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lunedì 22 agosto 2011

La Chiesa e le tasse: un invito ad informarsi...

Alcune informazioni interessanti: due articoli e un video...

Agevolazioni, ecco la verità:
Ormai è purtroppo consuetudine che almeno un paio di volte l’anno parta una pressante campagna mediatica contro i presunti privilegi di cui godrebbe la Chiesa cattolica. Le occasioni vengono spesso create ad arte con riferimento ad uno specifico aspetto (molto spesso l’esenzione dall’Ici), ma sono poi lo spunto per trattare polemicamente questioni molto diverse tra loro (8 per mille, agevolazioni fiscali, contributi alle attività). In questo modo si fa certo molto clamore, ma sicuramente poca corretta informazione. Cerchiamo quindi di fare chiarezza sul tema delle agevolazioni fiscali, nello specifico l’esenzione dall’Ici e la riduzione dell’Ires.

Prima di esaminare le norme agevolative va però denunziata la duplice scorrettezza che ancora una volta contraddistingue le critiche. Per un verso si insiste ad indicare tra i principali destinatari dei benefici "il Vaticano" (che, tra l’altro, essendo uno Stato estero, non è soggetto all’ordinamento tributario italiano), o "la Conferenza episcopale italiana" (che è solo uno tra le migliaia di enti ecclesiastici e non certo il più conosciuto, neanche presso i credenti), mentre non vengono quasi mai citati i tanti enti della Chiesa cattolica diffusi sul territorio che i cittadini – compresi molti non praticanti – conoscono e apprezzano (come, ad esempio, le parrocchie). Inoltre si presentano le agevolazioni come se riguardassero solo gli enti ecclesiastici e non anche un’ampia platea di enti appartenenti al mondo dei cosiddetti enti non profit.

Va inoltre segnalato come le stime sugli importi che corrisponderebbero alle agevolazioni siano del tutto prive di dati dimostrativi e sospettosamente alte.

Vediamo ora brevemente le agevolazioni in questione.

L’ESENZIONE ICI
La norma contestata è quella che esenta gli immobili nei quali gli enti non commerciali svolgono alcune specifiche e definite attività di rilevante valore sociale, cioè quelli «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a) della legge 20 maggio 1985. n. 222 [le attività di religione o di culto]» (art. 7, c. 1, lett. i, del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504). La norma, quindi, richiede il contestuale verificarsi di due condizioni: gli immobili sono esenti solo se utilizzati da enti non commerciali e se destinati totalmente all’esercizio esclusivo di una o più tra le attività individuate; inoltre, come stabilito dopo le modifiche apportate al testo originario, l’esenzione «si intende applicabile alle attività [...] che non abbiano esclusivamente natura commerciale». (cfr. c. 2-bis dell’art. 7 del D.L.. n. 203/2005, come riformulato dall’art. 39 del D.L. 223/2006).
Partendo dal dato normativo è facile verificare come una parte gran parte delle affermazioni riportate insistentemente sull’argomento siano del tutto errate. Non è vero che l’esenzione sia destinata a favorire solo gli enti appartenenti alla Chiesa cattolica, dal momento che si applica a tutti gli enti non commerciali, categoria nella quale gli enti ecclesiastici rientrano esattamente come molti altri soggetti del mondo del cosiddetto non profit come, ad esempio, le associazioni sportive dilettantistiche e quelle di promozione sociale, le organizzazioni di volontariato e le onlus, le fondazioni e le pro-loco, le organizzazioni non governative e gli enti pubblici territoriali, le aziende sanitarie e gli istituti previdenziali.
Un’ulteriore inesattezza riguarda la delimitazione della tipologia di immobili oggetto di agevolazione: l’esenzione non riguarda tutti gli immobili di proprietà degli enti non commerciali, ma solo quelli destinati – per intero – allo svolgimento delle attività che la legge prevede. In tutti gli altri casi (librerie, ristoranti, hotel, negozi e per le abitazioni concesse in locazione) l’imposta è dovuta.Inoltre, esattamente all’opposto di quanto si continua a sostenere, per usufruire dell’esenzione tutto l’immobile deve essere utilizzato per lo svolgimento dell’attività esente; se in un’unità immobiliare si svolge un’attività rientrante nell’elenco unitamente ad un’attività che, invece, non vi figura, tutto l’immobile perde l’esenzione. Risulta così evidente l’assoluta falsità della denuncia che gli enti ecclesiastici "estorcano" l’esenzione inserendo una cappellina in un immobile non esente. In questi casi, infatti, l’intero immobile va assoggettato all’imposta, compresa la cappellina che, autonomamente considerata, avrebbe invece diritto all’esenzione.

LO SCONTO IRES
Un analogo discorso può essere fatto a proposito della riduzione dell’Ires (l’imposta sui redditi delle persone giuridiche): si tratta di un’agevolazione che riguarda molti enti non profit; l’articolo 6 del D.P.R. 601 del 1973 la prevede infatti, oltre che per gli enti ecclesiastici, per:
1) gli enti di assistenza sociale, le società di mutuo soccorso, gli enti ospedalieri, gli enti di assistenza e beneficenza;
2) gli istituti di istruzione e gli istituti di studio e sperimentazione di interesse generale che non hanno fine di lucro, i corpi scientifici, le accademie, le fondazioni e associazioni storiche, letterarie, scientifiche, di esperienze e ricerche aventi scopi esclusivamente culturali.
3) gli istituti autonomi per le case popolari, comunque denominati, e loro consorzi. Hanno inoltre diritto all’aliquota agevolata anche le ex Ipab, come prevede l’art. 4, comma 2 del D.Lgs. 207 del 2001.
Si può notare che si tratta di soggetti caratterizzati dalla rilevanza sociale delle loro attività in favore della collettività, circostanza che giustifica, anche sotto il profilo costituzionale, la previsione di agevolazioni fiscali.

