lunedì 27 settembre 2010
sabato 25 settembre 2010
Servizio al campo Caritas di Pile, L'Aquila
E' difficile trarre delle conclusioni da quello che sono stati questi 11 giorni di servizio a L'Aquila: per quanto mi riguarda, sono stata là abbastanza per capire che devo ancora capire molte cose. Sono stati giorni intensi, non solo e non tanto per la fatica fisica quanto per quella psicologica: sono tornata con parecchio “materiale” su cui riflettere e con la sensazione di aver vissuto ogni singolo momento. A ognuno di noi sono rimaste impressioni a volte molto diverse tra loro e quindi mi limito a tentare di esprimere le mie, in cui so che alcuni si riconosceranno, altri meno.
Ero partita spinta prima di tutto dal desiderio di toccare con mano la situazione a distanza di più di un anno dal terremoto e non mi facevo troppe illusioni sul contributo che avrei potuto dare: convinta che l'esperienza diretta valga più di mille discorsi, volevo soprattutto immergermi in quella realtà mettendomi in gioco e in discussione, per riportarla a casa nei racconti e nei ricordi ma anche per lasciare là qualcosa di me.
Siamo stati catapultati a L'Aquila in una settimana particolare, per via della festa della Perdonanza e di tutto ciò che l'ha preceduta: la salma di Celestino V che girava per le parrocchie e che era arrivata proprio quel giorno sotto il tendone/chiesa del nostro campo, la Marcia della Pace del Sermig...perfino un concerto di Fiorella Mannoia (della quale noi ragazze siamo diventate da quel momento fan sfegatate)! Questo ha fatto sì che al campo ci fossero ritmi serrati e una certa tensione, dovuti al gran numero di lavori e spostamenti da organizzare, e l'accoglienza non è stata delle migliori, cosa che inizialmente mi ha un po' spiazzata. Oltre a questo, siccome le serate erano tutte occupate dagli eventi a cui ho accennato prima, a cui abbiamo partecipato facendo anche servizio di sicurezza, all'inizio si è sentita la mancanza di momenti di condivisione e conoscenza con gli altri abitanti del campo.
Ma a parte l'inizio burrascoso (e a parte il trauma quotidiano della sveglia alle sei), tutto il resto, in particolare durante la seconda settimana, è stato per me un motivo continuo di entusiasmo e riflessione, a partire dai lavori manuali (come pulire le aule che ospiteranno l'università o sistemare il giardino di una scuola elementare) per arrivare alle serate passate a cantare e scherzare ma anche ad ascoltare le testimonianze dei volontari in arrivo o in partenza e dei “fissi”, che sono là da mesi o da più di un anno. Alcuni di loro hanno alle spalle una storia che non sospetteresti conoscendoli adesso (chi ha una passato di tossicodipendenza, chi di vagabondaggio...); ancora una volta ho potuto constatare che spesso nel servizio si riceve più di ciò che si dà.
Una sera hanno partecipato alla serata anche i parrocchiani di Pile, che per la maggior parte sono arrivati lì dopo il terremoto; ricorderò sempre una donna che, pur avendo perso la casa, ringraziava per il dono di poter ancora guardare ogni mattina negli occhi verdi di suo figlio. Ho conosciuto persone veramente in gamba, come Sara, che ho accompagnato nei cosiddetti “giri”, durante i quali andava a visitare varie persone registrate dalla Caritas, per portare aiuti e assistenza ma spesso anche “solo” un po' di compagnia. Questa è una delle attività principali dei fissi: hanno suddiviso L'Aquila, che come Comune comprende un territorio molto esteso (Onna, per esempio, è una sua frazione), in nove zone e ognuno si occupa di una di esse, aggiornando continuamente su un quaderno l'evolversi della situazione degli assistiti. Prima del terremoto, per l'intera città dell'Aquila c'erano solo tre assistenti sociali. Per questo, subito dopo il sisma sono emerse situazioni di grosso disagio preesistenti; una delle prime iniziative della Caritas è stata quindi quella di entrare in contatto, nelle tendopoli e anche all'infuori di esse (tra coloro che erano rimasti in casa, perlopiù anziani), con queste persone, continuando a seguirle anche dopo la chiusura dei campi. Sara era al campo da più di un anno ed erano i suoi ultimi giorni lì; è stato commovente vedere l'affetto col quale tutti i suoi “assistiti” la salutavano e il rapporto che aveva creato con loro.
Nonostante i miei momenti di nervosismo, dovuto alla stanchezza, è stato fondamentale per me essere andata là con gli amici, quelli che mi conoscono da una vita e che considero la base su cui poter contare. Condividendo la fatica l'ho sentita di meno e, anzi, mi sono divertita molto e ho avuto la conferma del valore di ognuno di loro.
Ci siamo messi in gioco, quindi ci dividevamo nelle varie attività e per la maggior parte della giornata non ci vedevamo, ma è stato bello trovarsi tutti insieme a pranzo (o solo a cena, per chi era al Grest, una specie di Estate Ragazzi) con tante esperienze diverse da raccontare e con la voglia di prendere fiato in compagnia, suonando e cantando sotto il gazebo.
Ci siamo messi in gioco e abbiamo vinto insieme: devo per metà a loro la riuscita di questo campo.
L'altra metà è merito del campo in sé, della bellezza del servizio. A un certo punto del nostro giro, Sara mi ha detto una frase che mi ha colpito molto: “La gente si stupisce del fatto che stiamo qui da così' tanto, ma in realtà la cosa difficile non è rimanere, ma decidere di partire e riprendere la propria vita”. In effetti mi sono bastati undici giorni là per uscire completamente dal mio mondo e abituarmi alla vita del campo, come se fosse la normalità; non mi è difficile capire la scelta di chi ci è rimasto per così tanto. Il rientro a casa, a settembre, con l'inizio della scuola ormai incombente, i mille impegni, il rumore, la routine e la noia in agguato, non è stato facile, ho sofferto un po' di “mal d'Aquila”, di nostalgia per quelle giornate piene in cui ogni minuto era davvero speso per qualcosa di utile e bello. Spero di essermi portata un po' di quell'energia qua a Bologna. Intanto penso di aver iniziato a fare la mia parte raccontando quello che ho vissuto là e che...spero di rivivere, quando ci torneremo nelle vacanze di Natale!
La “situazione”
Quando sono tornata, in molti mi hanno chiesto della “situazione aquilana”. Vorrei poter descrivere un quadro generale, ma non ho dati sufficienti; posso però affermare con sicurezza che la realtà è molto diversa e più complessa di quello che ci hanno fatto vedere i media.
