nostri compagni dei campi degli anni passati.
La festa della comunità non è solo i nostri appuntamenti, ma tanti altri momenti che vi invito a cercare nel foglio della settimana. Vi ricordo che saranno organizzati tornei sportivi di vario genere e che ogni serata avrà una sua presentazione diversa con cena. Vi invito a partecipare anche ai momenti più riflessivi, anch'essi fanno parte del nostro essere comunità.
Ciao
domenica 5 settembre 2010
sabato 4 settembre 2010
giovedì 29 luglio 2010
Campo a L'Aquila
Cari ragazzi,
ci siamo!
Il campo sarà dal 24 agosto al 3 settembre.
Come sapete ci recheremo in un campo Caritas in cui, presumibilmente, saremo assieme a tantissimi altri giovani provenienti da tutta Italia. Ci verrà chiesto di svolgere diversi servizi: ogni mattina ci divideremo per andare a fare ciò che ci viene richiesto; ovviamente il campo verrà bene se riusciremo a non stare solo tra di noi, ma se ci divideremo e a coppie sapremo mescolarci con tutti gli altri.
Vi chiedo di prestare attenzione a diverse cose:
il ritrovo per la partenza è alle 11.00 all'autostazione del 24/8. Mi raccomando puntuali; andremo giù in pullman. Il ritorno sarà il 3 settembre in stazione verso le 18.30.
Tra le cose da portare non ci sono richieste particolari, salvo il modulo e il sacco a pelo. Soprattutto è necessario portarsi POCA roba: gli spazi sono pochi e non è necessario portarsi troppi vestiti. Mi raccomando, prestate particolare attenzione a questo. Inoltre è necessario portare la Bibbia, la Liturgia delle ore e un quaderno o qualche foglio. Anche la macchina fotografica è cosa gradita.
Tra quelli che sono andati nel campo a Pile è buona usanza portare vestiti da lasciare o generi di conforto (cibi in scatola, ma non pasta). Sarebbe opportuno che ognuno di noi si portasse dietro qualcosa da lasciare alla Caritas del campo, cose che verranno consegnate agli abitanti del capoluogo. Ok? (Per intenderci: va bene vestiario usato ma non troppo, escluderei biancheria intima; cibi in scatola tipo tonno o simili.)
Infine, vi chiediamo di portare altri 30 euro alla partenza da consegnarmi, perché i biglietti sono costati un pelo più del previsto e perché, restando qualche giorno in più, mi sembra ovvio lasciare un'offerta maggiore dato che avremo vitto (Giulia, sembra abbondante!!!) e alloggio.
Soprattutto è importante venire al campo con grande spirito di volontà, impegno ed attenzione verso gli altri! Come per ogni cosa siete voi a fare il campo e sarà il vostro mettervi in gioco a premiarvi con la buona riuscita di un campo che è molto particolare. L'invito è, infine, quello di avere attenzione verso le diversità che sono raccolte all'interno del campo Caritas in cui saremo e verso una popolazione che avrà senz'altro voglia di raccontare la realtà della propria esperienza; realtà che, come ci ha raccontato Martino, è molto diversa da quella della tv.
Forza e coraggio!!!
Ci vediamo il 24 mattina.
venerdì 23 luglio 2010
Il cinema sotto il tendone: Blade Runner
Ovviamente un film non è solo una scena, ma l'insieme della storia che conduce a quella scena. Questa è stra-nota!
Blade Runner è un film di fantascienza ambientato nella Los Angeles del 2019. Esempio cinematografico per eccellenza di Dystopia, citazione del film Metropolis di Fritz Lang è diventato a sua volta fonte di ispirazione per tantissime opere, sicuramente note. La trama è semplice: in un ambiente post-umano in cui si è consumato un eco-cidio di enormi dimensioni: una città di immensi e decadenti palazzoni (significativa è la pubblicità della Coca-Cola) è sotto una pioggia continua in cui flora e fauna non sono presenti se non come ricostruzioni umane; in quest'ambiente da giudizio finale assistiamo all'inseguimento di quattro replicanti da parte dello sfiduciato poliziotto Harrison Ford.