IN CONCLUSIONE
Da ultimo una riflessione sulla necessità di risanare il bilancio pubblico anche ricorrendo all’eliminazione delle agevolazioni in questione che, come abbiamo visto, riguardano una vasta platea di soggetti non profit. Andrebbe considerato che la rinuncia al gettito da parte dello Stato (o dei comuni nel caso dell’Ici) non costituisce una privazione per la collettività, ma il sostegno a una meritoria opera i cui benefici ricadono innanzitutto sulla stessa comunità e che i bisogni a cui gli enti non riuscirebbero più a dare risposta dovrebbero essere, in un modo o nell’altro soddisfatti dall’ente pubblico, con aggravio dei conti pubblici.
Patrizia Clementi

Quelli che l'Ici e la Chiesa Cattolica:
Quelli che. Quelli che la Chiesa cattolica torni a pagare l’Ici.
Quelli che non sanno che la Chiesa paga già l’Ici, per gli immobili dati in affitto e le strutture alberghiere. Quelli che lo sanno benissimo ma fingono di non saperlo.
Quelli che vorrebbero far pagare l’Ici a chi ancora non la paga, ossia alle mense Caritas, agli oratori, alle sacrestie, ai monasteri… perché sono soltanto loro che ancora non pagano.
Quelli che sul loro giornalone scrivono in 500mila copie che Chiaravalle, alle porte di Milano, è un resort cinque stelle a 300 euro a botta. Quelli che ci credono. Quelli che sanno bene che Chiaravalle è un normale monastero cistercense che per una celletta della foresteria (vedi la foto) e tre pasti frugali al dì chiede un’offerta di 40 euro, ma se uno non li ha, pazienza. Quelli che quando Avvenire smaschera la fandonia si guardano bene dal pubblicare una rettifica, così i loro lettori continuano a credere che Chiaravalle sia un resort, la Chiesa ci lucri e s’indignano.
Quelli che sul loro giornalone da 500 mila copie denunciano con veemenza che la Chiesa italiana nasconde il rendiconto dell’8 per mille. Quelli che, e sono gli stessi, da 20 anni pubblicano il rendiconto in una loro pagina acquistata dalla Chiesa, incassano i soldi e, una volta smascherati, si guardano bene dal correggere la fandonia.
Quelli che la Chiesa possiede il 30 per cento di tutti gli immobili in tutta Italia. Quelli che Luciano Moggi è il testimonial della Chiesa italiana. Quelli che revochiamo per cinque anni il Concordato. Quelli che sanno bene che 8 per mille, esenzione dall’Ici e dimezzamento dell’Ires non sono privilegi, ma lo scrivono ugualmente.
Quelli che sanno bene che all’8 per mille concorrono altre sette confessioni religiose diverse e pure lo Stato, ma evitano di ricordarlo, come se concorresse soltanto la Chiesa cattolica, che riceve quanto i contribuenti italiani le attribuiscono, e se i contribuenti non firmassero più per lei non riceverebbe niente, quindi non ha alcuna garanzia.
Quelli che sanno bene che l’esenzione Ici per gli immobili riguarda tutti, assolutamente tutti gli enti senza scopo di lucro, purché utilizzati per alcune attività di rilevanza sociale, non solo quelli religiosi. Quelli che sanno bene che la riduzione del 50 per cento sull’imposta sul reddito delle società (Ires) si applica agli enti religiosi in quanto questi sono equiparati agli enti aventi fine di beneficenza e di istruzione, e la riduzione non vale per le attività commerciali.
Quelli che sanno tutto questo ma fanno il pesce in barile e lasciano che il popolo italiano se la beva. Quelli che su Facebook scrivono che il 97 per cento della quota 8 per mille dello Stato torna alla Chiesa cattolica. Quelli che più la spari grossa più sei credibile.
Quelli che, non appena il cardinale Bagnasco denuncia la piaga dell’evasione fiscale, attaccano con virulenza la Chiesa cattolica. Quelli che quando scoppia la crisi e la gente mugugna e si agita, cercano un nemico, un mostro, il colpevole del disagio e lo additano alla rabbia popolare.
Quelli che creano il 'mostro' verso cui indirizzare la rabbia popolare per poter governare il malcontento, come fanno tutte le dittature. Quelli che tante panzane messe in fila e ripetute ossessivamente diventano una verità. E infine quelli che, e siamo noi, troppe coincidenze non sono una coincidenza.
Umberto Folena

Un video:

domenica 6 febbraio 2011

L'acqua è un bene pubblico

L'articolo di Carlo Petrini (Slowfood) su Repubblica di ieri:

"Fiumi battete le mani", ha commentato Padre Zanotelli (un individuo tostissimo) quando ha saputo che i quesiti referendari contro la privatizzazione dell'acqua erano stati accolti. «Cittadini, battiamo un colpo», mi viene da dire dopo aver osservato per giorni la pressoché totale indifferenza di media e politici su questo tema.

La campagna referendaria è iniziata, ma non ce ne siamo accorti perché siamo insabbiati in questa politica di piccolissimo cabotaggio, che rema a fatica da una notiziola giudiziaria all'altra. Non è un caso se tra i quesiti referendari l'unico che ha avuto dignità di stampa è quello che chiede l'annullamento della legge sul legittimo impedimento.
Ma, come diceva Einstein, non possiamo pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità con cui li abbiamo creati. Abbiamo creduto che il mondo della politica fosse interamente e costantemente al servizio del bene pubblico. Quella politica ha prodotto una norma inaccettabile, che addirittura dimentica alcune leggi fondamentali del tanto amato libero mercato.

Sì, perché nel libero mercato si deve essere liberi di vendere ma anche di comprare. Le due controparti (la domanda e l'offerta) si possono influenzare reciprocamente, stanno in una sorta di rapporto paritario, o per lo meno presunto tale. Se tu alzi troppo i prezzi io non compro, e quando vedrai che nessuno compra allora abbasserai i prezzi. Questo può succedere solo se tu sei libero di vendere e io sono libero di comprare. Ma se tu possiedi qualcosa di indispensabile per la mia stessa esistenza, allora la mia libertà di acquistare non esiste. L'acqua, l'aria, le sementi, la salute, l'educazione, la fertilità dei suoli, la bellezza dei paesaggi, la creatività.... non possono essere assimilate alla categoria delle merci.

Il diritto necessita di nuovi paradigmi per gestire i cosiddetti "beni comuni". Se i beni comuni diventano proprietà di qualcuno, tutti gli altri, ad esclusione di quel "qualcuno" ne avranno un danno, la loro vita sarà in pericolo.

Ora, siamo a questo punto: esiste una norma che rende privatizzabile l'acqua e con quei referendum la possiamo cancellare. Occorre però che vadano a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto. Nelle ultime elezioni politiche gli aventi diritto erano circa 47 milioni. Mal contati, occorre che circa 25 milioni di cittadini italiani, si rechino a votare.

Ma prima di tutto questo occorre che siano informati, che sappiano dove informarsi, che si rendano conto che siamo nel bel mezzo di una campagna referendaria fondamentale. A chi affidiamo questo incarico? Quella che ha prodotto la legge sulla privatizzazione? Oppure all'informazione, quella che si lascia trascinare nelle sabbie mobili della politica? Occorre iniziare a far da noi.