Un esempio? Le prime case del progetto C.A.S.E. (che là chiamano “le case di Berlusconi”) sono state consegnate a partire dal 29 settembre 2010 (anche se gli ultimi edifici sono stati completati il 19 febbraio, in base ai dati del sito della Protezione Civile), ma l'ultima tendopoli, quella di Piazza d'Armi, è stata chiusa definitivamente solo il 25 novembre. Degli alloggi costruiti dal Governo, dalla Protezione Civile o da donatori come le Regioni (che comprendono i MAP, cioè le casette in legno, e blocchi abitativi del progetto C.A.S.E.) hanno usufruito circa 18˙000 persone (dati tratti da “Il centro”, quotidiano locale), altre 25˙000 invece godono del contributo di autonoma sistemazione (CAS), cioè si sono arrangiate contando su un assegno governativo; i finanziamenti però sono a singhiozzo e non arrivano più da aprile (per alcuni comuni, addirittura da gennaio). Alcune migliaia di persone, tra cui molti anziani, sono ancora negli hotel sulla costa (che dista 70 km dall'Aquila).
Ma non bastano un tetto e un piatto di pasta per vivere. L'economia all'Aquila non è mai stata molto sviluppata e dal terremoto in poi è rimasta congelata; neanche le vie di comunicazione col resto d'Italia sono particolarmente agevoli. Un'importante fattore economico era costituito dall'università, che contando 30˙000 studenti (sui circa 100˙000 abitanti) creava un certo giro, ma dopo il sisma ovviamente non tutte le facoltà hanno riaperto e comunque molti se ne sono dovuti andare. Il tessuto sociale si è sfilacciato, molti sono stati costretti a trasferirsi lontano dal loro paese d'origine e dalla loro casa, mancano luoghi di ritrovo perchè il centro è chiuso (ad eccezione di una strada che lo attraversa da parte a parte e su cui sono aperti sì e no una decina di negozi, quasi tutti bar): a quanto mi hanno detto, ora il punto di riferimento giovanile è il nuovo centro commerciale “L'Aquilone”.
In centro, sulle transenne sono appesi cartelloni e foto di protesta per come è stata gestita la ricostruzione; nella piazza del duomo (l'unica aperta) c'è un tendone con su scritto “Riprendiamoci la città”, ed è lì da subito dopo il terremoto. L'iniziativa locale è stata soffocata fin dall'inizio, tutti gli interventi sono stati prerogativa della Protezione Civile, ma il centro è ancora chiuso per il 90% e i tempi della ricostruzione aumentano continuamente: ho conosciuto una signora, che vive in un garage col pavimento di terra battuta, a cui avevano promesso che la sua casa sarebbe stata pronta un anno fa.
La gente ha provato a trovare una nuova normalità, ma adesso è tornata la paura: negli ultimi mesi uno sciame sismico ha portato una nuova ondata di scosse che hanno messo tutti in allerta, tra le quali una di magnitudo 3.6 proprio quando eravamo là (ma che io non ho sentito). Il giorno dopo abbiamo fatto il giro a parlare con la gente: tutti ne parlavano, erano angosciati; il centro è stato chiuso completamente, perchè gli edifici sono solo puntellati e rischiano ancora il crollo, un paesino è stato evacuato e alcuni hanno ricominciato a dormire in macchina. Giuliani, che aveva previsto il terremoto del 2009, sostiene che c'è il rischio di un'altra forte scossa; alcuni con cui ho parlato quasi speravano che arrivasse subito: come si fa a ricostruire se tutto può crollare di nuovo?
E' difficile comprendere davvero la tragedia del terremoto, per noi che non l'abbiamo vissuto in prima persona. Ma mentre camminavo nell'unica strada aperta, fiancheggiata dalle transenne, e guardando in alto sembrava che gli edifici avessero pareti invisibili, perchè si vedeva l'interno delle stanze, con tutti gli oggetti rimasti dov'erano quella notte; mentre buttavo l'occhio aldilà della recinzione arancione flash, che delimita il vuoto lasciato da quella che era la Casa dello Studente; mentre leggevo le locandine di film usciti più di un anno fa, ho provato a immaginare come sarebbe stato se tutto questo fosse successo a Bologna, alla mia città, la città che amo.
Ho pensato che se mi fosse andata fatta bene, se i miei cari fossero tutti sopravvissuti, se la mia casa fosse rimasta in piedi, anche così avrei perso per sempre un pezzo di me e della mia vita. Mi vedo camminare per via Rizzoli, guardandomi intorno: le facciate dei palazzi sono puntellate da travetti di legno e acciaio, il fondo stradale lastricato è sollevato in più punti, come un'onda congelata; andando avanti, do un'occhiata a sinistra: piazza Nettuno è vuota, un silenzio irreale svuota lo spazio, la Salaborsa è chiusa e comunque ormai non ci sono più studenti a cui possa servire. Anche piazza Maggiore è inagibile. Provo ad avvicinarmi alle transenne e tutto quello che vedo è un cumulo di macerie; anzi no, la facciata di San Petronio è ancora in piedi... è tutto il resto della chiesa che non c'è più. Basta, basta così, fa già abbastanza male, non serve vedere altro. Tornando sui miei passi l'occhio segue la linea della strada: una strana sensazione, qualcosa non quadra. Mi blocco, ho capito: le Due Torri sono crollate, al loro posto ci sono due moncherini circondati da detriti, come due mozziconi di sigaretta spenti nelle loro stesse ceneri. Capisco quanto erano importanti tante piccole cose che davo per scontate, il sabato sera in via Zamboni, i pomeriggi passati a gironzolare nelle viuzze del centro, l'atmosfera ovattata e surreale della biblioteca; a ogni luogo erano legati dei ricordi, che adesso sono irriconoscibili sotto la polvere di cemento. I miei amici non li vedo quasi mai, molti se ne sono andati, alcuni per sempre. Non c'è più vita, non c'è futuro qui.
Questo è l'unico modo che ho trovato per sentire, anche solo per un istante, quello che dev'essere stata la quotidianità dei cittadini aquilani da quella notte. La speranza di questa città ha un tempo limitato, tutto deve ripartire in questi primi anni, prima che la gente si costruisca una nuova vita da un'altra parte. Non so, davvero, cosa possiamo fare noi, se non testimoniare quello che abbiamo visto, tenerci informati sugli sviluppi e appoggiare tutte le iniziative che possano donarle al più presto un nuovo volto, aiutando chi, nella rassegnazione generale, non ha ancora gettato la spugna.
M. Chiara
mercoledì 22 settembre 2010
L'Aquila, l'ultimo custode della città distrutta - Un'analisi sul terremoto e sui danni della politica
Commento su La Repubblica di un libro di Erbani sull'Aquila: Disastro...
Il racconto parte dalla notte del 6 aprile 2009 e arriva fino ad oggi. Passando per le speculazioni degli affaristi, le new town, il rischio di diventare come Pompei. ll silenzio non mi fa paura. Mi fa paura la città che muore. In poche ore, dopo il sisma, 45 mila persone sono scomparse dalla città. Da oltre un anno sono l´unico abitante del centro storico». Raffaele Colapietra, anni 80, una vita passata a insegnare storia all´università di Salerno, è il simbolo di un´Aquila che dopo il terremoto ha difeso la propria identità e cercato un futuro. È anche il “testimone chiave” de Il disastro. L´Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe, scritto da Francesco Erbani, edizioni Laterza. Questa almeno l´impressione, dopo la lettura delle 164 pagine. Il racconto parte da quella notte del 6 aprile 2009 e arriva ai giorni nostri. Ci sono la morte e il dolore, «la cricca» che ride, gli affari, le new town che sorgono e deturpano le campagne e le montagne, i vecchi che negli hotel della costa e del Gran Sasso aspettano un ritorno a casa che non arriverà mai. Ma il professor Colapietra resta sempre “dentro”, e anche quando Francesco Erbani scrive del Friuli e dell´Irpinia, delle scelte fatte in questi luoghi lontani, viene naturale chiedersi: che direbbe, il professore?