Il film non si sottrae allo scontro tra le parti, soddisfacendo i canoni del film d'azione; ma vi innesta una ricerca più profonda. Le due parti, replicanti da un lato e Deckard dall'altro, si interrogano sul senso della vita. I primi, infatti, esempio di super-uomo disumanizzato e con una breve vita a termine costruita in laboratorio, tornano sulla terra per cercare di costruirsi più vita, sommergendoci con i loro dubbi e le loro paure: il tempo non è mai bastante e la morte incombe. Ma anche gli umani paiono disumanizzati, tanto che in questo mondo dall'atmosfera tetra, le vite si confondono come lacrime nella pioggia e l'umanità si sciupa.
Purtuttavia il film non è un monito della morte, o un incentivo a sfruttare l'attimo. Vuole essere, propriamente, un'interrogazione sulla vita, sui ricordi che la compongono, sulle emozioni e sui sentimenti che le danno senso. Sul rischio di perdere la nostra umanità e sulla necessità di tenercela stretta. Sulla costruzione della vita attraverso un'empatia sentimentale di notevole intensità...
Buona visione
venerdì 16 luglio 2010
Il cinema sotto il tendone: Il sorpasso
Il Sorpasso è un film in perfetto equilibrio tra la commedia all'italiana e il dramma sociale; è l'equilibrio tra le parti in scena: tutto giocato su due protagonisti/antagonisti e sul loro duello psicologico sul filo dei 130 km/h. E' una commedia, perché tanti sono i momenti comici che si mostrano nella complessità del cialtronesco bullo Gassman, ed è divertente ridere del goffo, ma dotto Trintignant; ma è anche un dramma sociale perché la corsa in macchina, che rappresenta il progresso del boom economico dell'Italia negli anni 60, è priva di senso.
Il film stesso non ha una trama sensibile, non ha una storia da raccontare. Il regista segue con l'occhio della cinepresa le avventure inutili dei due protagonisti, conoscenti per caso nella Roma deserta di Ferragosto. E' una Dolce Vita: in cui il viaggio in macchina, ripetuto e continuato, incontra la romanità al mare, nello svago estivo, ma sempre senza meta, in un girare a vuoto che finisce nel vuoto.
Il film non è solo una critica ad un'Italia che non trova se stessa; critica che è ancora attuale. E', anche, il film sui due giovani protagonisti e sul loro approcciarsi alla vita. Non sono due macchiette, ma mostrano una complessità psicologica che è interessante e che ci riguarda e che, speriamo, ci possa far riflettere.
Commenti???
venerdì 9 luglio 2010
Il cinema sotto il tendone: Fortapasc
Fortapasc (qui, o qui) è un film su un giovane giornalista, Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985 per aver compiuto il proprio dovere di inchiesta e denuncia. L'abbiamo scelto perché, accanto alla tragedia che certo dà significato alla storia, il film è incentrato sula vita del protagonista, con i suoi
sogni, i suoi desideri, i suoi amori, le sue fatiche. E' una vita quotidiana, simile alla nostra; vissuta in una società assediata (ecco il significato del titolo) dalla criminalità e dalla corruzione, in cui tutti i crimini rischiano di diventare quotidianità a loro volta, soffocando nei soprusi la legalità e la convivenza civile.
L'attualità del film è sconvolgente, sia perché il tema della camorra ci è ben noto dopo il libro di Saviano, sia perché la scena in cui si svolge la narrazione ricorda un fatto a noi vicino: il terremoto nell'Iripinia e la ricostruzione successiva. Il protagonista viene ucciso per aver indagato sulla commistione tra camorra e politica nella consegna degli appalti per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 1980. Inoltre è attuale per una frase sul giornalismo che ci indica come una libera informazione permetta di definire il benessere della società: questo è un paese di giornalisti impiegati, si dice con riferimento alla Campania e forse all'Italia in generale. Siani, il protagonista, non lo era.
Buona visione