"Uscirne da soli - diceva don Milani - è l'avarizia. Uscirne insieme è la politica". Ecco, usciamone insieme da questo pantano, e creiamo, in ogni città, un nuovo soggetto politico, che faccia da punto di riferimento per la difesa dei beni comuni e l'informazione che li riguarda. Oggi lavorerà sull'acqua, ma le emergenze non scarseggiano: dalla cementificazione dilagante alle polveri sottili nell'aria alle lapidi fotovoltaiche sui campi fertili, dalle scuole senza carta igienica alle strade piene di immondizia. La politica dei partiti non ce la fa. Non ha strumenti né energie, in questo momento, culturali o intellettuali, per una simile rivoluzione. Occorre che i cittadini si attivino.

Senza bandiere, né raggruppamenti di sigle: non importa a nessuno sapere che berretto abbiamo sulla testa, importa sapere che pensieri abbiamo dentro la testae che azioni sappiamo produrre. Chiamiamola Azione Popolare, come suggerisce Settis nel suo libro "Paesaggio, costituzione, cemento" (Einaudi), o in qualsiasi altro modo. Ma sbrighiamoci, perché abbiamo bisogno di queste nuove strutture, leggere, puntuali, attente, legate ai municipi, alle parrocchie alle bocciofile, non importa: basta che coagulino persone che agiscano come presidi di cervelli e cuori sui territori, nelle grandi città come nei borghi. Oggi si diano da fare per far sapere a tutti di cosa si sta parlando quando si parla di acqua pubblica, quali valori sono in gioco, quali pericoli sono in agguato. Il comitato promotore dei referendum "Acqua bene comune" ha fatto, finora, i miracoli. Quasi un milione e mezzo di firme raccolte e due quesiti su tre passati è un risultato straordinario. Adessoi territori si mobilitino, fino a quando non avremo la certezza che 25 milioni di italiani sono andati a votare: altrimenti i referendum non saranno validi. Poi, statene certi, quelle strutture non resteranno senza lavoro. Lo dico con un po' di tristezza, perché in un mondo ideale non dovrebbero avere nulla da fare. Ma siamo nel mondo reale, e c'è tanto lavoro da fare perchè diventi il miglior mondo possibile.

E qui qualcosa di più per l'acqua bene comune... Meditate gente, meditate!

domenica 19 dicembre 2010

Dietro le mode o dietro la vita: Signore, da chi andremo?

Ritiro di Avvento, 19/12/2010

La vera ricchezza:
Forse alcuni pensano che essere santi non sia per loro. Lasciatemi spiegare cosa intendo dire. Quando si è giovani, si è soliti pensare a persone che stimiamo e ammiriamo, persone alle quali vorremmo assomigliare. Potrebbe trattarsi di qualcuno che incontriamo nella nostra vita quotidiana e che teniamo in grande stima. Oppure potrebbe essere qualcuno di famoso. Viviamo in una cultura della celebrità ed i giovani sono spesso incoraggiati ad avere come modello figure del mondo dello sport o dello spettacolo. Io vorrei farvi questa domanda: quali sono le qualità che vedete negli altri e che voi stessi vorreste maggiormente possedere? Quale tipo di persona vorreste davvero essere?

Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi di seconde scelte. Vi sto chiedendo di non perseguire un obiettivo limitato, ignorando tutti gli altri. Avere soldi rende possibile essere generosi e fare del bene nel mondo, ma, da solo, non è sufficiente a renderci felici. Essere grandemente dotati in alcune attività o professioni è una cosa buona, ma non potrà mai soddisfarci, finché non puntiamo a qualcosa di ancora più grande. Potrà renderci famosi, ma non ci renderà felici. La felicità è qualcosa che tutti desideriamo, ma una delle grandi tragedie di questo mondo è che così tanti non riescono mai a trovarla, perché la cercano nei posti sbagliati. La soluzione è molto semplice: la vera felicità va cercata in Dio.
Benedetto XVI agli studenti inglesi, 17/9/2010)



Come canne sbattute dal vento? (Leggi e rifletti su Mt 11,2-11)
Cosa cercare? (Leggi e rifletti su Gv 1,35-51)
Signore da chi andremo? (Leggi e rifletti su Gv 6,60-69)



Peccato manchi il discorso di Riccardo, se qualcuno vuole aggiungere qualcosa a commento...










Parole chiave: eccesso, inganno, spreco, consumismo, desideri, essenzialità, autenticità, l'altro, interesse, impegno, scuola... (poi?) ...................................................................................................................

mercoledì 8 dicembre 2010

Facendo i compiti di Fred: riflettendo su scuola, interessi, fare e studiare...

Doc. 1, E. Raimondi, Camminare nel tempo:
L'esperienza dell'insegnamente e dell'apprendimento più che ad una trasmissione di nozioni equivale ad un'esperienza dello stare insieme. Coincide con il condividere qualcosa con altri. E insisterei proprio sulla parola insieme. La lezione per me, sia da allievo sia da docente, ha sempre coinciso con il gusto di stare insieme e di non essere solo, nella prefigurazione di quella che si vorrebbe fosse sempre l'esistenza: un incontro con altre persone, fare insieme qualcosa, trovarsi d'accordo, sentire che esistono ragioni per cui vale la pena di essere insieme, camminare insieme. A proposito dell'insegnare e dell'imparare insisto su questo motivo dell'andare e dello stare insieme e, se possibile, di suscitare nell'altro uno stimolo, trovando il modo non di sovrapporre nell'altro qualcosa di mio, ma di far crescere nell'altro quello che inconsapevolmente è già dentro di lui. E l'orgoglio, il piacere istintivo è quello di fare diventare l'altro più se stesso. La classe è una comunità con le sue personalità fresche, libere, talvolta intorpidite che vanno svegliate.

Doc 2. Dante: su Brunetto Latini, la cara e buona immagine paterna/ di voi quando nel mondo a ora a ora/ m'insegnavate come l'uom s'etterna.

Doc. 3, O. Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray:

Adoperare la propria influenza su una creatura è una cosa affascinante. Nessuna attività puà esserle paragonata. Modellare il proprio spirito su una forma squisita, e lasciarvelo indugiare. Ascoltare la propria anima riflessa da un'eco e arricchita di tutta la musica della passione e della giovinezza. Permeare la propria personalità in un'altra, come se fosse un fluido, o un sottile profumo. Era un meraviglioso individuo il ragazzo incontrato per caso: si sarebbe potuto plasmarlo: se ne poteva fare un titano o un burattino.
(L'esempio qui è negativo per eccellenza, ma non credete che possa valere anche per i cattivi maestri della noia: per quelli che, annoiati da tutto e da loro stessi, vi abituano a pensare male, cioè in modo banale?)