Un appartamento a piano terra, in un palazzina bassa costruita a metà del Novecento. Questo il “fortino” di Raffaele Colapietra, il suo punto di osservazione di una città che rischia di diventare come Pompei. «Per cacciarmi hanno minacciato di usare la forza. Sono venuti quelli della Protezione civile e i vigili del fuoco. Un giorno mi hanno mandato anche uno psicologo. Ma io ho detto: il terremoto non c´è più, resto qui». Dalle finestre la vista del Gran Sasso e delle altre abitazioni abbandonate. «Molti di questi edifici con pochi soldi si sarebbero potuti riparare fin da subito. Tanta gente avrebbe potuto tornare a casa a giugno, luglio o anche a settembre del 2009. Quanti soldi avrebbe potuto risparmiare lo Stato che invece manteneva migliaia di persone negli alberghi di Giulianova o a Lanciano? E che valore simbolico avrebbe avuto il rientro in città di cento, cinquanta o anche solo dieci famiglie?». Ha continuato a lavorare, il professore. Dopo il sisma ha scritto, assieme a Mario Centofanti, Aquila, dalla fondazione alla renovatio urbis. Della propria città conosce ogni pietra e ogni documento. Quando esce, per mangiare un boccone in un hotel ancora pieno di sfollati o per comprare il cibo per i suoi gatti, cerca di non vedere i turisti del macabro. «In centro ora si vede molta più gente di un anno fa, ma sono tutti con il naso all´insù, guardano i palazzi crepati, vengono anche gruppi di turisti con la guida. Contemplano. Ecco, il centro dell´Aquila diventerà una struttura da contemplare».
Chi conosce la storia non accetta l´impotenza di oggi di fronte a chi, venuto da fuori, vuole decidere il futuro della città. «Il 2 febbraio 1703 ci fu un devastante terremoto ma l´Aquila non fu sgomberata. Quindici giorni dopo il sisma nella piazza del mercato c´erano già cinquanta baracche con commercianti e artigiani. Una baracca ospitava il Comune e lì venne eletto il nuovo sindaco, essendo il precedente morto sotto le macerie. Ho trovato io il documento. Poi fu nominato un vicario generale addetto alla ricostruzione, Marco Garofalo della Rocca, che già a maggio se ne andò perché i cittadini avevano avviato da soli la riedificazione dei palazzi. Per dieci anni restò in vigore l´esenzione fiscale e il centro fu ricostruito integralmente».
All´Aquila sono invece arrivate le new town, le «case di Berlusconi», e la città è stata trasformata in un set con mille luci per raccontare all´Italia e al mondo le magnificenze del governo. Francesco Erbani racconta ogni momento di questo angosciante post-terremoto, iniziato con le risate di chi, a Roma, già sperava di fare affari. Racconta una città che ha consegnato le proprie chiavi a una Protezione civile che ha deciso di decidere tutto. Ha ascoltato chi, nei sismi precedenti, ha compiuto scelte completamente diverse. Ha ricordato le frasi di chi veniva a promettere miracoli. «La new town sarà un ghetto? Macché. Sarà un quartiere nuovo per giovani senza casa. Le case distrutte, invece, saranno tutte ricostruite. Andate a vedere Milano 2 e Milano 3 e poi ditemi se sono ghettizzati (Silvio Berlusconi nel giorno dei funerali)». I risultati si sono visti. «I bambini dell´Aquila – dice il professor Colapietra – cresceranno senza sapere com´era fatta la loro città».
J. Meletti
Diamoci la carica: scuola, studio e vita – 21/IX/2010
“L'aspetto più sconcertante della vostra scuola è che vive fine a se stessa. Anche il fine dei vostri ragazzi è un mistero. Forse non esiste, forse è volgare. Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle belle cose che studiano. Lingue, storia, scienze, tutto diventa voto e null'altro. Dietro a quei fogli di carta c'è solo l'interesse individuale. Il diploma è quattrini. [...] Per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere arrivisti a 12 anni."
sabato 18 settembre 2010
Servire nella gioia - Campo a L'Aquila
Cos'è una città? Non L'Aquila. Girare per l'unica strada aperta del centro e vedere i segni del terremoto: le crepe e gli sfregi, i pali e i tiranti che sorreggono ciò che resta dei palazzi, spiare dalle vetrine gli interni pieni di macerie, non può che confermare quella risposta. Allora c'è bisogno. Allora si può andare a dare una mano. Allora si può sentire dalla Caritas per organizzare un campo di servizio con un gruppetto di ragazzi al seguito.
Si parte, quindi, con le proprie buone intenzioni e le proprie convinzioni, sperando di poter fare finalmente qualcosa di utile e di sentirsi importanti. Poi qualcosa succederà. In realtà è avvenuto molto di più.
I primi giorni sono stati duri perché pareva di essere in un mondo a parte e nel campo Caritas regnava la disorganizzazione più totale; perché avevamo abbandonato le nostre comodità e la sveglia alle 6 e la fila al bagno-container non facilitavano il risveglio; perché non conoscevamo nessuno; perché i lavori sembravano scelti a caso: non erano i più urgenti, né i più rilevanti, a occhio lo si capiva. E, soprattutto, dov'era la popolazione?
Eravamo pesci fuor d'acqua, in un ambiente diverso e in cui non sono più io a gestire l'impiego del mio tempo, ma un altro dalle dubbie qualità: capitava di stare fermi per 2 ore senza far nulla e poi dover fare una cosa senza che nessuno te ne spiegasse il perché. Eppure l'aria era buona e una certa luce di contentezza nei volontari contenti accendeva la nostra speranza; se tutti tornano a casa con la voglia di ritornare all'Aquila, un motivo ci dev'essere, basta cercarlo bene e vivere pienamente dando tutto se stessi in ciò che ci veniva chiesto.
Ci si accorgeva di come le cose, al di là di tutto, funzionassero, come se si potesse avvertire la presenza di una mano provvidenziale che aiutava e mandava avanti la baracca (nel vero senso della parola). E piano piano, nell'accorgerci che ogni responsabilità acquista valore quando guidata dallo Spirito, anche per noi il clima è cambiato.
Abbiamo smesso di notare solo la disorganizzazione, perché gestire da 15 mesi un campo che ospita fino a 500 persone alla volta in una situazione di emergenza in cui sono tantissime le cose da fare e le persone da incontrare, non è come decidere se fare i compiti al pomeriggio o restare a dormire ancora un po'. Abbiamo smesso di pensare che fosse una fatica inutile. Abbiamo iniziato ad ascoltare i racconti dei volontari fissi, cioè di coloro che sono lì dall'inizio e che ormai conoscono tutto del luogo. Ci siamo accorti che servire non è arrivare in un posto e voler porsi subito al centro dell'attenzione accentrando su di sé gli sguardi nel mostrare i propri meriti; abbiamo capito che per servire occorre mettere da parte il proprio orgoglio e predisporsi a svolgere compiti umili, spesso all'apparenza non utili e non appaganti.
Sono, in realtà, lavori che servono e che nessun altro farebbe, come spazzare l'interno di una chiesa semi-distrutta e che, per forza di cose, occorrerà pulire ancora il giorno successivo, quando migliaia di fedeli verranno in visita; come tagliare le sterpaglie nelle scuole-capannoni che hanno ricostruito dopo che delle vecchie non sono rimaste che pietre; come ripulire i vialetti dei piccoli borghi dall'erba che s'insinua tra i sanpietrini. Non sono lavori inutili, e i comuni non hanno soldi per appaltarli a qualcun altro, perché permettono di ristabilire quella quotidianità che il terremoto ha spazzato via.
E questo servire produce gioia, ce se ne accorge facilmente nei ringraziamenti degli anziani che si va ad incontrare, negli sguardi di chi capisce che non sei a L'Aquila solo per turismo, o impegno politico o per lavarti la coscienza dopo un'estate di gozzoviglie. La gioia è anche personale, non solo provocata dalla gratitudine altrui; ed è nello stare insieme durante le giornate sia svolgendo i diversi lavori, sia ritrovandosi la sera per la messa, la cena e la serata. È data dalla presenza ordinatrice di Dio che, nella preghiera, dà qualità al nostro faticare la giornata e rendendoci comunità, ci rende famiglia e ci fa essere felici in ciò che facciamo. Servire nella cornice della preghiera, infatti, «è vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze e delle perplessità; allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prende più sul serio solo se stessi, ma si vive davvero, allora si veglia con Cristo nel Getsemani»: questa è la fede e servire nella gioia a L'Aquila ci ha mostrato questa via a Gesù.
Le nostre buone intenzioni sono mutate e le nostre convinzioni si sono rivelate monche o fallaci; da come eravamo partiti torniamo a casa con un'esperienza di vita: abbiamo visto come nel servire ci sia la vita, e come possa essere una vita di gioia.
martedì 14 settembre 2010
Appuntamenti Festa della comunità
Sabato 18, ore 21 spettacolo per i 25 anni della Festa della comunità...
Domenica 19, ore 11.00 S. Messa dei giovani!!! segue il pranzo tutti assieme (mi dovete confermare la presenza il prima possibile): come l'anno scorso è un bell'appuntamento e una bella occasione di passare assieme una domenica mattina. Cerchiamo di esserci. Il primo è offerto e ognuno di noi dovrà portare un secondo.
Martedì 21, ore 17.30 breve momento sulla scuola. A seguire siamo a disposizione in cucina: è la serata in cui siamo noi a cucinare, quindi dobbiamo esserci e dobbiamo ricordarci di invitare più gente possibile!!!
Giovedì 23, ore 21.00 momento di adorazione in chiesa!
Domenica 26, ore 17.30: raduno e serata delle dopo-campo. Possiamo invitare sia quanti di Bologna e dintorni che abbiamo conosciuto a L'Aquila, sia i nostri compagni dei campi degli anni passati.
La festa della comunità non è solo i nostri appuntamenti, ma tanti altri momenti che vi invito a cercare nel foglio della settimana. Vi ricordo che saranno organizzati tornei sportivi di vario genere e che ogni serata avrà una sua presentazione diversa con cena. Vi invito a partecipare anche ai momenti più riflessivi, anch'essi fanno parte del nostro essere comunità.
Ciao
domenica 5 settembre 2010
sabato 4 settembre 2010
giovedì 29 luglio 2010
Campo a L'Aquila
Cari ragazzi,
ci siamo!
Il campo sarà dal 24 agosto al 3 settembre.
Come sapete ci recheremo in un campo Caritas in cui, presumibilmente, saremo assieme a tantissimi altri giovani provenienti da tutta Italia. Ci verrà chiesto di svolgere diversi servizi: ogni mattina ci divideremo per andare a fare ciò che ci viene richiesto; ovviamente il campo verrà bene se riusciremo a non stare solo tra di noi, ma se ci divideremo e a coppie sapremo mescolarci con tutti gli altri.
Vi chiedo di prestare attenzione a diverse cose:
il ritrovo per la partenza è alle 11.00 all'autostazione del 24/8. Mi raccomando puntuali; andremo giù in pullman. Il ritorno sarà il 3 settembre in stazione verso le 18.30.
Tra le cose da portare non ci sono richieste particolari, salvo il modulo e il sacco a pelo. Soprattutto è necessario portarsi POCA roba: gli spazi sono pochi e non è necessario portarsi troppi vestiti. Mi raccomando, prestate particolare attenzione a questo. Inoltre è necessario portare la Bibbia, la Liturgia delle ore e un quaderno o qualche foglio. Anche la macchina fotografica è cosa gradita.
Tra quelli che sono andati nel campo a Pile è buona usanza portare vestiti da lasciare o generi di conforto (cibi in scatola, ma non pasta). Sarebbe opportuno che ognuno di noi si portasse dietro qualcosa da lasciare alla Caritas del campo, cose che verranno consegnate agli abitanti del capoluogo. Ok? (Per intenderci: va bene vestiario usato ma non troppo, escluderei biancheria intima; cibi in scatola tipo tonno o simili.)
Infine, vi chiediamo di portare altri 30 euro alla partenza da consegnarmi, perché i biglietti sono costati un pelo più del previsto e perché, restando qualche giorno in più, mi sembra ovvio lasciare un'offerta maggiore dato che avremo vitto (Giulia, sembra abbondante!!!) e alloggio.
Soprattutto è importante venire al campo con grande spirito di volontà, impegno ed attenzione verso gli altri! Come per ogni cosa siete voi a fare il campo e sarà il vostro mettervi in gioco a premiarvi con la buona riuscita di un campo che è molto particolare. L'invito è, infine, quello di avere attenzione verso le diversità che sono raccolte all'interno del campo Caritas in cui saremo e verso una popolazione che avrà senz'altro voglia di raccontare la realtà della propria esperienza; realtà che, come ci ha raccontato Martino, è molto diversa da quella della tv.
Forza e coraggio!!!
Ci vediamo il 24 mattina.
venerdì 23 luglio 2010
Il cinema sotto il tendone: Blade Runner
Ovviamente un film non è solo una scena, ma l'insieme della storia che conduce a quella scena. Questa è stra-nota!
Blade Runner è un film di fantascienza ambientato nella Los Angeles del 2019. Esempio cinematografico per eccellenza di Dystopia, citazione del film Metropolis di Fritz Lang è diventato a sua volta fonte di ispirazione per tantissime opere, sicuramente note. La trama è semplice: in un ambiente post-umano in cui si è consumato un eco-cidio di enormi dimensioni: una città di immensi e decadenti palazzoni (significativa è la pubblicità della Coca-Cola) è sotto una pioggia continua in cui flora e fauna non sono presenti se non come ricostruzioni umane; in quest'ambiente da giudizio finale assistiamo all'inseguimento di quattro replicanti da parte dello sfiduciato poliziotto Harrison Ford.