A. Camus, Il primo uomo:
Col Sig. Bernard, le lezioni erano sempre interessanti, per la semplice ragione che lui amava apassionatamente il proprio mestiere, appagava una sete ancor più essenziale per il ragazzo che per l'adulto, la sete della scoperta. Certo, anche nelle altre classi insegnavano molte cose, ma un po' come si ingozzano le oche. Si presentava un cibo preconfezionato e si invitavano i ragazzi ad inghiottirlo. Nella classe del Sig. Bernard, per la prima volta in vita loro, sentivano invece di esistere e di essere oggetto della più alta considerazione, li si giudicava degni di scoprire il mondo.

B. Obama, Discorso inaugurale per l'inizio dell'anno scolastico, 18.9.09:

Ora, io ho fatto un sacco di discorsi sull’istruzione. E ho molto parlato di responsabilità. Della responsabilità degli insegnanti che devono motivarvi all’apprendimento e ispirarvi. Della responsabilità dei genitori che devono tenervi sulla giusta via e farvi fare i compiti e non lasciarvi passare la giornata davanti alla tv. Ho parlato della responsabilità del governo che deve fissare standard adeguati, dare sostegno agli insegnanti e togliere di mezzo le scuole che non funzionano, dove i ragazzi non hanno le opportunità che meritano. Ma alla fine noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire.

Questo è quello che voglio sottolineare oggi: la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione. Parto da quella che avete nei confronti di voi stessi. Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire. Avete la responsabilità di scoprirlo. Questa è l’opportunità offerta dall’istruzione. Magari sapete scrivere bene, abbastanza bene per diventare autori di un libro o giornalisti, ma per saperlo dovete scrivere qualcosa per la vostra classe d’inglese. Oppure avete la vocazione dell’innovatore o dell’inventore, magari tanto da saper mettere a punto il prossimo i Phone o una nuova medicina o un vaccino, ma non potete saperlo fino a quando non farete un progetto per la vostra classe di scienze.

Oppure potreste diventare un sindaco o un senatore o un giudice della Corte suprema ma lo scoprirete solo se parteciperete a un dibattito studentesco. Non è solo importante per voi e per il vostro futuro. Che cosa farete della vostra possibilità di ricevere un’istruzione deciderà il futuro di questo Paese, nulla di meno. Ciò che oggi imparate a scuola domani sarà decisivo per decidere se noi come nazione sapremo raccogliere le sfide che ci riserva il futuro. Avrete bisogno della conoscenza e della capacità di risolvere i problemi che imparate con le scienze e la matematica per curare malattie come il cancro e l’Aids e per sviluppare nuove tecnologie ed energie e proteggere l’ambiente. Avrete bisogno delle capacità di analisi e di critica che si ottengono con lo studio della storia e delle scienze sociali per combattere la povertà e il disagio, il crimine e la discriminazione e rendere la nostra nazione più corretta e più libera.

Vi occorreranno la creatività e l’ingegno che vengono coltivati in tutti i corsi di studio per fondare nuove imprese che creeranno posti di lavoro e faranno fiorire l’economia. So che non è sempre facile far bene a scuola. So che molti di voi devono affrontare sfide tali da rendere difficile concentrarsi sui compiti e sull’apprendimento. [...]
Il vostro obiettivo può essere molto semplice: fare tutti i compiti, fare attenzione a lezione o leggere ogni giorno qualche pagina di un libro. Potreste decidere di intraprendere qualche attività extracurricolare o fare del volontariato. Potreste decidere di difendere i ragazzi che vengono presi in giro o che sono vittime di atti di bullismo per via del loro aspetto o delle loro origini perché, come me, credete che tutti i bambini abbiano diritto a un ambiente sicuro per studiare e imparare. Potreste decidere di avere più cura di voi stessi per rendere di più e imparare meglio.

E in tutto questo, spero vi laviate molto le mani e ve ne stiate a casa se non state bene in modo da evitare il più possibile il contagio dell’influenza quest’inverno. Qualunque cosa facciate voglio che vi ci dedichiate. So che a volte la tv vi dà l’impressione di poter diventare ricchi e famosi senza dover davvero lavorare, diventando una star del basket o un rapper, o protagonista di un reality. Ma è poco probabile, la verità è che il successo è duro da conquistare.

Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. È giusto così. Alcune tra le persone di maggior successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti. Il primo Harry Potter di JK Rowling è stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente pubblicato. Michael Jordan fu espulso dalla squadra di basket alle superiori e perse centinaia di incontri e mancò migliaia di canestri durante la sua carriera. Ma una volta disse: «Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ecco perché ce l’ho fatta».

Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. Non sei mai un grande atleta la prima volta che tenti un nuovo sport. Non azzecchi mai ogni nota la prima volta che canti una canzone. Occorre fare esercizio. Con la scuola è lo stesso. Può capitare di dover fare e rifare un esercizio di matematica prima di risolverlo o di dover leggere e rileggere qualcosa prima di capirlo, o dover scrivere e riscrivere qualcosa prima che vada bene. La storia dell’America non è stata fatta da gente che ha lasciato perdere quando il gioco si faceva duro ma da chi è andato avanti, ci ha provato di nuovo e con più impegno e ha amato troppo il proprio Paese per fare qualcosa di meno che il proprio meglio.