Il film non si sottrae allo scontro tra le parti, soddisfacendo i canoni del film d'azione; ma vi innesta una ricerca più profonda. Le due parti, replicanti da un lato e Deckard dall'altro, si interrogano sul senso della vita. I primi, infatti, esempio di super-uomo disumanizzato e con una breve vita a termine costruita in laboratorio, tornano sulla terra per cercare di costruirsi più vita, sommergendoci con i loro dubbi e le loro paure: il tempo non è mai bastante e la morte incombe. Ma anche gli umani paiono disumanizzati, tanto che in questo mondo dall'atmosfera tetra, le vite si confondono come lacrime nella pioggia e l'umanità si sciupa.
Purtuttavia il film non è un monito della morte, o un incentivo a sfruttare l'attimo. Vuole essere, propriamente, un'interrogazione sulla vita, sui ricordi che la compongono, sulle emozioni e sui sentimenti che le danno senso. Sul rischio di perdere la nostra umanità e sulla necessità di tenercela stretta. Sulla costruzione della vita attraverso un'empatia sentimentale di notevole intensità...
Buona visione
venerdì 16 luglio 2010
Il cinema sotto il tendone: Il sorpasso
Il Sorpasso è un film in perfetto equilibrio tra la commedia all'italiana e il dramma sociale; è l'equilibrio tra le parti in scena: tutto giocato su due protagonisti/antagonisti e sul loro duello psicologico sul filo dei 130 km/h. E' una commedia, perché tanti sono i momenti comici che si mostrano nella complessità del cialtronesco bullo Gassman, ed è divertente ridere del goffo, ma dotto Trintignant; ma è anche un dramma sociale perché la corsa in macchina, che rappresenta il progresso del boom economico dell'Italia negli anni 60, è priva di senso.
Il film stesso non ha una trama sensibile, non ha una storia da raccontare. Il regista segue con l'occhio della cinepresa le avventure inutili dei due protagonisti, conoscenti per caso nella Roma deserta di Ferragosto. E' una Dolce Vita: in cui il viaggio in macchina, ripetuto e continuato, incontra la romanità al mare, nello svago estivo, ma sempre senza meta, in un girare a vuoto che finisce nel vuoto.
Il film non è solo una critica ad un'Italia che non trova se stessa; critica che è ancora attuale. E', anche, il film sui due giovani protagonisti e sul loro approcciarsi alla vita. Non sono due macchiette, ma mostrano una complessità psicologica che è interessante e che ci riguarda e che, speriamo, ci possa far riflettere.
Commenti???
venerdì 9 luglio 2010
Il cinema sotto il tendone: Fortapasc
Fortapasc (qui, o qui) è un film su un giovane giornalista, Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985 per aver compiuto il proprio dovere di inchiesta e denuncia. L'abbiamo scelto perché, accanto alla tragedia che certo dà significato alla storia, il film è incentrato sula vita del protagonista, con i suoi
sogni, i suoi desideri, i suoi amori, le sue fatiche. E' una vita quotidiana, simile alla nostra; vissuta in una società assediata (ecco il significato del titolo) dalla criminalità e dalla corruzione, in cui tutti i crimini rischiano di diventare quotidianità a loro volta, soffocando nei soprusi la legalità e la convivenza civile.
L'attualità del film è sconvolgente, sia perché il tema della camorra ci è ben noto dopo il libro di Saviano, sia perché la scena in cui si svolge la narrazione ricorda un fatto a noi vicino: il terremoto nell'Iripinia e la ricostruzione successiva. Il protagonista viene ucciso per aver indagato sulla commistione tra camorra e politica nella consegna degli appalti per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto del 1980. Inoltre è attuale per una frase sul giornalismo che ci indica come una libera informazione permetta di definire il benessere della società: questo è un paese di giornalisti impiegati, si dice con riferimento alla Campania e forse all'Italia in generale. Siani, il protagonista, non lo era.
Buona visione
mercoledì 2 giugno 2010
Il disertore
lunedì 31 maggio 2010
Interessante articolo
Piccolo apologo sul Paese illegale di M. Serra:
PICCOLA storia di strada - ignobile e istruttiva - come ne succedono tante. Utile per capire, al di fuori delle grandi catalogazioni teoriche, e dell'annoso dibattito politico-istituzionale sull'argomento, quanta distanza separi gli italiani dalla legge, e la legge dagli italiani. Riccione, viale Ceccarini, sabato sera. Quattro ragazzi sui diciotto anni mangiano una pizza in un ristorante e cercano di filarsela senza pagare il conto. Tre ce la fanno, uno viene bloccato dal personale del locale. Che lo gonfia di botte.
Davanti al ristorante si forma un capannello di curiosi. Lo struscio serale consente un fuori programma: il pestaggio di un cliente moroso. Il ragazzo piange, trema, è pieno di sangue, circondato da quattro o cinque giovani signori (del tipo antropologico: palestrato col codino) che gli stanno dando quella che a loro deve sembrare una lezione di vita. Tra i tanti che osservano la scena nessuno interviene. Per fortuna del ragazzo, passa in quel momento davanti al ristorante un gruppo di adulti che, nonostante sia coperto di sangue, lo riconoscono: è il compagno di scuola di un figlio. Intervengono, chiedono che cosa succede, vengono rudemente invitati dal gestore a non impicciarsi, qualche spintone, qualche insulto cerca di dissuaderli. Per fortuna si impicciano, soccorrono il ragazzo, si informano sull'accaduto. Chiedono al gestore perché, invece di pestare a sangue il ragazzo, non abbia chiamato i carabinieri. "I carabinieri non gli fanno niente, noi almeno gli abbiamo dato quello che si meritava".
Gli adulti, nel tentativo di riportare la calma e impedire conseguenze più gravi per il ragazzo, pagano il conto (sessanta euro). Dettaglio quasi esilarante, niente ricevuta fiscale: in compenso il ragazzo riceve un ultimo ceffone da parte del più agitato dei suoi improvvisati secondini. I soccorritori, che descrivono un clima di violenza isterica, fuori controllo, riescono in qualche modo a portare fuori il ragazzo, non senza essersi fatti restituire il suo cellulare, sequestrato. Lo portano a una fontana, gli lavano il sangue, gli tamponano le ferite, lo convincono di telefonare al padre, gli suggeriscono di fare denuncia. Il padre verrà
a riprenderlo. Denuncia non verrà fatta.
Il ragazzo l'ho sentito il giorno dopo. Mogio, confuso, forse conscio di avere fatto una fesseria (non pagare il conto non è una divertente bravata da movida, è un reato), sicuramente non conscio di essere stato vittima di un reato molto più grave, sequestrato, pestato, "punito" al di fuori di qualunque legge, compresa quella del buon senso. Ma chi ignora i propri doveri ignora anche i propri diritti. Di qui in poi, quel ragazzo penserà che il più grosso, o quello che corre più veloce, o il meglio accompagnato (in gruppo si mena meglio) ha sempre ragione.
La morale non è neanche una morale: è il desolato computo di una somma di comportamenti totalmente fuori dalle righe e fuori dalla legge. Nel clima eccitato della movida, non pagare il conto deve sembrare una bravata spiritosa: invece è un reato. I reati andrebbero denunciati (oppure, se si ha cervello, sanati con una mediazione privata: ragazzino, dì a tuo padre di venire subito qui a pagare il conto oppure ti denunciamo). Spaccare la faccia a un ragazzino isolato e indifeso è una porcheria in termini umani, e un reato ben più pesante che cercare di andarsene senza pagare quattro pizze. Ciliegina sulla torta, il conto incassato senza ombra di ricevuta: costume nazionale, è noto, ma che al termine di un episodio del genere suona come piccolo sfregio conclusivo. La stecca finale di un concertino disastroso.
Neanche l'ombra della legge, in tutto questo: e non in Aspromonte, ma in viale Ceccarini. Nella mezz'ora di parapiglia non si è visto un poliziotto o un vigile che cercasse di riportare l'ordine e la ragione: ma questo può essere solo uno sfortunato caso, essendo impensabile che nel cuore della più vivace e popolosa delle "movide" romagnole, con tutto l'alcol (e il resto) che gira, non sia previsto qualche presidio delle forze dell'ordine. Ma il peggio è che a nessuno dei protagonisti è balenato il sospetto che per stabilire le ragioni e i torti, per punire, per risarcire i danni, ogni via fuori dalla legge è fuorilegge. Debole o forte che sia, opaca o chiarificatrice, la legge esiste apposta per evitare che un cliente moroso possa farla franca, e che un ristoratore manesco rischi di provocargli lesioni permanenti, o peggio, per sessanta euro. E per giunta non tassati.
giovedì 27 maggio 2010
lunedì 24 maggio 2010
Libertà di informazione o dall'informazione???
Articolo sulla libertà d'informazione.
Ddl intercettazioni, Pace: In gioco una libertà costituzionale
di Alessandro Pace, da Repubblica, 23 maggio 2010
Merita di essere evidenziato che ciò che viene pregiudicato dal disegno di legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione, non è tanto il diritto del cittadino ad essere informato – che, come tale, raramente può essere fatto valere davanti ad un giudice – ma è soprattutto la così detta «libertà istituzionale dell´informazione».
La quale, come «valore» di fondo dell´ordinamento costituzionale, è stata ripetutamente affermata dal Tribunale costituzionale federale tedesco ed è rintracciabile anche nella giurisprudenza della Corte suprema degli Stati Uniti, del Conseil constitutionnel francese, del Tribunal constitucional spagnolo e della nostra Corte costituzionale. Quest´ultima, alludendo al generico «diritto all´informazione», si riferisce infatti sia al pluralismo delle imprese informative (e quindi al pluralismo delle fonti di informazione), sia all´interesse generale dei cittadini ad essere informati.
In altre parole, la libertà «della» informazione si realizza anche nel nostro ordinamento mediante un «processo (circolare) di comunicazione»: dall´esercizio della libertà d´informare nasce, di fatto, la «libertà d´informarsi». Questa libertà si nutre dell´esercizio di quella. Il potere (politico, giudiziario o economico) colpendo l´una, colpisce anche l´altra. Una restrizione della pluralità delle fonti notiziali (quale che ne sia la causa: una legge eversiva - come nella specie -, un accordo tra imprenditori o il tentativo di un soggetto di monopolizzare il «mercato delle idee») concretizza, nel contempo, anche una violazione della libertà d´informarsi.
La libertà d´informarsi, pur non costituendo un diritto tutelato in via diretta dall´articolo 21 della Costituzione, è tuttavia ormai presente, a livello costituzionale, anche nel nostro ordinamento, grazie: a) all´articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell´uomo, secondo la quale «Ogni persona ha diritto alla libertà d´espressione: tale diritto include la libertà d´opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee…»; b) al fatto che il primo comma dell´articolo 117 della Costituzione impone al legislatore di rispettare gli obblighi internazionale; c) alla più recente giurisprudenza della Corte costituzionale che ha reso effettivo tale vincolo (sentenze numero 348 e 349 del 2008).
La «fondamentalità» della libertà di informarsi deriva poi anche dal fatto, comunemente avvertito dagli studiosi, di essere una delle «precondizioni» della stessa democrazia. Un percorso ulteriore in questa stessa direzione è infatti tracciato, in Costituzione, da quelle norme che affermano che la sovranità appartiene al popolo, che impegnano la Repubblica a rimuovere gli ostacoli per una effettiva libertà di tutti, che impegnano la Repubblica a sviluppare la cultura e la ricerca scientifica, che tutelano l´arte e la scienza, che impongono la pubblicità dei lavori parlamentari e dei procedimenti amministrativi (articoli 1, 3, 9, 33, 64, 97 ecc. della Costituzione).
Norme, tutte queste, che nel prefigurare la posizione giuridica del «cittadino» nello Stato democratico, ne delineano la sua posizione di fronte ai pubblici poteri. Da esse discende infatti che, per poter esercitare consapevolmente i diritti politici (ma non solo!) i cittadini dovrebbero essere liberi di informarsi. Il flusso delle informazioni non dovrebbe mai essere colpevolmente interrotto o comunque difficultato senza valide ragioni (si pensi al divieto - che si vorrebbe ora imporre - di pubblicare notizie fino al termine dell´udienza preliminare; al perdurante segreto di Stato ultratrentennale che impedisce di conoscere la verità su talune stragi ecc.). Il flusso delle informazioni dovrebbe anzi essere agevolato dai pubblici poteri che dovrebbero porre i cittadini in grado di essere sempre compiutamente informati. L´opposto, perciò, di quel che si pretende con il criticatissimo disegno di legge sulle intercettazioni.
domenica 23 maggio 2010
sabato 22 maggio 2010
E se l'obbedienza non fosse una virtù?
Martedì abbiamo svolto un incontro sul famoso scritto di don Milani; avevate da leggere a casa la lettera che questi spedì ai cappellani militari (rileggetela al link). Costoro accusarono gli obiettori di coscienza, cioè quanti si rifiutavano di svolgere il servizio militare perché ritenevano che fosse in contraddizione con i propri valori, di viltà e di estraneità al valore dell'amore cristiano. La risposta di don Milani è vibrante: ripercorre la Costituzione e la storia, indicando come le guerre svolte non siano mai state un fiore all'occhiello per la Nazione, a meno che non siano guerre di liberazione da un invasore. La divisione che i cappellani militari fanno tra patrioti e stranieri, viene ripresa da don Milani, che reclama, sempre guidato dalla Costituzione, "il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto".
Dall'altro lato rivendica la necessità della critica intellettuale, e quindi la necessità di esercitare il proprio ingegno nella conoscenza delle cose: si è liberi se non si è subalterni, cioè se si ha una coscienza da esercitare che renda responsabili. La vera lotta di don Milani consiste nel ritenere tutti adatti a ricevere un'educazione che li renda liberi e responsabili, che ne faccia dei cittadini senza che possano essere ingannati dai padroni o dalla televisione. Che siano opinione critica e non solo un pubblico plaudente.