sabato 20 novembre 2010

Il consumismo ti consuma; la sobrietà non è povertà e l'accumulo non è felicità


Noto slogan, citato tra l'altro da Z. Bauman in Vite di corsa, esemplifica tra la condizione attuale che viviamo in Italia, in cui la pubblicità e gli atteggiamenti della pubblicità dominano sulla politica e in tutti i campi della vita dell'uomo. Si assiste al detrimento del nostro essere uomini, perché il consumismo vive sulla "vegetazione" di desideri inappagati: la non soddisfazione è la realizzazione apicale del consumismo.
Inapaggati e inappagabili, poiché inseriti in un flusso continuo di novità e di cambiamento in cui i soggetti non hanno più appiglio cui aggrapparsi e non hanno più tempo per sé; entro questo flusso casuale (che riguarda non solo pochi ambiti della società, ma la maggior parte di essa) creare narrazioni, ordini e sequenze evolutive è sempre più difficile e i frammenti prendono il sopravvento e le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell'inarrestabile corrente del denaro. La società dei consumi, la nostra, ci inserisce all'interno di un flusso in cui manca la sostanzialità delle cose. Di conseguenza anche i nostri sentimenti vengono bruciati perché eguagliati a tutto il resto: spazzatura e affetto si somigliano nel rapido vortice del consumismo.
Spreco, eccesso e inganno vanno di pari passo. E la nostra vita, caratterizzata dalla brevità, dal transitorio e dall'oblio, è un incerto vagare tra mille cose, tutte inutili e incapaci di permetterci di conoscere noi stessi.
Annegati nel mare del superfluo, in cui è il denaro a indicarci quale via seguire, si vive in condizioni di straziante ed incurabile incertezza, perché minacciati di restare indietro, di venire esclusi dal gioco della società, ecc. Prendere la vita a frammenti non può essere la nostra soluzione, né farci governare dal denaro...

domenica 24 ottobre 2010

Nel dolore per Davide, accettiamo di essere fragili

Articolo su La Repubblca - Bologna, di G. Verasani.

Quando un essere umano si toglie la vita, levento ci agghiaccia, ci turba, calamita i nostri "cosmici" interrogativi. Se è il suicidio di qualcuno a noi vicino, può insorgere la rabbia per un atto "egoistico" che provoca lo strazio di chi reta, oppure si fa largo il senso di colpa di non avere intuito, impedito, fatto abbastanza. C'è chi pianifica la propria fuga, e chi la mette in atto senza premeditarla (il più delle volte). Qualunque siano le ragioni di un gesto così irreparabile, siamo tutti chiamati, in primo luogo, a rispettare l'insostenibilità del dolore che deborda e che fa sì che la vita, sulla bilancia, valga meno del suo contrario. Se a "fuggire" è un ragazzo, forse la cosa più importante da chiedersi è perché noi adulti non sappiamo parlare della paura.
Paura di vivere, già. Paura del domani, paura che il futuro sia un grande buco nero, che ci sia ben poco da aspettarsi, che occorra essere dei superuomini per conquistarsi uno spazio. Chi li ha caricati di paura? Non sarebbe meglio, allora, parlare della fragilità, e non della forza, come di un fondamentale valore di scambio?
UN ragazzo di quindici anni che si toglie la vita provoca un trauma così annichilente che la comunità si stringe, accoglie quel dolore spiazzante: non lo capisce ma lo fa suo. E' questo che va fatto. Pacatamente, a bassa voce, consapevoli che non c'è una risposta, e che il rebus resterà irrisolto (perché si tratta della vita, non di un romanzo giallo).
Alcuni ragazzi del liceo Fermi si chiedono come è possibile che un loro coetaneo senza ombre, che se ne va ribadendo il suo affetto, senza additare colpe, il classico ragazzo "che mai te lo saresti immaginato", che "altri sì, ma lui no", "il ragazzo che aveva tutto", insospettabile, apparentemente sereno, si sia ucciso.
Tanti anni fa, un amico mi raccontò che un suo compagno di liceo, bello, intelligente, felice, un giorno spinse l'acceleratore contro un grosso Tir, deliberatamente. E anche lì si disse: "Ma come? Aveva tutto!"
Ma cos'è questo tutto?
Qui c'è un padre che dice: "Aiutatemi a capire!", e la televisione gli risponde: "Parlate ai vostri figli!", come se fosse uno slogan.
Il problema è che della morte, del dolore, persino del dolore di non provare dolore, non sappiamo parlare ai ragazzi. Essi sono attanagliati dall'ansia di sbagliare, di competere, di emozionarsi, possedere cose, avere un'immagine. Possibile che solo Vasco Rossi spieghi loro che la vita forse non ha senso, am che quel senso vale la pena cercarlo? Non c'è da stupirsi se la confusione, i dubbi, lo stress, si traducono, in certi casi estremi, nel deprezzamenteo della vita come atto di silenzio antagonistico al rumore più assordante, al caos più indecifrabile. Un silenzio, quello di Davide, che è fine dei tormenti e delle gioie.
Non possiamo entrare in quel tormento, che resterà sempre insoluto. Possiamo solo sforzarci di spiegare ai ragazzi come lui che essere forti significa accettare di essere deboli, perché siamo umani, fallibili, imperfetti, e che l'unica forza possibile è condividere le nostre debolezze.
Davide non ha trovato un altro modo di reagire. Per quanto ci sembri assurdo, per quanto dolore provochi, prima di ogni analisi sociologica è alla sua vita e alla sua morte che dobbiamo portare rispetto, che è anche il rispetto verso noi stessi, e verso la nostra immensa, imperscrutabile fragilità.

lunedì 31 maggio 2010

Interessante articolo

Piccolo apologo sul Paese illegale di M. Serra:

PICCOLA storia di strada - ignobile e istruttiva - come ne succedono tante. Utile per capire, al di fuori delle grandi catalogazioni teoriche, e dell'annoso dibattito politico-istituzionale sull'argomento, quanta distanza separi gli italiani dalla legge, e la legge dagli italiani. Riccione, viale Ceccarini, sabato sera. Quattro ragazzi sui diciotto anni mangiano una pizza in un ristorante e cercano di filarsela senza pagare il conto. Tre ce la fanno, uno viene bloccato dal personale del locale. Che lo gonfia di botte.

Davanti al ristorante si forma un capannello di curiosi. Lo struscio serale consente un fuori programma: il pestaggio di un cliente moroso. Il ragazzo piange, trema, è pieno di sangue, circondato da quattro o cinque giovani signori (del tipo antropologico: palestrato col codino) che gli stanno dando quella che a loro deve sembrare una lezione di vita. Tra i tanti che osservano la scena nessuno interviene. Per fortuna del ragazzo, passa in quel momento davanti al ristorante un gruppo di adulti che, nonostante sia coperto di sangue, lo riconoscono: è il compagno di scuola di un figlio. Intervengono, chiedono che cosa succede, vengono rudemente invitati dal gestore a non impicciarsi, qualche spintone, qualche insulto cerca di dissuaderli. Per fortuna si impicciano, soccorrono il ragazzo, si informano sull'accaduto. Chiedono al gestore perché, invece di pestare a sangue il ragazzo, non abbia chiamato i carabinieri. "I carabinieri non gli fanno niente, noi almeno gli abbiamo dato quello che si meritava".