Don Milani viene citato in giudizio per apologia di reato e, portato davanti al tribunale, risponde con una bellissima lettera ai giudici che abbiamo letto quasi interamente martedì sera. (Tenetela presente, coltivatene i contenuti, perché vi torneranno davvero utili!)
Credo che vari siano i temi esplicitati: quelli politici della coscienza individuale e del valore della legge e della sua operatività (art. 3 della Costituzione), quello della responsabilità del cittadino di fronte alla violenza dello Stato (e, mi dispiace, anche di fronte alla violenza del fratello: ne siamo responsabili, così come siamo responsabili della povertà del povero). Dell'obbedienza agli ordini illegittimi, che abbiamo incontrato nel campo a Monte Sole: "A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore". Quest'ultimo punto è decisivo.
Don Milani ci insegna il primato della coscienza: siamo liberi davvero solo nel momento in cui la nostra scelta è una scelta cosciente e quando è guidata dalla nostra educazione e non dagli istinti o dall'ordine di qualcun altro (o qualcos'altro). Il valore della liberà è immesso nella relazione comunitaria con l'altro, per cui vale solo se è rispetto delle regole di convivenza, nella convinzione che quelle leggi si possano migliorare civilmente: tramite voto e sciopero, appunto.
Così la libertà, che ci pare limitata dalla legge (la nostra libertà termina dove inizia la libertà dell'altro) è, in realtà una libertà totale laddove l'altro non è un nemico che mi svuota dei miei diritti, ma l'unico tramite per la realizzazione completa della legge, che posso incontrare nel dialogo. La libertà diventa tale solo d'innanzi alla legge che la coscienza si dà. La legge non è più un'imposizione di ordini altrui, ma il proprio volere che si è fatto ragione e che si fa comunità. L'esempio degli obiettori di coscienza non è di chi rifiuta la legge in quanto tale, ma di chi ama la legge e per migliorarla è disposto a pagarne le conseguenze. L'obbedienza cieca non è una virtù; è un virtù l'amore della legge, cioè la comprensione che la Legge (da quella umana, fino alla legge divina) è l'espressione di un amore e che tale vincolo sia primario rispetto alla legge presa singolarmente. Vi è la convinzione che l'amore per la Legge sia profondo, sia un amore per la legge del cuore. E di un cuore puro, liberato dalle tenebre.
L'obbedienza cieca annulla l'uomo, lo rende un automa, gli toglie il cuore infarcendolo dei suoi più biechi desideri e ne annega la coscienza e l'intelletto.
Al contrario di quanti, soprattutto oggi, violano la legge per vantaggi personali, eventualmente anche cambiandola per dar libero sfogo ai propri interessi a scapito degli altri; l'esempio degli obiettori di coscienza è di chi ama la legge e riconosce che la vita senza legge sia una vita immiserita, una vita da schiavi: le democrazie vivono se ciascuno si fa carico degli interessi generali (quanto è rousseauiano).
Se questo ci deve far riflettere, desidero che un altro punto sia di stimolo: l'attenzione di don Milani per quei 31 ragazzi incarcerati per obiezione di coscienza, "Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode, che leggono giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione. Un mio figliolo ha per professore di religione all'Istituto Tecnico il capo di quei militari cappellani che han scritto il comunicato. Mi dice di lui che in classe parla spesso di sport. Che racconta di essere appassionato di caccia e di judo. Che ha l'automobile. Non toccava a lui chiamare «vili e estranei al comandamento cristiano dell'amore» quei 31 giovani. I miei figlioli voglio che somiglino più a loro che a lui. E ciò nonostante non voglio che vengano su anarchici.
Ritengo che l'insegnamento più grande sia che l'avere delle regole ci tiene al riparo (badate, non lontani, ma al riparo) da egoismi, individualità, dal consumismo e dalle mode e ci faccia più vicini agli altri, agli ultimi e alla verità. E non è un caso se la via maestra di questo percorso è offerta dalla scuola, dall'educazione e dalla cultura.
giovedì 13 maggio 2010
martedì 11 maggio 2010
Una lettera di una figura importantissima
Ciò dipende appunto dal fatto che nella Bibbia ci parla Dio. E su Dio non possiamo appunto riflettere semplicemente per conto nostro, bensì dobbiamo porgli domande. Solo se lo cerchiamo, egli ci risponde.
Naturalmente possiamo anche leggere la Bibbia come qualsiasi altro libro, vale a dire dal punto di vista della critica testuale, ecc. Non c'è nulla da eccepire al riguardo. Solo il fatto che questo non è l'uso che dischiude l'essenza della Bibbia, bensì unicamente la sua superficie.
Come non è innanzitutto analizzandola che accogliamo la parola di una persona che ci è cara, bensì acconsentendovi in maniera pura e semplice, e come tale parola risuona poi in noi per giorni semplicemente come la parola di quest'uomo che amiamo. E come in questa parola si dischiude poi sempre più colui che l'ha pronunciata quanto più noi la “meditiamo nel nostro cuore” a somiglianza di Maria (Lc 2,19), così dobbiamo comportarci con la parola della Bibbia.
Soltanto se osiamo ascoltare la Bibbia come se in essa ci parlasse realmente Dio. Che ci ama e non vuole lasciarci soli con le nostre domande, ne gioiremo.»
(D. Bonhoeffer, Lettera a Rüdiger Schleicher, 8 aprile 1936)
sabato 8 maggio 2010
Una lezione alla scuola di Barbiana. (una sola?)
Gita giovanissimi 1/2 maggio 2010
Salire sul monte di Barbiana, sabato mattina, per incontrare i luoghi di don Lorenzo Milani, con un gruppo di 40 giovanissimi, mi ha ricordato l'ascesa a Monte Sole di quest'estate. E se i luoghi di Monte Sole, con la loro tragedia, ci urlano il dolore provocato dall'uomo che si sostituisce a Dio e che uccide il povero e il contadino: che uccide chi è ultimo perché ritenuto inferiore, secondo un ordine e una giustizia propri e totalmente umani; Barbiana, al contrario, ci sussurra la possibilità alternativa di un mondo in cui non trionfino le società dei consumi, le società dell'individualismo sfrenato, dell'invidia e della guerra. È la possibilità di una comunità in cui, attraverso un'educazione e una formazione guidate dall'amore per il prossimo, si aiuta l'ultimo a sentirsi fratello: gli ultimi e i poveri non più considerati quali oggetti da sfruttare, ma liberi di liberarsi dalla propria condizione di subalternità.
Barbiana diviene il Monte in cui l'espressione della giustizia divina, vaticinata dal profeta Amos, teorizzata da S. Paolo, ma raffigurata dal Gesù dei vangeli, e delle Beatitudini in particolare, trova forma. In primis nello stare con gli ultimi e nell'essere al servizio dei poveri, perché presso di loro è possibile incontrare Gesù che si è fatto ultimo per noi; nel fare comunità e nel darsi per gli altri; infine, nella convinzione che l'eguaglianza non si realizza facendo “parti uguali tra diseguali”.