Gli adulti, nel tentativo di riportare la calma e impedire conseguenze più gravi per il ragazzo, pagano il conto (sessanta euro). Dettaglio quasi esilarante, niente ricevuta fiscale: in compenso il ragazzo riceve un ultimo ceffone da parte del più agitato dei suoi improvvisati secondini. I soccorritori, che descrivono un clima di violenza isterica, fuori controllo, riescono in qualche modo a portare fuori il ragazzo, non senza essersi fatti restituire il suo cellulare, sequestrato. Lo portano a una fontana, gli lavano il sangue, gli tamponano le ferite, lo convincono di telefonare al padre, gli suggeriscono di fare denuncia. Il padre verrà
a riprenderlo. Denuncia non verrà fatta.

Il ragazzo l'ho sentito il giorno dopo. Mogio, confuso, forse conscio di avere fatto una fesseria (non pagare il conto non è una divertente bravata da movida, è un reato), sicuramente non conscio di essere stato vittima di un reato molto più grave, sequestrato, pestato, "punito" al di fuori di qualunque legge, compresa quella del buon senso. Ma chi ignora i propri doveri ignora anche i propri diritti. Di qui in poi, quel ragazzo penserà che il più grosso, o quello che corre più veloce, o il meglio accompagnato (in gruppo si mena meglio) ha sempre ragione.

La morale non è neanche una morale: è il desolato computo di una somma di comportamenti totalmente fuori dalle righe e fuori dalla legge. Nel clima eccitato della movida, non pagare il conto deve sembrare una bravata spiritosa: invece è un reato. I reati andrebbero denunciati (oppure, se si ha cervello, sanati con una mediazione privata: ragazzino, dì a tuo padre di venire subito qui a pagare il conto oppure ti denunciamo). Spaccare la faccia a un ragazzino isolato e indifeso è una porcheria in termini umani, e un reato ben più pesante che cercare di andarsene senza pagare quattro pizze. Ciliegina sulla torta, il conto incassato senza ombra di ricevuta: costume nazionale, è noto, ma che al termine di un episodio del genere suona come piccolo sfregio conclusivo. La stecca finale di un concertino disastroso.

Neanche l'ombra della legge, in tutto questo: e non in Aspromonte, ma in viale Ceccarini. Nella mezz'ora di parapiglia non si è visto un poliziotto o un vigile che cercasse di riportare l'ordine e la ragione: ma questo può essere solo uno sfortunato caso, essendo impensabile che nel cuore della più vivace e popolosa delle "movide" romagnole, con tutto l'alcol (e il resto) che gira, non sia previsto qualche presidio delle forze dell'ordine. Ma il peggio è che a nessuno dei protagonisti è balenato il sospetto che per stabilire le ragioni e i torti, per punire, per risarcire i danni, ogni via fuori dalla legge è fuorilegge. Debole o forte che sia, opaca o chiarificatrice, la legge esiste apposta per evitare che un cliente moroso possa farla franca, e che un ristoratore manesco rischi di provocargli lesioni permanenti, o peggio, per sessanta euro. E per giunta non tassati.

sabato 8 maggio 2010

Una lezione alla scuola di Barbiana. (una sola?)

Gita giovanissimi 1/2 maggio 2010

Salire sul monte di Barbiana, sabato mattina, per incontrare i luoghi di don Lorenzo Milani, con un gruppo di 40 giovanissimi, mi ha ricordato l'ascesa a Monte Sole di quest'estate. E se i luoghi di Monte Sole, con la loro tragedia, ci urlano il dolore provocato dall'uomo che si sostituisce a Dio e che uccide il povero e il contadino: che uccide chi è ultimo perché ritenuto inferiore, secondo un ordine e una giustizia propri e totalmente umani; Barbiana, al contrario, ci sussurra la possibilità alternativa di un mondo in cui non trionfino le società dei consumi, le società dell'individualismo sfrenato, dell'invidia e della guerra. È la possibilità di una comunità in cui, attraverso un'educazione e una formazione guidate dall'amore per il prossimo, si aiuta l'ultimo a sentirsi fratello: gli ultimi e i poveri non più considerati quali oggetti da sfruttare, ma liberi di liberarsi dalla propria condizione di subalternità.
Barbiana diviene il Monte in cui l'espressione della giustizia divina, vaticinata dal profeta Amos, teorizzata da S. Paolo, ma raffigurata dal Gesù dei vangeli, e delle Beatitudini in particolare, trova forma. In primis nello stare con gli ultimi e nell'essere al servizio dei poveri, perché presso di loro è possibile incontrare Gesù che si è fatto ultimo per noi; nel fare comunità e nel darsi per gli altri; infine, nella convinzione che l'eguaglianza non si realizza facendo “parti uguali tra diseguali”.

A noi giovanissimi poteva interessare il discorso sulla Scuola: l'accusa di don Milani alle ingiustizie di una scuola che fomentava la competizione, invece che favorire l'istruzione e l'aiuto reciproco, e di cui individuava i limiti, tuttora attuali, nella difficoltà educativa. Di certo non per lamentarci del brutto voto o del professore cattivo, ma per prendere don Milani da esempio e portarlo nella nostra società e nella nostra scuola per renderle migliori. Un discorso non solo scolastico, ma politico, totale. Per essere lontani dalla politica che rifiuta la cultura o che propone il facile successo di matrice televisiva come obiettivo in cui l'uomo è specchio di se stesso; nella volontà di crescere, di migliorare assieme agli altri, di uscire assieme dai problemi. Perché la scuola di Barbiana non è solo scuola, non riguarda solo chi educa, ma è un monito a tutta la società e ad ogni parte (carisma) delle nostre comunità.
Ed è un cammino che dobbiamo compiere, una salita che ci libera il cuore dalle pesantezze del mondo: facendoci incontrare il povero, l'ultimo, lo riconosciamo come fratello, ci riconosciamo in lui e ci riconosciamo come fratelli, quindi come figli. Stare con l'ultimo, nel tentativo di liberarlo, se non dall'indigenza economica, almeno da quella del cuore: dalla solitudine e dall'abbandono, libera anche noi. Non come merito nostro: in quel fare comunità si incontra Gesù, il liberatore vero.
È un cammino in salita, non facile, perché la libertà a cui conduce non è quella della società di massa: un perdersi nel nulla; è un trovarsi nell'altro, nell'escluso, nel diverso e nell'Altro, il maledetto che pende dal legno. È una libertà di chi ha scelto la vita in Gesù.
È il cammino dell'edu-care, dalla croce uncinata alla croce di Cristo, da Monte Sole a Barbiana, dalla giustizia ingiusta dell'uomo a quella misericordiosa dell'amore di Dio, al Golgota, passando per la Montagna di Matteo 5-7 in cui centrale è il Padre Nostro. Al monte che Egli ci ha indicato (Mt 28, 16).

giovedì 31 dicembre 2009

Messaggio del Papa per la pace


SE VUOI COLTIVARE LA PACE, CUSTODISCI IL CREATO

1. In occasione dell’inizio del Nuovo Anno, desidero rivolgere i più fervidi auguri di pace a tutte le comunità cristiane, ai responsabili delle Nazioni, agli uomini e alle donne di buona volontà del mondo intero. Per questa XLIII Giornata Mondiale della Pace ho scelto il tema: Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. Il rispetto del creato riveste grande rilevanza, anche perché «la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio» [1] e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità. Se, infatti, a causa della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le minacce che incombono sulla pace e sull’autentico sviluppo umano integrale – guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani –, non meno preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza – se non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito. Per tale motivo è indispensabile che l’umanità rinnovi e rafforzi «quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino» [2].

2. Nell’Enciclica Caritas in veritate ho posto in evidenza che lo sviluppo umano integrale è strettamente collegato ai doveri derivanti dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale, considerato come un dono di Dio a tutti, il cui uso comporta una comune responsabilità verso l’umanità intera, in special modo verso i poveri e le generazioni future. Ho notato, inoltre, che quando la natura e, in primo luogo, l’essere umano vengono considerati semplicemente frutto del caso o del determinismo evolutivo, rischia di attenuarsi nelle coscienze la consapevolezza della responsabilità [3]. Ritenere, invece, il creato come dono di Dio all’umanità ci aiuta a comprendere la vocazione e il valore dell’uomo. Con il Salmista, pieni di stupore, possiamo infatti proclamare: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal 8,4-5). Contemplare la bellezza del creato è stimolo a riconoscere l’amore del Creatore, quell’Amore che «move il sole e l’altre stelle» [4].

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venerdì 25 dicembre 2009

Ignari vs Ignavi

Propriamente ignaro significa colui che non sa e non conosce, inesperto, inconsapevole. Mentre l'ignavia è la mancanza di forza morale e di volontà, l'incapacità di prendere una decisione.
Benché diversi, rappresentano due categorie antitetiche della responsabilità. I primi, perché vivono la loro vita nel solco di una sorta di quotidianità borghese che li forza alla sopravvivenza, senza rendersi conto delle cose, distratti e noncuranti, disinteressati di tutto ciò che non è effimero. Gli altri non sono mai stati in grado di prendere una decisione e mantenersi saldi in essa, ma hanno vagato seguendo diverse "bandiere"/mode a seconda delle condizioni. Mi pare, però, che questa seconda categoria sia un classico della letteratura, meno attuale della prima, legata com'è all'inferno dantesco, alla fissità dell'uomo medievale (soprattutto perché defunto) e ad un collegamento con la politica più che con un'etica individuale. Partire da quella concezione e dirsi ignavi oggi (o definire l'ignavia oggi) è complesso, perché l'individualismo moderno ci porta a ritenere e a difendere ogni nostra decisione, ogni nostra presa di posizione anche nei casi in cui non si tratti di una reale decisione, cioè maturata attraverso un percorso personale di impegno. L'attualità dell'ignavia dantesca risiede nell'assenza di impegno non intesa nei soli termini pratici, ma in quelli di una moralità connessa all'uso proprio dell'intelletto: impegnarsi per gli altri non coincide solo con un atto pratico e non coinvolge solo un sentimento di attaccamento affettuoso nei confronti degli altri, ma riguarda un lavoro di consapevole maturazione personale, che conduce a comprendere quello che succede nel mondo.

L'attualità dell'ignavia è contenuta nel concetto di ignaro, la cui mancanza (come scrive Heinrich Böll) di consapevolezza è legata non all'indecisione, ma ad una incapacità di intelligenza e di interesse nel vedere e capire che li conduce a non far proprio il nocciolo delle questioni di cui si interessano, restando sempre in superficie e, come gli ignavi, cambiando bandiera, "al passo coi tempi", a seconda delle convenienze, ma senza vivere realmente e senza trattenere nel cuore - rielaborato dall'intelletto - nulla. L'ignavia, categoria solo morale, è astratta nel nostro moderno se l'indecisione di essa non si collega all'impiego ordinante e costituente dell'intelletto che comprende, conosce e rende consapevoli del mondo.

Gli ignari sono gli individui incerti, che non hanno saputo rischiare, scrive l'autore riferendosi a quanti, nel medesimo istante dell'uccisione del Cristo, stavano seduti a fare colazione. Con la placida vuotezza di chi non si interessa di nulla; "ahimé, è l'antica stirpe che non può essere sradicata, la stirpe dei morti viventi. A volte i loro figli mostrano negli anni giovanili una certa brillantezza, che sembra molto promettente, a l'opacità putrida del sangue e la materia marcescente dei cervelli oscura ben presto quell'ingannevole luminosità. Non conoscono il distacco divino dalle cose terrene, che invece dovrebbe essere patrimonio di ogni cristiano. [...] E' gentaglia insulsa , estranea a tutto ciò che è essenziale e assoluto, insensibile al fascino dell'arte e non gravata dalla responsabilità di Dio, r noi potremmo anche lasciare cadere il nostro silenzio su questa parte del genere umano, se non si trattasse pur sempre di nostre sorelle e di nostri fratelli che ci sono stati affidati come tutti gli altri".

"Ogni volta che tornavamo da questi abissi di orrore, guardavamo in faccia quei beati idioti, che negano la miseria e la povertà, i cui occhi sono impastati di una poltiglia nauseante che nasconde loro ogni realtà e verità... [...] Dobbiamo imparare a riconoscere questi assassini dello spirito che si definiscono élite intellettuale. Non sanno cosa sia la fede, non sanno cosa sia l'impegno, e se si definiscono cristiani, non credetegli, sono pronti a vendere Dio alla prima occasione per la loro esistenza: ma no, non lo vendono neppure, sarebbe una tto troppo impegnativo; eludono tutto; la cosa più terribile è che eludono anche la Croce... vanno in Chiesa come se andassero al circolo...".