A noi giovanissimi poteva interessare il discorso sulla Scuola: l'accusa di don Milani alle ingiustizie di una scuola che fomentava la competizione, invece che favorire l'istruzione e l'aiuto reciproco, e di cui individuava i limiti, tuttora attuali, nella difficoltà educativa. Di certo non per lamentarci del brutto voto o del professore cattivo, ma per prendere don Milani da esempio e portarlo nella nostra società e nella nostra scuola per renderle migliori. Un discorso non solo scolastico, ma politico, totale. Per essere lontani dalla politica che rifiuta la cultura o che propone il facile successo di matrice televisiva come obiettivo in cui l'uomo è specchio di se stesso; nella volontà di crescere, di migliorare assieme agli altri, di uscire assieme dai problemi. Perché la scuola di Barbiana non è solo scuola, non riguarda solo chi educa, ma è un monito a tutta la società e ad ogni parte (carisma) delle nostre comunità.
Ed è un cammino che dobbiamo compiere, una salita che ci libera il cuore dalle pesantezze del mondo: facendoci incontrare il povero, l'ultimo, lo riconosciamo come fratello, ci riconosciamo in lui e ci riconosciamo come fratelli, quindi come figli. Stare con l'ultimo, nel tentativo di liberarlo, se non dall'indigenza economica, almeno da quella del cuore: dalla solitudine e dall'abbandono, libera anche noi. Non come merito nostro: in quel fare comunità si incontra Gesù, il liberatore vero.
È un cammino in salita, non facile, perché la libertà a cui conduce non è quella della società di massa: un perdersi nel nulla; è un trovarsi nell'altro, nell'escluso, nel diverso e nell'Altro, il maledetto che pende dal legno. È una libertà di chi ha scelto la vita in Gesù.
È il cammino dell'edu-care, dalla croce uncinata alla croce di Cristo, da Monte Sole a Barbiana, dalla giustizia ingiusta dell'uomo a quella misericordiosa dell'amore di Dio, al Golgota, passando per la Montagna di Matteo 5-7 in cui centrale è il Padre Nostro. Al monte che Egli ci ha indicato (Mt 28, 16).
mercoledì 28 aprile 2010
La libertà è partecipazione
Da quello che ci dicevamo ieri sera, la libertà è la possibilità di auto-determinarsi: si è liberi nel momento in cui si può decidere su se stessi.
Una importante difficoltà sovviene qualora ci interroghiamo sull'atto deliberativo che qualifica la nostra libertà; cioè se siamo liberi in quanto vogliamo qualcosa o se siamo liberi in quanto, pur volendo qualcosa, possiamo guidare quel volere e compiere una scelta. I due atti paiono simili: sono sempre io che desidero qualcosa e c'è un oggetto del mio desiderio; nel primo caso, però, la mia volontà è "indifferenziata", cioè non subisce alcuna specificazione da parte della mia ragione, ma viene attratta dall'oggetto esterno. E' volontà pura dell'oggetto. Nel secondo caso la volontà è determinata dall'intelletto che le propone l'oggetto così come lo conosce, rendendola davvero libera.
Nel primo caso, infatti, la volontà, che noi identifichiamo immediatamente con libertà (se voglio, sono libero), è succube di un oggetto esteriore: individuando in esso il limite a cui si tende, lo trasforma in idolo, rendendoci schiavi. Ne deriva che la nostra libertà, che ci è data nella possibilità di scegliere, non si realizza nella condizione del volere in sé: non è questo il fine delle nostre azioni. Non siamo liberi solo perché vogliamo, perché, se così fosse, saremmo in una ricerca insaziabile e senza posa: non godremmo mai di nulla. La libertà del "mi va" è una falsa libertà, ci rende schiavi perché non ci fa felici.
Siamo liberi nella possibilità di scegliere. Ma lo siamo se ci accorgiamo che il nostro volere deve essere guidato affinché non cada in errore e non ci renda schiavi. Sono libero nell'atto della scelta, nella capacità che ho di soppesare e calcolare le differenti opzioni. In questo senso la nostra libertà è necessitata e limitata dalle nostre conoscenze, o, viceversa, noi siamo liberi solo nella capacità costruttiva del pensiero. Solo in quanto vogliamo, sono gli istinti ad essere resi liberi, ma noi siamo guidati da quelli e tendiamo a fare di ogni oggetto esterno un mezzo per la nostra felicità. Ritenere, al contrario, che siamo liberi nel momento in cui possiamo specificare attraverso un pensiero ordinato i vincoli del volere per calcolarne i limiti e soppesarne le differenti scelte, ci rende liberi in quanto fautori della nostra libertà. Nel primo caso siamo guidati e vaghiamo ad occhi chiusi, nel secondo apriamo gli occhi e, responsabilmente, consideriamo le condizioni di ogni nostro volere.
Questa libertà ci realizza, perché ci rende possibile, attraverso la conoscenza del Bene e del nostro bene legato a quello, realizzarci completamente; va da sé che ci sia richiesto di essere intelligenti: se vogliamo essere liberi, dobbiamo avere gli strumenti per valutare le scelte. Sennò si cade in errori peggiori rispetto a quando ci facevamo guidare dagli altri e brancolavamo nel buio. E', però, più entusiasmante, perché ci offre la possibilità di costruire la nostra vita... Sapere aude!
Così l'essere liberi non è fare qualsiasi cosa ci passi per la testa (come si suol dire), ma riflettere bene su ciò che ci capita: scegliere il bene senza sapere perché lo si sceglie non è un merito, né conduce ad una buona vita: il fine non giustifica i mezzi e ci è chiesto di conoscere i mezzi e saperli valutare. La libertà è, così, condizione del nostro pensiero e del nostro ragionar bene; ed è condizionata dal nostro vivere sociale, a cui siamo portati dalla nostra ragione. E questo si riassume nell'aforisma, "la mia libertà termina dove inizia la libertà dell'altro", o la mia libertà si esaurisce e si completa nella libertà dell'altro.
I limiti (politici) alla nostra libertà di espressione valgono per il motivo attraverso cui abbiamo definito cos'è libertà (J.S. Mill ne scrisse un saggio molto rilevante in cui vi espone la ragione dei limiti: c'è un limite alla legittima ingerenza dell'opinione collettiva sull'indipendenza individuale ... il solo e unico fine che autorizzi l'umanità ad interferire con la libertà di azione di uno qualunque dei suoi membri, è quello di proteggere se stessa).
(e vi evito di mettervi le meravigliose lettere di Descartes in merito...)
venerdì 23 aprile 2010
Barbiana, arriviamo?
Faremo conoscenza con DON MILANI, un uomo testimone di temi di grande attualità oggi: le istanze di giustizia...
Pace
Scuola: “agli svogliati basta dare uno scopo”
rapporto con i poveri
politica: “… insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è l’avarizia…”
obbedienza: “...non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. …”
Chiesa: un rapporto di obbedienza, di amore, ma anche di coraggiosa testimonianza.