E cosa significa protervia?

lunedì 13 luglio 2009

Quando ero forestiero

Per chi vuole pensare alla nuova legge sul reato di immigrazione clandestina, un ottimo articolo di Enzo Bianchi:

“Ero straniero e mi avete ospitato”, oppure no? È questo l’interrogativo che non cessa di risuonare da quando l’evangelista Matteo l’ha posto in bocca a Gesù nella sua descrizione del giudizio finale, descrizione che non mira tanto a raccontare quanto accadrà alla fine dei tempi, ma piuttosto a plasmare l’atteggiamento quotidiano dei discepoli e a fornire loro un criterio di giudizio sul proprio e l’altrui comportamento. Del resto, fin dall’Antico Testamento, la categoria dello straniero era quella che meglio raffigurava le diverse sfaccettature del bisognoso: lontano dalla propria casa, lingua e cultura, privo dei diritti legati all’appartenenza a un popolo, sovente lo straniero finiva per cadere ben presto nelle altre situazioni di emarginazione e sofferenza: malato, carcerato, affamato e assetato..., condizioni non a caso citate anch’esse da Gesù nel suo racconto sul giudizio. Nella tradizione veterotestamentaria l’attenzione, la cura e il rispetto per lo straniero si fondavano su una memoria esistenziale prima ancora che storica: l’invito “amate il forestiero perché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto” (Deuteronomio 10,19) risuona pressante e attuale anche per generazioni ormai da tempo saldamente insediate nella terra promessa. A questa consapevolezza si aggiunge nei vangeli l’inattesa identificazione di Gesù con il bisognoso, lo straniero che attende accoglienza e che sovente incontra rifiuto: ciò che si fa o non si fa al “più piccolo”, al più indifeso è dono elargito o negato a Gesù, come se egli fosse presente e recettivo ogni giorno al nostro agire.


In questo senso un dato complementare emerge con forza dalle pagine del Nuovo Testamento: Gesù stesso, il Gesù storico che ha abitato in mezzo agli uomini come uno di loro, è percepito e narrato come uno straniero, in quanto ha vissuto “altrimenti”, manifestandosi come “altro” agli occhi di chi lo ha incontrato e ne ha poi raccontato l’esistenza. Dall’infanzia come profugo in Egitto alla sua provenienza dalla Galilea, tutto lo rendeva marginale nell’ambito di Gerusalemme, cuore culturale e religioso di Israele: “Il Cristo viene forse dalla Galilea? ... Non sorge profeta dalla Galilea!” (Giovanni 7,41.52). Inoltre, il suo essere dotato di un’autorità carismatica fuori dell’ordinario suscitava una dura opposizione sia da parte dei sacerdoti che governavano il tempio, i quali lo consideravano pericoloso, sia da parte dei maestri della Legge, invidiosi della sua conoscenza autorevole e penetrante della Scrittura.
Gesù, con la sua missione e la sua esperienza di estraniamento che lo accomuna ai profeti, assume il volto dell’ “altro”: altro rispetto alle attese del suo maestro Giovanni Battista, altro rispetto alla famiglia che lo giudica “fuori di sé” e vorrebbe riportarlo a casa con la forza, altro rispetto alla sua comunità religiosa che lo considera “indemoniato” (cf. Marco 3,21 e 22). Egli è altro anche rispetto ai suoi concittadini di Nazaret: è significativo che proprio là dove dovrebbe attivarsi il meccanismo del riconoscimento e dell’accoglienza, nella sua patria, proprio là avviene paradossalmente il rifiuto, e Gesù diviene estraneo, fino a essere nemico. L’incomprensione di questa alterità conoscerà il suo culmine quando il Figlio sarà “ucciso dai vignaioli” – proprio quelli a cui era stato inviato – “e gettato fuori della vigna”!

Paradigmatica in questo senso è la presentazione di Gesù quale straniero fatta da Luca nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cf. Luca 24,13-35): il Risorto, con i tratti di un viandante, si accosta a due discepoli e cammina con loro, mentre essi parlano con tristezza della morte del profeta Gesù di Nazaret. Alla sua domanda sull’oggetto del loro discorrere, essi ribattono: “Tu solo sei così forestiero da non sapere ciò che è accaduto in questi giorni?”: egli è lo straniero che cammina con gli uomini, che resta nascosto fino a quando, invitato a tavola, viene riconosciuto nel gesto di condividere il pane. Sì, nella condivisione del pane, nello stare a tavola insieme, nel conversare, nel fare memoria di ciò che si è vissuto, avviene il riconoscimento e lo straniero si rivela.

Forse possiamo allora cogliere meglio tutta la pregnanza di un ammonimento come quello che Gesù rivolge ai suoi discepoli: se egli può identificarsi con lo straniero fino al punto da considerare come rivolta a se stesso ogni cura prestata – e ogni offesa arrecata – a uno straniero nel bisogno è perché ha voluto vivere nella carne l’esperienza di estraneità, il venire in mezzo ai suoi e non essere riconosciuto, il vedersi negata quella dignità fondamentale di ogni essere umano. Perché, come ha ben ricordato papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate, “ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione”. Di questo rispetto la coscienza ci chiede conto qui e ora, di questo rispetto un giorno verrà chiesto conto a ciascuno.

Enzo Bianchi

mercoledì 13 maggio 2009

Andrebbe urlato dai tetti: la criminalità in Italia è, in primis, italiana; non nascondiamoci dietro gli altri...

IL CORAGGIO DIMENTICATO (R. Saviano, su Repubblica di oggi)

Chi racconta che l'arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa la violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull'onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da assciazioni, sindacati, senza pullman e partiti. manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle.

A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage ad opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent'anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del omndo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Ma nulla.

Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze. Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centianaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L'obiettivo era attirare e dire: "Non osate mai più!" Contro poche persone si può ogni tipo di iolenza, ma contro un'intera popolazione schierata, no.

E poi a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria: un dei tanti paesini del Sud a economia prevalemtemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le 'ndrine, fattura cifre paragonabili al PIL del Paese. La cosca Pesce-Bellocco di Roeasno aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell'edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamenteo Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. L'egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due è in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri - anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi - si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 dicembre il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della 'ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti. Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti (guarda in fondo alla pagina linkata per qualche informazione a proposito; o anche: sempre su Valarioti), che in piazza disse, che in piazza disse: "Non ci piegheremo", riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno.

Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. "Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l'Italia" di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall'elementare desiderio di vivere.

L'omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l'inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l'Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all'estero.

Oggi, come le indagini dell'FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell'est in loro colonie d'investimento e come dimostra l'ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D'Avorio, dall'Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici).

E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall'Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai.

Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell'eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l'alleanza delle mafie italiane.

Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l'alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l'assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle "anime belle", come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi - insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo - è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d'Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L'Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.